lunedì 28 luglio 2014

La prima guerra mondiale ha sancito l'inizio di una nuova età

Ho ritrovato in un cassetto una vecchia medaglia militare che fa parte dei ricordi di mio nonno materno. Da piccolo, ho giocato e fantasticato non poco su di essa. È una croce commemorativa della Terza Armata dell’Esercito italiano, un corpo militare che si distinse durante la Grande Guerra nei combattimenti avvenuti fra il Carso e il basso Piave. La Terza Armata si rese protagonista di una violenta e orgogliosa reazione sul Piave dopo la disfatta di Caporetto e il suo comandante, Emanuele Filiberto di Savoia Duca d’Aosta (il “Duca invitto”) volle onorare tutti i soldati sopravvissuti o caduti con questo riconoscimento non ufficiale ma di grande valore simbolico. Apparteneva a un fratello di mio nonno, che morì a causa delle ferite riportate nella battaglia dell’Isonzo. Fu grazie a questa medaglia che mi “innamorai” della prima guerra mondiale e ne ho sempre avvertito il tragico fascino. Ricordo che il 4 novembre non potevo fare a meno di recitare il famoso Bollettino della Vittoria firmato dal generale Diaz - che un tempo si imparava a memoria nelle scuole - e sentirmi orgoglioso d’essere italiano. Ogni volta che entravo in un cimitero mi soffermavo a leggere l’elenco dei caduti della Grande Guerra, ne fissavo commosso le foto sbiadite, e provavo un tacito sentimento di gratitudine e pietà nei confronti di chi aveva sacrificato la sua vita per la patria. Ancora oggi, la visione del film La grande guerra di Mario Monicelli, un autentico capolavoro cinematografico, mi commuove. Le gesta tragicomiche delle staffette portaordini Alberto Sordi, nelle vesti del romano Oreste Jacovacci, e Vittorio Gassman, in quelle del milanese Giovanni Busacca, restano, a mio parere, l’espressione paradigmatica dell’animo degli italiani mandati al macello per assecondare la follia dell’Europa, ma sono anche la quintessenza della nostra straordinaria umanità. Odiai lo sprezzante ufficiale austriaco che dopo la disfatta di Caporetto scherniva i nostri soldati con queste parole: “Fegato dicono... Quelli conoscono solo il fegato alla veneziana con cipolla. E presto mangeremo anche noi quello”. E mi esaltai per il rigurgito d’orgoglio e la dignità ritrovata in extremis con cui i nostri poveri eroi affrontano la fucilazione. 
Negli anni, ho revisionato la mia idea sulla Grande Guerra. Non mi seduce più. Onore e gloria ai caduti, qualunque fosse la bandiera per cui sacrificarono la vita. Ma tanta tristezza e commiserazione al ricordo di quell’immensa ecatombe, figlia della volontà di potenza e degli interessi economici di governi cinici, i cui numeri sono impressionanti. Furono mobilitati 65 milioni di soldati e si registrarono 25 milioni di perdite effettive, così divise: quasi 10 milioni di militari deceduti, 7,7 milioni di dispersi e 21,3 milioni di feriti, più 6,7 milioni di civili morti. La prima guerra mondiale resta indelebile nell’immaginario collettivo perché fu un olocausto senza precedenti, tant’è che non c’è famiglia che non sia stata in qualche modo coinvolta, che non abbia versato lacrime amare. 
Oggi, è un anniversario speciale dell’inizio della Grande Guerra, cade il primo Centenario. Il conflitto ebbe inizio il 28 luglio 1914 con la dichiarazione di guerra dell’impero austro-ungarico al Regno di Serbia come conseguenza dell’assassinio dell’arciduca Francesco Ferdinando I d’Asburgo-Este avvenuto un mese prima a Sarajevo. Tutti ne stanno parlando e il mio contributo non può essere significativo. Come dire qualcosa che non sia già stato detto o scritto da altri? Eppure, voglio sforzarmi di approfondire il concetto di “indelebilità”. Siamo soliti dividere la Storia in epoche e attualmente riconosciamo l’esistenza dell’Età antica (dall’introduzione della scrittura alla caduta dell’impero romano, 476 d.C.), l’Età medievale (dal 476 alla scoperta dell’America, 1492), l’Età moderna (dal 1492 allo scoppio della Rivoluzione francese, 1789) e l’Età contemporanea (dal 1789 in poi). Ebbene, io credo che la prima guerra mondiale sia un evento “spartiacque” paragonabile a quelli che costituiscono i precedenti termini ante quem e post quem e perciò dovremmo modificare il profilo delle età storiche. Chiamerei “Età post-moderna” quella che inizia nel 1789 e finisce nel 1914 e definirei Età contemporanea la successiva, quella in corso. Il mio suggerimento trae le sue ragioni da una semplice constatazione: la Grande Guerra ha cambiato il mondo e ha gettato il seme di una trasformazione radicale, non inferiore a quelle causate dalla scoperta dell’America e dalla Rivoluzione francese. Si può legittimamente affermare che essa abbia spazzato via un patrimonio di valori, ritmi di vita e tradizioni secolari e dato la stura a un cambiamento socio-economico, culturale e politico impressionante. Con lo scoppio della Grande Guerra la post-modernità si è evoluta in contemporaneità. La nascita di una miriade di nazioni e il crepuscolo dell’aristocrazia, l’avvento destinato a diventare predominio della tecnologia e la nascita di nuove, diaboliche ideologie (il nazismo e il comunismo su tutte), sono solo alcuni aspetti innovativi. In realtà, i cambiamenti più profondi sono avvenuti nell’animo umano. Credo di poter affermare che la prima guerra mondiale, quindi ecumenica, non segni solo il passaggio dall’era dei conflitti combattuti solo tra uomini d’arme (con qualche effetto collaterale sulla società civile) a quella in cui la guerra coinvolge a 360° i civili, che diventano protagonisti e vere vittime. In realtà, fu uno scontro all’ultimo sangue fra il vecchio e il nuovo mondo. La Grande Guerra ha anche alterato le nostre percezioni sensitive. Dal 1914, l’essere umano “sente” diversamente, ha una percezione del mondo e dei suoi odori, sapori e profumi diversa da com’era in precedenza. Di ciò è complice l’industria, che a causa di un conflitto senza precedenti fece un enorme balzo in avanti, ma anche lo stravolgimento dell’ottica cognitiva. Da allora, il consorzio umano è più aggressivo e avido, meno tollerante e timoroso di Dio. In una parola, la Grande Guerra ha sancito la fine dell’Umanesimo, inteso come patrimonio di valori e comportamenti atti al rispetto della misura, dell’uomo e insieme della sfera divina. Dalle trincee uscì un Prometeo dissanguato e furioso, senza controllo. Lo dimostrò il dopoguerra, latore di stravolgimenti epocali, non solo dello scenario geo-politico ma anche antropologico. Per questa ragione, dovremmo considerare la giornata odierna una pietra miliare della Storia. Cento anni fa, in queste ore, ebbe inizio una nuova età.





sabato 19 luglio 2014

La rabbia condiziona il nostro futuro


“Guarda un filo d’erba al vento e sentiti come lui. Ti passerà anche la rabbia” ha scritto Tiziano Terzani. Facile a dirsi. A dire il vero, tanta gente non ha voglia né l’occasione per guardare un filo d’erba agitato dal vento. È troppo occupata a lottare per sopravvivere. Sta di fatto che la rabbia è il sentimento più diffuso dei nostri tempi, l’emozione più invasiva e pericolosa. Viviamo in un’epoca in cui la rabbia avvelena i cuori dopo avere sconquassato le menti. È pur vero che la rabbia, essendo un’emozione primitiva, è sempre esistita e ha condizionato il cammino individuale e collettivo del genere umano e non solo, ma mi sento di affermare che ultimamente ha raggiunto livelli di guardia. Quanto meno in Italia, dove la gente è molto arrabbiata, anzi incazzata nera. Siamo pentole a pressione, e dobbiamo sperare che la valvola di sicurezza tenga. La rabbia è in buona compagnia, per altro. In psicologia, la si considera il primo elemento di una triade di cui fanno parte anche il disgusto e il disprezzo. Tre emozioni o stati d’animo che oggi accomunano milioni di italiani, incattiviti da come vanno le cose da noi. Cioè male, malissimo. 
Ora, prima di chiarire le profonde ragioni della nostra rabbia e ipotizzare quali conseguenza potrà avere sul futuro della nostra vita e più in generale dell’Italia, vorrei precisare che essa è la reazione naturale alla frustrazione, sia fisica che psicologica. Tutto nasce, dunque, dal fatto che siamo terribilmente frustrati e quindi ansiosi, impauriti, infelici. La rabbia è soprattutto figlia del dolore, che la frustrazione maschera relativamente. Ci arrabbiamo perché soffriamo per un’infinità di motivi (il principale è l’incapacità di soddisfare i nostri desideri o bisogni) e siamo impotenti di fronte al dolore. Anziché espellere la sofferenza in modo mite, preferiamo farlo con violenza, rabbiosamente. Ci illudiamo, così facendo, di apparire forti, minacciosi, reattivi. È la società stessa a imporci questo comportamento; occorre soffocare il dolore e sfiatarlo attraverso l’aggressività nelle sue molteplici espressioni per non essere giudicati deboli, pusillanimi, perdenti. Tornando alle ragioni per cui gli italiani provano molta rabbia, sono sotto gli occhi di tutti. Viviamo in una nazione irriconoscibile, incapace di uscire da una crisi che è morale, psicologica, culturale e sociale prima d’essere economica. Ci fa rabbia assistere, inermi, allo sfascio della società, alla sua deriva, alla distruzione di tutto ciò che avevamo costruito faticosamente negli anni e che una tempesta senza fine ci sta portando via. Gli italiani sono arrabbiati con la politica canagliesca e i politici, in primis. Sono arrabbiati con l’Europa, con le banche, con i plutocrati che ci hanno privato della sovranità nazionale, delle prospettive di sviluppo, dei sogni. Sono arrabbiati a causa dell’instabilità, della precarietà, dell’insicurezza, della decadenza, della furbizia e dell’arroganza dei potenti. E sono arrabbiati per mille altri motivi, anche futili. La rabbia esplode per ragioni banali, come una partita di calcio o un sorpasso avventato in macchina, per uno sguardo inopportuno a una ragazza in discoteca o una parola di troppo in una discussione. Ormai siamo incapaci di controllare le nostre reazioni, di inibire gli istinti brutali. La nostra sfera emozionale è rovente come un meteorite e il nostro sistema simpatico fragile come una brocca di cristallo. 
Ma sfogare la rabbia fa bene! – suggerisce una certa corrente di pensiero. Di più, dobbiamo sfogarla, altrimenti ci ammaliamo. Se così fosse, dovremmo essere indulgenti con i cerebrolesi che trasformano gli stadi in arene o mettono a ferro e fuoco le vie cittadine in nome dell’antiglobalismo. Credo che la rabbia non vada covata, ma nemmeno sfogata sugli altri. Uno studio scientifico indica che le persone incapaci di esprimere i propri sentimenti di rabbia sono portati  a viverli per un tempo più lungo. In effetti, a volte buttare fuori le scorie emotive è la cosa migliore. Non si corre il rischio di accumulare tossine e ammalarsi. Gli psicologi predicano che la rabbia è funzionale: rimuove l’oggetto frustrante. E spesso produce l’effetto desiderato: eliminare l’ostacolo e sciogliere la frustrazione. Pur tuttavia, quando la rabbia si trasforma in ira, quando la collera diventa violenta, le sue ripercussioni possono essere molto dannose. Mi domando cosa produrrà la nostra rabbia nei prossimi anni. Intanto, essa continua a crescere, a colmare il nostro vaso, e già questo è un brutto segnale. La storia insegna che quando il popolo raggiunge il limite della sopportazione, la sua rabbia produce lo sconvolgimento dell’ordine sociale. In una parola, la rabbia che tracima ed esonda può abbattere i sistemi e gli ordinamenti. Si chiama rivoluzione. Non so se nel futuro dell’Italia c’è una rivoluzione figlia della rabbia. Gli italiani di oggi sono molto diversi da quelli di trenta, quarant’anni fa. Una volta erano gli ideali a fomentare la nostra rabbia, oggi è l’interesse. Temo che nessuno, neanche i più arrabbiati, sia disposto a rischiare il proprio. Se è vero che la rabbia condiziona il nostro futuro, mi è dunque più facile credere che ci renderà sempre meno lucidi e reattivi, più egoisti e prudenti, anziché scuoterci e indurci a una reazione forte, tale da spazzare via il marcio. La nostra rabbia non potrà sconfiggere i nostri nemici, quelli che hanno in animo di trasformarci in servi sempre più sciocchi. Più facilmente darà un’accelerata all’imbarbarimento dei costumi, renderà i rapporti interpersonali sempre meno umani, aumenterà la nostra vulnerabilità alle malattie psicosomatiche. Se la pentola a pressione esploderà, le uniche vittime saranno i nostri amici, i nostri conoscenti, i nostri familiari e naturalmente noi stessi. 
Detto questo, mi rifugio in un ricordo personale. La mia nonna materna, spentasi serenamente a 104 anni, aveva scoperto un segreto che sarebbe utile tradurre in pratica. Amava canticchiare una vecchia canzone che dice: “Non t’arrabbiare/la vita è breve/perciò si deve/dimenticar. È una ricetta/assai perfetta/che fa campare/fino a tarda età”. Intonò queste note fino al suo ultimo giorno, come se volesse imprimerle nel mio cuore. Non con la sua voce ma con il suo esempio. Che avesse ragione? Se il nostro futuro dipenderà dalla rabbia che accumuliamo nel cuore come se fosse una discarica a cielo aperto, forse è meglio non arrabbiarsi. Non ne vale la pena. 
C’è un filo di vento, questa mattina. Vado ad ammirare le movenze dei fili d’erba.

sabato 12 luglio 2014

Lettera aperta a una figlia che torna

Eri partita piena di entusiasmo, luminosa come il sole, che quel giorno, però, si era dato alla macchia, lasciando che a salutare l’inizio di un’avventura dal sapore epico fosse la pioggia torrenziale. Ho colto nei tuoi occhi una lunga teoria di emozioni e un’oncia di sbigottimento mentre ti allontanavi, appollaiata sulla moto, dietro Tommaso, come una scimmia cappuccino aggrappata saldamente a un albero. Avrei voluto trattenerti, nell’estremo tentativo di fermare il destino. Avrei voluto farlo per quell’amore viscerale e il senso di protezione che ti ho sempre manifestato, senza remore. Ci credi che ho avuto il presentimento che non avresti mai raggiunto la Mongolia? Ho fatto fatica a celare la mia ansia e ho seguito le tue tappe avventurose e insieme romantiche verso l’Oriente con una compartecipazione quasi fisica. Ma la sera in cui non hai dato notizie, qualcosa mi ha detto che la strada era finita per te e Tommy. Quando mi hai telefonato prima dell’alba da un ospedale della Siberia per dirmi che avevate avuto un brutto incidente, è stato come se un masso rotolasse giù dalle balze dei monti Urali per spiattellarmi. Di quel masso avevo avuto sentore in una notte piena di incubi. Per fortuna, lo stesso destino che ha voluto farti vedere la morte in faccia sulla Transiberian Highway – che l’OMS ha definito la quinta strada più pericolosa del mondo – ti ha risparmiato. Ciò mi basta e avanza per essere felice e riconoscente all’Intelligenza cosmica in questo momento di sofferenza e tensione che il saperti prossima al ritorno mitiga. 
Ti scrivo una seconda volta, a breve distanza dalla prima, perché torni a casa su un aereo sanitario, con le ossa rotte e il morale annichilito. Con l’intimo sentire che i tuoi progetti siano finiti con uno schianto. Immagino il tuo stato d’animo, il tuo avvilimento. Sai quante volte l’ho provato? La vita mi ha riservato successi e sconfitte, in un gioco di alternanze a volte beffarde, e mentre i primi sembravano sempre troppo brevi e volatili, le seconde tracciavano solchi profondi e duraturi nell’animo. Sarà così anche per te, temo. Essere caduta lungo la via ti lascerà cicatrici più devastanti di quelle fisiche, più umilianti della convalescenza, che si annuncia lunga e insopportabile. La sensazione di avere fallito ti farà più male del politrauma e dell’intervento chirurgico che hai dovuto affrontare. Io voglio provare a lenire il tuo dispiacere, mia piccola, impavida avventuriera sbaragliata dall’Ananke. Voglio dirti che l’unico fallimento, nella vita, è non avere provato. Non è il tuo caso. Tu hai cullato un sogno fantastico e l’hai realizzato insieme all’uomo che ami, anche se non avete potuto portarlo a termine. Peccato e pazienza! Avere tentato un’impresa è di per sé una grande nota di merito. Hai dimostrato audacia, capacità organizzativa e di adattamento, intelligenza e forza non comune. Oh, certo, ti leccherai le ferite nei prossimi mesi, come fa chiunque perde, e proverai rabbia, sconforto, intolleranza verso tutto e tutti. È normale. Ma quando avrai compreso il senso della tua sconfitta, ti accorgerai che in realtà è una vittoria. 
Luis Sepulveda ha scritto: “Quando vivi intensamente, capisci presto che la cosa più facile, più normale, è il fallimento. Perché solo dal fallimento ricavi una lezione”. È presto per dire quale possa essere. L’insegnamento che nasce da una delusione non è sempre chiaro, non dall’inizio. Ma un giorno sarai consapevole del perché è andata male, saprai che è per il tuo bene, che la tua anima aveva chiesto di affrontare e superare la dura prova che ti attendeva in un luogo del pianeta dove mai avresti immaginato di rischiare la vita. Per altro, la vita l’hai già rischiata in Africa e in Afghanistan. C’è una frase, nel film Batman Begins, che fa al caso tuo. Rivolgendosi a Bruce Wayne, Alfie si chiede: “Perché cadiamo, signore?” e subito si dà la risposta. “Per imparare a rimetterci in piedi”. In realtà, tu sapevi già rimetterti in piedi. L’hai fatto più volte, lasciandoti alle spalle le amarezze. Lo farai anche questa volta. Sono certo che farai tesoro del messaggio che l’universo ti ha inviato. Non sta a me suggerirti quale sia. Lo sai già. Il tuo cuore lo conosce. C’è un’altra frase che mi viene in mente e ha il sapore del proposito. Un giorno, il grande cestista Michael Jordan disse: “Posso accettare di fallire, chiunque fallisce in qualcosa. Ma non posso accettare di non tentare”. Anche tu sei così. Non puoi fare a meno di tentare e ti ammiro per questo. 
Andrai a canestro tante volte nella vita, perché sei nata per essere vincente. In un mondo dove troppa gente vive di luce riflessa, parla tanto ma agisce poco e male, tu costituisci un’eccezione. Splendi di luce propria, contagiosa. Continua a splendere, audace guerriera di luce. Continua a coltivare sogni impossibili perché la vita non deve farti paura, anche quando è ingiusta e feroce. Continua a camminare a fronte alta, a pensare in grande, a inseguire le nuvole in cammino. Ma di una cosa ti prego, però: mentre ammiri il cielo, fai attenzione alla nuda terra. Anche le scimmie cadono, ci ricorda un proverbio orientale. Figuriamoci com’è facile inciampare per un essere umano che aspira a volare!