mercoledì 17 settembre 2014

A volte ritornano (lo strano caso del piccione migratore)


Chi potrebbe vantarsi di avere visto volare un Ecptopistes migratorius, volgarmente conosciuto come piccione migratore o colomba migratrice? Nessuno, e il motivo è semplice: questa specie si è estinta cento anni fa. L’ultimo esemplare noto si chiamava Martha e morì il 1 settembre 1914 nello zoo di Cincinnati, nell’Ohio, di cui era una delle maggiori attrazioni. L’Ectopistes migratorius assomigliava a una tortora più che a un piccione o a una colomba e non aveva nulla di singolare, salvo il fatto che c’è stato un tempo in cui era l’uccello più diffuso sulla Terra. Fino ai primi del Novecento era famosissimo. Quando i primi coloni arrivarono in America, solo nelle praterie di quel continente vivevano diversi miliardi di piccioni migratori. Abbiamo testimonianze storiche incredibili in tal senso. Gli stormi, così fitti da oscurare il cielo, erano composti da milioni di esemplari. Volavano lambendo il suolo nelle vaste distese che fornivano loro le granaglie ed era possibile abbattere decine di volatili con un colpo di remi e più di cento con un solo colpo di pistola. Nel 1870, in Canada fu scoperta una colonia immensa che occupava una superficie di 11 x 15 miglia. Erano uccelli migratori ed era normale osservare il passaggio di stormi larghi un paio di chilometri su villaggi e città. Un passaggio che costituiva un evento perché durava per ore. L’Ectopistes migratorius non viveva solo nell’America del Nord e Centrale ma anche in Europa, soprattutto in Francia, Austria, Norvegia e Russia.
Il suo declino ebbe inizio nell’Ottocento e la sua estinzione fu sensazionale oltre che molto rapida. Per certi aspetti, si trattò di un’estinzione di massa quasi improvvisa, simile a quella dei grandi sauri. Cosa la provocò? Le cause furono molteplici. Si va dalle tempeste di grandine all’opera distruttrice dell’uomo, dal disboscamento (che sconvolse il loro habitat) alla caccia spietata. Le battute di caccia erano allucinanti, continue, e poiché la carne di questi uccelli innocui era prelibata, essi furono decimati principalmente per soddisfare la gola. L’ultimo grande sterminio avvenne nel 1878, nel Michigan, dove si registrò l’uccisione di più di un milione di piccioni. Li si uccideva anche per ignoranza e divertimento, non solo per ragioni alimentari. I contadini accorrevano nei luoghi in cui gli stormi si fermavano per riposare e nel cuore della notte incendiavano gli alberi sui cui erano posati e li massacravano a colpi di fucile o di forca. Le carcasse finivano in pasto ai maiali. Pochi animali nel corso della storia hanno subito un trattamento peggiore ed è lecito chiedersi come mai l’Ectopistes migratorius abbia fatto una fine così ingloriosa, opposta a quella di un suo nobile parente, il colombo viaggiatore. Ovviamente, non conosciamo la risposta. Tuttavia ci viene il dubbio che a distanza di un secolo esatto dall’estinzione della specie, causata principalmente dall’uomo, la coscienza collettiva della razza umana nutra un vago senso di colpa. 
Non mi spiegherei altrimenti il fatto che si parla della possibilità di riportare in vita questo uccello estinto. Come? Grazie ai passi da gigante compiuti dalla genetica. Nel marzo 2013, la National Geographic Society ha organizzato una serie di conferenze sul tema. Non si tratta, dunque, di un’ipotesi fantasiosa. I problemi sono altri e numerosi, però. Oltre alle difficoltà scientifiche, emergono resistenze di natura etica. Un’organizzazione nota come Revive & Restore ha arruolato genetisti di fama mondiale e ha varato un progetto dal titolo eloquente: The Great Passenger Pigeon Comeback. Il New York Times ha riportato la notizia che entro il 2020 potrebbe rinascere il piccione migratore. Ma il condizionale è d’obbligo, visti i fallimenti registrati ogni volta che si è tentato di clonare un mammifero o una specie in via d’estinzione, se non addirittura una specie estinta da poco (lo stambecco dei Pirenei). A volte ritornano – recita il titolo di un vecchio film dell’horror tratto dai racconti di Stephen King. Per lo più, ci si riferisce  agli zombies, i morti viventi. Sarà il caso del piccione migratore? In effetti, qualora il progetto di Revive & Restore dovesse concretizzarsi, non assisteremmo al ritorno di una razza estinta ma alla nascita di una nuova razza ibrida creata attraverso il trasferimento di cellule somatiche. I frammenti di DNA dei tessuti di un Ectopistes migratorius conservato in un museo di scienze naturali verrebbero infatti combinati col genoma di una specie vivente correlata. Ne vale la pena? E se anche creassimo in laboratorio uno, cento, mille, un milione di piccioni migratori da liberare nei boschi, che accadrebbe? Assisteremmo a un remake del film Gli uccelli di Alfred Hitchcock? Inoltre, non voglio entrare nel merito della questione morale. Che l’uomo abbia o non abbia il diritto di cullare il sogno di Prometeo è una faccenda che merita uno specifico approfondimento. Per il momento, mi limito a considerare che un piccione migratore redivivo ci porrebbe di fronte a una serie di questioni anche sanitarie non indifferenti. 
In ultima analisi, qualcuno dei miei lettori potrebbe chiedermi: ma con tutti gli argomenti interessanti che ci sono, cosa ti viene in mente di parlarci di un pennuto scomparso cento anni fa di cui non c’interessa nulla? Avete ragione. È che osservando la modesta colonia di Columbia livia (ndr: il banale piccione selvatico occidentale che infesta le nostre piazze) installatasi nel mio giardino, ho provato a immaginare come reagirei se un folto stormo di zombies pennuti, famelici come clandestini extracomunitari, apparisse all’improvviso nei cieli della città in cui vivo. Non so perché ma mi è venuto in mente “il piccione” di Patrick Süskind, il cui occhio fissa e paralizza Jonathan Noel, il protagonista del romanzo. Avete mai fatto caso a come vi guardano i piccioni?

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