giovedì 28 agosto 2014

Che nostalgia il calcio di una volta!


Sta per avviarsi il nuovo campionato di calcio italiano, edizione numero centotredici. Come ogni anno, il grande Barnum del pallone metterà in scena un avvincente spettacolo popolare che coniuga divertimento e pathos, sacralità e miseria. Milioni di tifosi attendono con ansia crescente il fischio d’inizio, mal celando nuove speranze e vecchi timori. La lotta per vincere o non retrocedere nei vari campionati è la metafora della nostra fatica per affermarci o non soccombere agli insulti della vita. Ci identifichiamo nella squadra che amiamo al punto di esaltarci per le sue vittorie o somatizzare i suoi risultati negativi. Non è forse questa la magia del calcio, eterno conflitto fra il successo e la sconfitta esistenziale? E non è forse questa la ragione vera della dipendenza? Non possiamo fare a meno di subire un transfert che si cementa negli anni grazie ai ricordi, alle emozioni, al senso di appartenenza. 
Faccio parte di questo consorzio umano affetto dalla sindrome pedatoria e non posso rinunciare al calcio, per quanto il calcio odierno non sia più quello di una volta. Bella scoperta! – si potrebbe obiettare, nulla è più come una volta. Vero, ma ho come l’impressione che il calcio – nella fattispecie il mondo del calcio più che il gioco – si sia snaturato al punto di perdere una parte del suo fascino. L’interesse che provo verso la nuova stagione è alta ma pari al disgusto che inavvertitamente avverto verso il grande baraccone globalizzato e la sua fenomenologia. A tenermi avvinghiato al football è la fede calcistica, una realtà così complessa e articolata che varrebbe la pena dedicarle un saggio sociologico. Nel mio caso, poi, la fede è duplice. Faccio il tifo per due squadre: il Como e l’Inter. Fortunatamente, è raro che i destini di queste due società calcistiche s’incrocino e quando è successo ho dovuto fare una scelta. Confesso che ho sempre optato per la squadra della mia città. Ma non è delle mie preferenze che voglio scrivere, bensì del fatto che a poche ore dall’inizio di una nuova stagione che non lesinerà sfide, entusiasmo e delusioni, avverto una profonda, insana nostalgia per il calcio di una volta. 
A farmi provare questa mozione d’affetti contribuisce il particolare di avere compiuto, come ogni anno, un rito scaramantico, cioè sfogliare alcuni volumi della mia collezione di almanacchi del calcio editi dalla Panini. Il più vecchio risale al campionato 1969-70. In realtà, ho cominciato a seguire il calcio e andare allo stadio qualche anno prima. Ho ricordi ancestrali indelebili. Il mio pianto dopo la sconfitta della Nazionale Italiana ai mondiali del 1966 contro la Corea del Nord. Un Como-Cremonese 7 - 1 del 1 gennaio 1967 che mi fece innamorare per sempre dei lariani. Il primo derby a San Siro, sempre nel 1967, che intuii più che vedere perché l’emozione di andare a Milano e tifare per la Grande Inter del mago Herrera mi fece dimenticare a casa gli occhiali da miope. La vittoriosa trasferta del Como a Piacenza nel 1968, e la conseguente promozione in serie B. E poi… be’ ho scolpito nel cuore la mitica semifinale del mondiale messicano del 1970 in cui battemmo la Germania 4-3 nei supplementari. Si giocava di notte, per via del fuso orario e un fulmine folgorò l’antenna del televisore. Seguii la partita nel mio letto, con la testa sotto il cuscino e la radiolina incollata all’orecchio. Quando l’incontro finì ero madido di sudore, come se fossi sceso in campo, ma felice come un viaggiatore giunto nell’Empireo. 
Non c’è più il calcio di una volta. E non so se la mia affermazione è dettata dal fatto che a cambiare siamo noi o se, effettivamente, è cambiato il mondo del calcio. Quel che è certo è che nel 2006, quando abbiamo piegato la Francia nella finale del Campionato del Mondo, ho esultato ma senza raggiungere l’orgasmo, come accadde nel 1982. Non credo che a fare la differenza fosse il valore dell’impresa, e quindi delle due compagini azzurre (quella di Bearzot era fantastica, quella di Lippi discreta), quanto il corollario, l’atmosfera, la passione. Credo che fosse più facile appassionarsi patologicamente quando il calcio era ancora un gioco e non un business, quando negli stadi prendevi posto dove volevi e non c’erano le tessere del tifoso, quando si giocava solo di domenica e alla sera i bar esponevano il pannello verde con i risultati delle partite in schedina, quando il tifo era sano, quando Tutto il calcio minuto per minuto, il Novantesimo minuto e la Domenica Sportiva erano le uniche ribalte e ci bastavano, quando non esistevano i procuratori e i calciatori rispettavano i contratti, quando gli stadi erano pieni, quando non c’erano limiti a bandiere e striscioni, quando ogni squadra aveva almeno un alfiere che nasceva e moriva vestendo sempre gli stessi colori e non esistevano le maglie fosforescenti o degne di Arlecchino. Non parlo dei tempi di Piola e Meazza. Parlo del calcio e dei grandi campioni che ho avuto modo di veder giocare a partire dalla metà degli anni Sessanta, quando il calcio era in bianco e nero (non mi riferisco alla Juventus, che mi è indigesta). Ricordo una dichiarazione del mitico Bearzot: “A causa dell’ingresso di grandi sponsor sulla scena del calcio, sembra che il denaro abbia spostato i pali delle porte”. Il vecchio con la pipa aveva ragione. Il resto l’hanno fatto le televisioni, le agenzie di scommesse e i nuovi ricchi (a cominciare dai presidenti russi e arabi). Intendiamoci, nonostante tutto il calcio resta ancora oggi il più grande spettacolo del mondo. In attesa, però, di un big bang al contrario. Prima o poi il pallone potrebbe sgonfiarsi e diventare una realtà virtuale. Lo è già, in fondo. Chiunque può disputare un campionato alternativo a quelli reali con i vari fantacalcio e i videogiochi. Ai miei tempi, la fantasia veniva soddisfatta dalle figurine. Altri tempi, per l’appunto. Ne ho conservate parecchie, non solo quelle edite dalla Panini. Quando ero un bambino, alla vigilia del Campionato, il Corriere dei piccoli pubblicava le figurine profilate delle squadre di serie A. Tu le incollavi su un cartoncino, le ritagliavi lungo le linee tratteggiate e poi, dopo avere piegato la base per farle stare in piedi, schieravi la tua formazione contro un’altra sul tavolo della cucina. Quella di Pelè l’ho incorniciata. Il Subbuteo è arrivato in Italia solo negli anni Settanta.
Questo è quanto. Ciò non toglie che fra poche ore si parte e come ogni anno la nostalgia si defilerà e soffrirò per le mie squadre del cuore. Non mi perderò nemmeno una partita dell’Inter e tanto più del Como. Confido in una stagione positiva e poco importa se i nerazzurri non vinceranno lo scudetto e i biancoblu non ce la faranno a tornare in serie B. Sono un ottimista e ne ho viste talmente tante da confidare che un giorno tornerò al Sinigaglia e ne uscirò senza voce per avere sostenuto il mio amatissimo Como 1907 contro la mia amata Inter in una sfida di serie A. Il calcio, e solo il calcio, ti permette di avere una moglie e un’amante e di non provare nessun senso di colpa. Il cuore, e solo il cuore, rivela a chi hai promesso amore eterno.

giovedì 21 agosto 2014

Come sconfiggere il cancro islamico


Approvo la fermezza con cui il Presidente americano Barack Obama ha stigmatizzato le nefandezze perpetrate dall’ISIS, definendo questo gruppo di terroristi “un cancro da estirpare” e aggiungendo che non c’è posto per loro nel XXI secolo. Le sue parole mi hanno ricordato un monito di Oriana Fallaci. Lei aveva intuito il grave pericolo delle derive islamiche e presagito barbarici scenari futuri. Fra l’altro, rimarcò che “il fondamentalismo è una grave malattia dell’Islam come lo è stata la santa inquisizione per il Cristianesimo”. Almeno su questo, il pensiero dell’attuale Presidente americano e della Cassandra la cui voce è stata soffocata e derisa, collimano. L’Islam soffre di un male apparentemente incurabile, un cancro i cui effetti, purtroppo, mietono vittime innocenti non solo fra i seguaci di Allah moderati ma soprattutto fra gli infedeli, cioè la civiltà occidentale di matrice giudaico-cristiana. La cronaca ha reso tristemente popolare l’ISIS, per quanto molti ignorino ancora cosa sia. L’acronimo ISIS indica lo “Stato Islamico dell’Iraq e del Levante”, una realtà nazionale non riconosciuta oltre che un gruppo jihadista attivo in Iraq e in Siria di cui si stanno occupando le cronache. Nel mese di giugno di quest’anno, l’ISIS ha proclamato la nascita di un califfato retto dal comandante Abu Bakr al-Baghdadi e ha mostrato al mondo l’ennesimo lato oscuro dell’Islam che propugna la jihad globale, ovvero la “guerra santa”, al fine di sottomettere gli infedeli e punire gli apostati. In poco tempo, questo nuovo gruppo emergente di fondamentalisti-terroristi ha commesso tanti di quei crimini contro l’umanità da superare in crudeltà ed efficacia la stessa Al-Qaeda e il non rimpianto Osama bin Laden. I membri sanguinari dell’ISIS, organizzatisi come un esercito efficiente, hanno assunto il controllo di gran parte dell’Iraq, tant’è che a Baghdad regna il caos, e del territorio orientale della Siria. La loro specialità non è farsi esplodere per danneggiare e mietere vittime fra i civili, come fanno i terroristi plagiati da un indottrinamento capzioso, ma operare su scala maggiore, perpetrando il genocidio dei cristiani e dei dissenzienti. Fanno orrore le notizie e le immagini che giungono dalle aree in cui operano impuniti. E se il dramma della minoranza Yazidi, e quindi lo sterminio dei curdi, ci inquieta fino a un certo punto perché pensiamo erroneamente che la cosa non ci riguardi, è ovvio che la decapitazione del reporter americano James Foley ci ha letteralmente agghiacciato. Come ci agghiacciano gli sgozzamenti dei bambini di fede cristiana e le crocifissioni di chi non vuole convertirsi all’Islam. Siamo in presenza di gente senza Dio, per quanto invochino Allah, e di un’offensiva portata senza pietà e con un fine preciso: la sopraffazione. In una parola, abbiamo un grosso problema da risolvere: il cancro islamico. 
Era inevitabile che l’odio e l’intolleranza religiosa dei musulmani che non accettano il dialogo con l’Occidente e vogliono imporci con la violenza i loro modelli di vita facesse un salto di qualità. In effetti, l’ISIS costituisce una minaccia più seria delle precedenti. Come ogni tumore che nasce e si diffonde in un corpo già debilitato, rischia di trasformarsi in metastasi. Il rischio è grande e sapete perché? Questa volta, a sfidare l’Occidente non sono dei poveri beduini istruiti nei campi di addestramento, ai quali una morte eroica garantisce un soggiorno illimitato nel giardino dell’Eden, in compagnia di quaranta vergini. Questa volta, l’Islam jihadista si avvale di gente istruita, esperta di tecnologie e comunicazione, in grado di rendere più sofisticate le proprie tattiche e la propaganda. Inoltre - è questa la vera novità - può contare su migliaia di guerriglieri fondamentalisti che non sono stati arruolati nei campi profughi e nelle scuole dei paesi arabi ma hanno studiato e risiedono in Europa e negli Stati Uniti d’America. Le cellule cancerogene dell’ISIS vivono in mezzo a noi, hanno una laurea e un lavoro, conoscono i nostri punti deboli, sono in buona parte occidentali convertiti all’Islam. Probabilmente, il boia che ha trucidato Foley è inglese. Questi vigliacchi stanno per scatenare un nuovo attacco, dall’interno. Che fare? Come impedire l’islamizzazione forzata di un Occidente che la democrazia rende fragile? Personalmente, non ho dubbi. Se vogliamo impedire di soccombere dobbiamo reagire come fecero a suo tempo i greci quando furono minacciati dai persiani e i sovrani europei di fronte alla minaccia turca. Bisogna unire le forze e, soprattutto in ambito europeo, accettare l’idea che siamo in guerra e dobbiamo adeguarci. Sì, dobbiamo svegliarci e reagire. Il fine deve giustificare i mezzi e al diavolo la democrazia se inibisce le potenzialità difensive! Non si può continuare a subire e basta, a definire inevitabile l’invasione dei musulmani, ad accettare compromessi e soluzioni indegne della storia e delle tradizioni in nome dell’accoglienza, della solidarietà e di altri principi disgregatori della società civile. Tutto ciò costituisce l’anticamera di una resa all’insegna dell’ignominia. Di fronte alla minaccia dell’ISIS, di cui sentiremo parlare tragicamente nei prossimi mesi, dobbiamo mostrare la stessa fermezza promessa da Obama. Noi italiani siamo in prima linea. Abbiamo deciso di inviare armi ai curdi e il Papa si è schierato con i cristiani trucidati in Siria e in Iraq. Tanto basta perché il nostro Paese possa diventare uno scenario futuro delle barbarie islamiche. Occorre prevenire il disastro. Se solo avessimo dei governanti intelligenti e lungimiranti, se solo ponessimo fine alla piaga del “politically correct”, potremmo dichiarare lo stato d’emergenza e promulgare leggi speciali per arginare il fenomeno dell’islamizzazione e i pericoli in pectore. Sarebbe più facile provarci se la Comunità Europea decidesse di approvare una linea comune. E invece che cosa fa? Scarica sull’Italia i rischi e le responsabilità di un’immigrazione ormai senza controllo. Quanti, fra quelli che sbarcano sulle nostre coste, presto saranno manovalanza dell’esercito invisibile che l’ISIS sta formando? Sia chiaro, non propugno una “contro guerra santa” né auspico un clima di tensione e intolleranza generica verso i musulmani. Invoco, considerandole necessarie, una politica comunitaria e contromisure severe e tali da trafiggere il cuore di tenebre dell’Islam. C’è un solo modo per combattere il cancro e cercare di estirparlo. Occorrono terapie d’urto. È ciò di cui abbiamo bisogno per evitare che in un futuro non troppo lontano, sgozzamenti e crocifissioni avvengano anche da noi. L’aspetto più triste della faccenda è che in questa estate il cui clima riflette il nostro stato d’animo, siamo quasi indifferenti alla diffusione del cancro islamico. Resteremo indifferenti anche quando il genocidio dei cristiani avrà inizio nelle nostre città?

giovedì 14 agosto 2014

Il suicidio, una resa incondizionata


La morte di Robin Williams, uno degli attori più famosi e amati dal grande pubblico, ha suscitato sentimenti di commozione ma anche qualche critica feroce. La ragione di queste ultime è che si è suicidato, creando un profondo sbigottimento e un biasimo nemmeno troppo velato. Come se il suicidio di un uomo ricco, famoso e benvoluto fosse uno sgarbo ingiustificato. Qualunque siano state le ragioni per cui Robin Williams si è tolto la vita, nell’ora in cui molti esaltano la sua figura (fortunata) di attore e indagano su quella (meno fortunata) di uomo, è doveroso riflettere sul senso di un gesto antico come l’umanità ma sempre attuale. Tant’è che è la decima causa di morte nel mondo. Un gesto capace di emozionarci come pochi altri avvenimenti e scatenare una bufera nell’animo. 
Già, perché il suicidio, agli inizi del terzo millennio, è ancora un tabù, un fatto di cui parliamo mal volentieri e sempre con superficialità e pregiudizio. Un fatto che ci inquieta e infastidisce, più che addolorarci. In ciò siamo condizionati dalla morale giudaico-cristiana, che condanna il suicidio e, appellandosi al comandamento “non ammazzare”, lo considera un peccato gravissimo. Non tutti la pensano così, però. Esistono, da sempre, due scuole di pensiero. Quella di cui è informata la civiltà occidentale ed è condivisa dalla maggioranza degli abitanti del pianeta, definisce il suicidio un atto di viltà, un rifiuto inaccettabile del dono di Dio e una grave ribellione ai suoi piani. Perciò, non abbiamo pietà del suicida. Salvo eccezioni, lo disprezziamo e metaforicamente lo seppelliamo extra moenia, in terra non consacrata. Va precisato, a onore del vero, che fino ai tempi dell’imperatore bizantino Giustiniano il Grande, il suicidio non era considerato un peccato e che la Chiesa cristiana lo definì tale solo nel Medio Evo, grazie a Sant’Agostino e San Tommaso d’Aquino. Chissà cosa ne pensava realmente Gesù e come accolse la notizia del suicidio di Giuda? Gli antichi erano meno assiomatici di noi. Socrate che si uccide con la cicuta in carcere o Seneca, che nelle Epistole morali a Lucilio giustifica il suicidio e finisce per togliersi la vita stoicamente, sono solo due esempi che suscitano rispetto anziché riprovazione e la dicono lunga su come fossero possibilisti i nostri avi. Gli stessi ebrei, pur ritenendo che darsi la morte significasse negare la bontà di Dio, giustificavano il suicidio individuale e collettivo quando era in gioco la propria fede o libertà. Il martirio e l’assedio di Masada lo dimostrano. Veniamo ora alla seconda scuola di pensiero, quella che giustifica il suicidio e in molti casi lo considera una virtù. In alcune civiltà e culture, suicidarsi è considerata la via maestra per conservare la dignità e l’onore. Una via di scampo, in fondo. Il Giappone insegna; dagli antichi samurai ai piloti kamikaze, il seppuku (il suicidio rituale) è non solo tollerato ma incoraggiato. Non diversamente dai samurai, oggi i terroristi islamici si sacrificano in nome della “guerra santa” e agli occhi della comunità di cui fanno parte il loro martirio li trasforma in eroi. 
Il valore della vita è opinabile e il gesto di darsi la morte non ha sempre avuto le stesse valenze. Basti pensare che fino all’Ottocento, il suicidio era considerato un reato mentre oggi non è più un crimine in alcuna nazione europea. La sua depenalizzazione è indice di un parziale cambiamento delle nostre posizioni (per lo meno giuridiche) nei confronti di chi si toglie la vita. Sembrerebbero lontani i tempi in cui Dante relegava i suicidi nell’Inferno, nel cerchio dei violenti contro se stessi. Per altro, il divin Poeta condannò Pier delle Vigne ma non l’altro illustre suicida, Catone, il cui merito fu di rifiutare la vita in nome della libertà. Mi sono chiesto quale Italia scopriremmo se la Doxa o un qualsiasi istituto demoscopico chiedesse alla gente per strada cosa pensa del suicidio. Non di Robin Williams, ma in generale. Immagino che i più darebbero risposte di convenienza o ipocrite. Amiamo i suicidi degli uomini illustri e quelli letterari. Non ci scandalizziamo se Anna Karenina si butta sotto un treno per amore o se Giulietta si pugnala dopo avere perso Romeo. Il suicidio ha reso immortali Pavese ed Hemingway, che se fossero morti di vecchiaia nel loro letto avrebbero meno fascino. Come Luigi Tenco, che tutti ricordano perché si suicidò al Festival di San Remo. Ma il suicidio del nostro vicino di casa ci riporta con i piedi per terra. Se a suicidarsi, poi, è un senzatetto o un estraneo di cui non c’importa nulla, facilmente scatta la nostra riprovazione e con essa i luoghi comuni. Chi si toglie la vita è un vigliacco, un perdente, uno stupido. Siamo poco indulgenti anche con chi si suicida perché vessato dallo Stato. 
E se il suicida fosse solo un essere umano che non vede altra via d’uscita? Quante persone, come Robin Williams, decidono di farla finita perché la depressione ha tolto loro il discernimento o il dolore ha reso ciechi? Che diritto abbiamo di giudicare chi si arrende alla vita senza condizioni? Perché di questo si tratta, di una resa incondizionata. Ci si suicida perché non si vedono soluzioni o vie d’uscita. È una colpa? È un affronto a Dio? Bè, lOnnipotente ci ha donato la vita ma nel farlo non è stato imparziale. Ad alcuni ha offerto una vita in piano o addirittura in discesa. Ad altri, una vita terribilmente in salita. A tutti, ha offerto il libero arbitrio, quindi la facoltà di decidere cosa fare della propria esistenza. Anche quando e come concluderla? Non so, non ho certezze in merito. Ricordo una splendida frase di Edgar Lee Masters, la cui Antologia di Spoon River è, a mio parere, uno dei libri più belli che siano mai stati scritti. “A che serve sbarazzarsi del mondo quando nessun’anima mai sfugge al destino eterno della vita?”. Vorrei che i miei lettori, scossi dal suicidio di Robin Williams, indimenticabile interprete di ruoli straordinari, riflettessero su questa frase. E se il suicidio fosse solo un’interruzione momentanea? Le parole di Masters sono la chiave per comprendere il valore, positivo e negativo, di un atto estremo di fronte al quale non dovremmo indignarci né sentenziare ma solo provare una profonda, intensa compassione. Ogni volta che un essere umano si toglie la vita è come se ci dicesse con il cuore in gola: mi sono arreso, non ce la faccio più. Me ne assumo le responsabilità e spero di farcela a superare le mie prove, la prossima volta. Potrebbe capitare a chiunque, e soprattutto a chi si crede forte. Potrebbe avvenire per eccesso di viltà o eroismo, per stanchezza o disgusto, a causa del dolore fisico o psichico. 
Bisogna amarsi molto per suicidarsi, ha scritto Albert Camus. E se fosse vero il contrario? Se la nostra vita diventasse improvvisamente insopportabile e smettessimo di essere amati e amare noi stessi? La cosa migliore che dobbiamo augurarci è di non trovarci mai nella condizione di arrenderci per quanto vorremmo continuare a lottare. Salvo credere che avremo una possibilità di riscatto.

giovedì 7 agosto 2014

L'Italia non riesce più a essere normale

Ho smesso di leggere regolarmente i quotidiani e faccio sempre più fatica a seguire i telegiornali senza avvertire un fastidioso prurito che, dopo avere scavato nel mio animo geyser di sdegno, si trasforma in sconforto. Le notizie sulla nostra patria, così negletta e svergognata, sono così avvilenti e insieme scoraggianti da indurmi a credere che abbiamo un grande futuro alle spalle e un orizzonte plumbeo davanti a noi. In quest’estate anomala, il bombardamento mediatico è sottile ma tale da accrescere la voglia di nascondersi in un rifugio antiaerei se non addirittura su una sperduta isola tropicale, non necessariamente dotata di un resort cinque stelle. Ma ciò non eluderebbe il problema, riuscirebbe solo a differirlo. 
Qual è il problema? Ecco la mia tesi: l’Italia è un Paese che non riesce più a essere normale. La disanima dello status quo mi porta a credere che il gioco è fatto, siamo riusciti a trasformare le eccezioni (negative) in regola. Perciò viviamo come sospesi nel vuoto, in un regime di anormalità diffusa e continuativa che abbiamo metabolizzato, per inerzia. Trovo illuminante questo aforisma di Francesco Tullio Altan: “L'italiano è un popolo straordinario. Mi piacerebbe tanto che fosse un popolo normale.” Purtroppo, la normalità è stata bandita da tempo dal nostro Paese. Mi rendo conto che a questo punto del discorso, è doveroso da parte mia spiegare cosa intendo per normalità. Voglio ribaltare la prospettiva, indurre i miei lettori a riflettere sul fatto che la vita in Italia è diventata una via di mezzo fra la pantomima e il dramma, con esiti surreali, che il buon senso è latitante e il futuro è nelle mani di gente cui non affiderei mai le chiavi di casa. In sostanza, viviamo in una società anormale. 
Com’è spiegabile altrimenti che i sacrifici che lo Stato italiano (dopo avere rinunciato alla sovranità nazionale per compiacere l’Europa) ha imposto ai propri cittadini non abbiano prodotto benefici ma solo il peggioramento del debito pubblico e dei servizi, oltre che la crescita della povertà, il crollo dei consumi e del PIL? Come possiamo conciliare il fatto di vivere in un Paese che si definisce democratico e agisce in modo anticostituzionale, imponendo il clima del sospetto e un regime da terrore fiscale degno di Robespierre? Come si spiega che ad ogni nuovo cambio dei musicisti la musica peggiora e ogni proclama di riforme e promesse di cambiamento del sistema politico produce solo effetti opposti? Privilegi di casta, stipendi e pensioni d’oro sono, di fatto, intoccabili. Com’è possibile che la terza carica istituzionale dello Stato ci inviti a rivalutare i nostri “pregiudizi” sulle orde dei clandestini che ci invadono sostenendo che dobbiamo adeguarci al loro stile di vita perché sarà il nostro? Com’è possibile che non riusciamo a portare a casa i due marò ingiustamente trattenuti in India? Com’è possibile che la sicurezza del cittadino sia sempre più incerta e le forze dell’ordine abbiano le mani legate? Com’è possibile che i magistrati siano faziosi come Ultras e i giudici si accaniscano sui deboli, inchinandosi di fronte ai potenti?  Com’è possibile che il comandante Schettino sia invitato a tenere una conferenza sulla gestione del panico all’Università La Sapienza di Roma? Ah già, dimenticavo, l’Italia è l’unico Paese al mondo che premia gli uomini politici e i manager statali imbelli, cioè gli stronzi che hanno ridotto in cenere il tessuto socio-economico, o che gratifica gli imbecilli. Non c’è incongruenza nel concedere spazio e prebende agli sciagurati il cui unico merito è di essere assurti al ruolo di personaggi pubblici! E come possiamo interpretare l’anomalia che la possibilità di trovare lavoro è inversamente proporzionale alle credenziali di chi lo cerca? Se sei preparato, intelligente e bravo ma non hai le conoscenze giuste, sei fottuto. Come si giustifica la prevalenza degli incompetenti nei ruoli cruciali, dei lavativi negli uffici pubblici, degli ignoranti sulle cattedre e delle organizzazioni criminali nei palazzi che contano? Infine, e potrei continuare fino allo sfinimento con le domande, come va considerato il fatto che nessuno, in Italia, osa più parlare di rivoluzione mentre ne servirebbe urgentemente una così devastante da fare tabula rasa delle strutture mentali e materiali, degli apparati e delle lobbies che hanno reso anormale la vita degli italiani? Temo che gli italiani non siano più in grado di ribellarsi. Sarebbe normale farlo, ma poiché non siamo più capaci di vivere normalmente, ci accontentiamo di abbaiare alla luna. Povera Italia! Confesso che rimpiango i tempi in cui sapevi cosa fare e lo facevi senza tante storie, e i conti tornavano e bastava comportarsi bene per vivere più che dignitosamente. Confidavi su tantissime certezze che si sono sbriciolate gradualmente, ineluttabilmente. Regole e prospettive sono saltate, non valgono più. Puoi ritrovarti povero da un momento all’altro o finire in un girone dell’inferno perché hai dimenticato di pagare una multa risibile, il che autorizza l’Agenzia delle Entrate a trattarti come un delinquente. I delinquenti veri, intanto, se la spassano. E non mi riferisco a mafiosi e camorristi collusi con i politici, che hanno sempre fatto festa, ma all’esercito di banchieri, finanzieri, manager, grandi evasori fiscali, palazzinari e speculatori di vario genere che in questa Italia alla canna del gas trovano modo di arricchirsi sempre più. Vi pare normale che ciò accada? 
Ho un ricordo preciso della Prima Repubblica e non ho remore ad affermare che era migliore dell’attuale. La vecchia classe politica (quella dei Fanfani, Moro, Andreotti, Forlani e Craxi, tanto per intenderci) aveva grandi difetti ma l’Italia funzionava, cresceva, era rispettata nel mondo. La Seconda Repubblica è riuscita a trasformarci in un Paese minore, in declino, dove le cose che funzionano sono sempre di meno. Vi sembra normale? A me no. Siamo Italiani, non viviamo nell’Africa subsahariana o nell’America centrale. Mi sono chiesto perché siamo diventati una nazione anormale, incapace di reagire, perché non riusciamo a risollevarci, a comportarci seriamente e fare le riforme di cui abbiamo bisogno. Non è facile rispondere. Forse, la risposta più plausibile oltre che lungimirante, la diede Indro Montanelli: “In Italia non c’è coscienza civile”. Non è proprio così, un po’ di coscienza era rintracciabile fino alla vigilia dell’entrata nell’Eurozona. È scomparsa definitivamente nel terzo millennio, quando l’Euro ci ha catapultato in una realtà alienante, destabilizzante. Da quel momento, vivere normalmente non è più stato possibile, è come se le cose ci fossero sfuggite di mano. Il resto l’ha fatto la nostra sciagurata classe politica e dirigenziale, un pessimo esempio che ha finito per contagiare anche l’uomo della strada. Credo che in questo momento la gente desideri sopra ogni altra cosa avere di nuovo una vita normale. È un desiderio realizzabile? Credo di sì, ma a una condizione: occorre ricostruire una coscienza civile individuale e collettiva. Senza, è impossibile ritrovare la via maestra. In fondo, non serve essere eccezionali per cambiare l’Italia, non dobbiamo imitare Robocop come i tedeschi, i giapponesi o i coreani. Basterebbe una coscienza diversa e l’impegno da parte di tutti di comportarsi bene.