giovedì 7 agosto 2014

L'Italia non riesce più a essere normale

Ho smesso di leggere regolarmente i quotidiani e faccio sempre più fatica a seguire i telegiornali senza avvertire un fastidioso prurito che, dopo avere scavato nel mio animo geyser di sdegno, si trasforma in sconforto. Le notizie sulla nostra patria, così negletta e svergognata, sono così avvilenti e insieme scoraggianti da indurmi a credere che abbiamo un grande futuro alle spalle e un orizzonte plumbeo davanti a noi. In quest’estate anomala, il bombardamento mediatico è sottile ma tale da accrescere la voglia di nascondersi in un rifugio antiaerei se non addirittura su una sperduta isola tropicale, non necessariamente dotata di un resort cinque stelle. Ma ciò non eluderebbe il problema, riuscirebbe solo a differirlo. 
Qual è il problema? Ecco la mia tesi: l’Italia è un Paese che non riesce più a essere normale. La disanima dello status quo mi porta a credere che il gioco è fatto, siamo riusciti a trasformare le eccezioni (negative) in regola. Perciò viviamo come sospesi nel vuoto, in un regime di anormalità diffusa e continuativa che abbiamo metabolizzato, per inerzia. Trovo illuminante questo aforisma di Francesco Tullio Altan: “L'italiano è un popolo straordinario. Mi piacerebbe tanto che fosse un popolo normale.” Purtroppo, la normalità è stata bandita da tempo dal nostro Paese. Mi rendo conto che a questo punto del discorso, è doveroso da parte mia spiegare cosa intendo per normalità. Voglio ribaltare la prospettiva, indurre i miei lettori a riflettere sul fatto che la vita in Italia è diventata una via di mezzo fra la pantomima e il dramma, con esiti surreali, che il buon senso è latitante e il futuro è nelle mani di gente cui non affiderei mai le chiavi di casa. In sostanza, viviamo in una società anormale. 
Com’è spiegabile altrimenti che i sacrifici che lo Stato italiano (dopo avere rinunciato alla sovranità nazionale per compiacere l’Europa) ha imposto ai propri cittadini non abbiano prodotto benefici ma solo il peggioramento del debito pubblico e dei servizi, oltre che la crescita della povertà, il crollo dei consumi e del PIL? Come possiamo conciliare il fatto di vivere in un Paese che si definisce democratico e agisce in modo anticostituzionale, imponendo il clima del sospetto e un regime da terrore fiscale degno di Robespierre? Come si spiega che ad ogni nuovo cambio dei musicisti la musica peggiora e ogni proclama di riforme e promesse di cambiamento del sistema politico produce solo effetti opposti? Privilegi di casta, stipendi e pensioni d’oro sono, di fatto, intoccabili. Com’è possibile che la terza carica istituzionale dello Stato ci inviti a rivalutare i nostri “pregiudizi” sulle orde dei clandestini che ci invadono sostenendo che dobbiamo adeguarci al loro stile di vita perché sarà il nostro? Com’è possibile che non riusciamo a portare a casa i due marò ingiustamente trattenuti in India? Com’è possibile che la sicurezza del cittadino sia sempre più incerta e le forze dell’ordine abbiano le mani legate? Com’è possibile che i magistrati siano faziosi come Ultras e i giudici si accaniscano sui deboli, inchinandosi di fronte ai potenti?  Com’è possibile che il comandante Schettino sia invitato a tenere una conferenza sulla gestione del panico all’Università La Sapienza di Roma? Ah già, dimenticavo, l’Italia è l’unico Paese al mondo che premia gli uomini politici e i manager statali imbelli, cioè gli stronzi che hanno ridotto in cenere il tessuto socio-economico, o che gratifica gli imbecilli. Non c’è incongruenza nel concedere spazio e prebende agli sciagurati il cui unico merito è di essere assurti al ruolo di personaggi pubblici! E come possiamo interpretare l’anomalia che la possibilità di trovare lavoro è inversamente proporzionale alle credenziali di chi lo cerca? Se sei preparato, intelligente e bravo ma non hai le conoscenze giuste, sei fottuto. Come si giustifica la prevalenza degli incompetenti nei ruoli cruciali, dei lavativi negli uffici pubblici, degli ignoranti sulle cattedre e delle organizzazioni criminali nei palazzi che contano? Infine, e potrei continuare fino allo sfinimento con le domande, come va considerato il fatto che nessuno, in Italia, osa più parlare di rivoluzione mentre ne servirebbe urgentemente una così devastante da fare tabula rasa delle strutture mentali e materiali, degli apparati e delle lobbies che hanno reso anormale la vita degli italiani? Temo che gli italiani non siano più in grado di ribellarsi. Sarebbe normale farlo, ma poiché non siamo più capaci di vivere normalmente, ci accontentiamo di abbaiare alla luna. Povera Italia! Confesso che rimpiango i tempi in cui sapevi cosa fare e lo facevi senza tante storie, e i conti tornavano e bastava comportarsi bene per vivere più che dignitosamente. Confidavi su tantissime certezze che si sono sbriciolate gradualmente, ineluttabilmente. Regole e prospettive sono saltate, non valgono più. Puoi ritrovarti povero da un momento all’altro o finire in un girone dell’inferno perché hai dimenticato di pagare una multa risibile, il che autorizza l’Agenzia delle Entrate a trattarti come un delinquente. I delinquenti veri, intanto, se la spassano. E non mi riferisco a mafiosi e camorristi collusi con i politici, che hanno sempre fatto festa, ma all’esercito di banchieri, finanzieri, manager, grandi evasori fiscali, palazzinari e speculatori di vario genere che in questa Italia alla canna del gas trovano modo di arricchirsi sempre più. Vi pare normale che ciò accada? 
Ho un ricordo preciso della Prima Repubblica e non ho remore ad affermare che era migliore dell’attuale. La vecchia classe politica (quella dei Fanfani, Moro, Andreotti, Forlani e Craxi, tanto per intenderci) aveva grandi difetti ma l’Italia funzionava, cresceva, era rispettata nel mondo. La Seconda Repubblica è riuscita a trasformarci in un Paese minore, in declino, dove le cose che funzionano sono sempre di meno. Vi sembra normale? A me no. Siamo Italiani, non viviamo nell’Africa subsahariana o nell’America centrale. Mi sono chiesto perché siamo diventati una nazione anormale, incapace di reagire, perché non riusciamo a risollevarci, a comportarci seriamente e fare le riforme di cui abbiamo bisogno. Non è facile rispondere. Forse, la risposta più plausibile oltre che lungimirante, la diede Indro Montanelli: “In Italia non c’è coscienza civile”. Non è proprio così, un po’ di coscienza era rintracciabile fino alla vigilia dell’entrata nell’Eurozona. È scomparsa definitivamente nel terzo millennio, quando l’Euro ci ha catapultato in una realtà alienante, destabilizzante. Da quel momento, vivere normalmente non è più stato possibile, è come se le cose ci fossero sfuggite di mano. Il resto l’ha fatto la nostra sciagurata classe politica e dirigenziale, un pessimo esempio che ha finito per contagiare anche l’uomo della strada. Credo che in questo momento la gente desideri sopra ogni altra cosa avere di nuovo una vita normale. È un desiderio realizzabile? Credo di sì, ma a una condizione: occorre ricostruire una coscienza civile individuale e collettiva. Senza, è impossibile ritrovare la via maestra. In fondo, non serve essere eccezionali per cambiare l’Italia, non dobbiamo imitare Robocop come i tedeschi, i giapponesi o i coreani. Basterebbe una coscienza diversa e l’impegno da parte di tutti di comportarsi bene.

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