mercoledì 10 settembre 2014

Io sto con le forze dell'ordine, sempre (quasi)


La tragica morte di Davide Bifolco, il diciassettenne di Napoli ucciso nel rione Traiano da un carabiniere durante un inseguimento, ha sollevato un mare di polemiche sterili più che il dovuto cordoglio, e come spesso succede nel nostro Paese, sempre più meschino e confuso, si è scatenata una sorta di beatificazione della vittima e, odioso contraltare, la “caccia al carabiniere”. È utile ricordare che il ragazzo – pace all’anima sua – pochi giorni prima di morire aveva scritto su Facebook che la “vita è un gioco, lasciatemi giocare”. Peccato che amasse il gioco d’azzardo. Non saprei come definire altrimenti il fatto che girasse di notte su uno scooter, senza patente e assicurazione, insieme a un latitante e a un altro gentiluomo, e non si sia fermato all’Alt dei carabinieri. Vogliamo chiamarla roulette russa? In effetti, è stato un colpo di pistola a fermare il suo gioco. Il problema, a mio avviso, è che troppa gente gioca con la vita, propria e degli altri. E c’è troppa gente che emette sentenze, dettate dai pregiudizi, senza averne i titoli. Molti – e non solo il lurido sottobosco napoletano che vive all’ombra della camorra e fa della cazzimma e del non rispetto delle leggi il proprio distintivo – ci hanno messo poco meno di tre secondi a schierarsi con la vittima. Umanamente, comprendo il dolore dei familiari e la rabbia degli amici, ma non accetto che un tutore dell’ordine, impegnato nello svolgimento della propria missione, cioè reprimere i reati, sia linciato da buona parte dell’opinione pubblica per avere fatto il suo dovere. Non voglio entrare nel merito della dinamica dell’incidente. Poco m’importa se il colpo è partito accidentalmente o per eccesso di zelo. Lo stabilirà un magistrato. La cosa che trovo importante, direi fondamentale in un Paese democratico e civile, è che fino a prova contraria si stia dalla parte della vita, della legalità, del dovere, per l’appunto.
Credo sia un sacrosanto dovere di ogni persona per bene schierarsi con le forze dell’ordine, mostrare loro solidarietà anche quando sbagliano (purché in buona fede, s’intende). A quelli che si scagliano contro i carabinieri, rei di avere ucciso una “brava persona”, vorrei ricordare le volte in cui le divise delle forze dell’ordine si sono arrossate a causa di “brave persone” incappate in un posto di blocco. Uno su tutti. Ve lo ricordate l’appuntato scelto dei carabinieri Antonio Santarelli? Nel 2011 fu preso a bastonate da quattro giovani reduci da un rave party ed entrò in coma. Aveva osato fare l’alcol test al guidatore, trovandolo positivo, e per questo fu ridotto allo stato vegetale. È morto nel 2012 e gli è stata assegnata la Medaglia d’oro al valor civile, posta sulla bara. Scusate il cinismo, ma della morte di uno dei tanti adolescenti napoletani che hanno scritto in faccia da che parte stanno e che fine faranno, non me ne importa nulla, salvo provare la doverosa pietà cristiana. È la morte degli umili e onesti tutori dell’ordine che mi suscita forti emozioni. Perché? Perché faccio il tifo per loro, sempre. O quasi sempre, sia chiaro. Non nego che possano esserci mele marce nell’Arma dei Carabinieri, nella Polizia di Stato, nella Guardia di Finanza e in generale nelle forze dell’ordine. Ma si tratta di casi che non inficiano il valore e i meriti delle istituzioni. Quello che non sopporto, nella nostra società che ha perso le coordinate morali e non distingue più i buoni dai cattivi, è la facilità vigliacca con cui si riversano sui tutori della legge l’odio, la rabbia, le frustrazioni e le paranoie faziose. È così da sempre, che io ricordi. O quanto meno, da quanto la sinistra populista e quella intellettualoide e salottiera, hanno iniziato il loro sistematico tiro a segno contro le forze dell’ordine, al fine di indebolirle, delegittimarle. Si odiano e disprezzano i carabinieri perché rappresentano il meglio della nazione, quel senso di fedeltà, lealtà, onore e abnegazione che la nostra patria ha smarrito. Si sbeffeggiano i poliziotti con lo slogan A.C.A.B (all cops are bastards) perché li si considera servi dello Stato, ostacoli ai nostri intrallazzi, espressioni di un rispetto delle regole che molti vorrebbero prevaricare. Sì, io sto dalle parte dei carabinieri e lo professo alla stessa maniera in cui Pasolini, dopo la battaglia di Villa Giulia del 1 marzo 1968, in cui si affrontarono studenti e poliziotti, disse “Io sto coi celerini”. Agli studenti, sbigottiti, che gli chiedevano una giustificazione, Pasolini rispose “perché loro sono poveri e voi ricchi”.  Eh già, questo è l’altro aspetto odioso della questione. I tutori dell’ordine sono i nuovi poveri di un povera Italia allo sbando. Sono i paria di uno Stato che è incapace di essere meritocratico e difendere i suoi servitori più fedeli. Ma com’è possibile, mi chiedo, che un maresciallo dei carabinieri percepisca uno stipendio mensile di poco inferiore a 2.500 euro e un usciere di Montecitorio ne guadagni 10.000? E com’è possibile che ci si dimentichi di due militari trattenuti illegalmente in India? Ah già dimenticavo, da noi accadono cose inimmaginabili altrove. Un esempio? Carlo Giuliani, l’anarchico no-global ucciso per legittima difesa da un carabiniere durante gli incidenti del G8 a Genova nel 2001, è ormai prossimo alla canonizzazione. Nel frattempo, a titolo di consolazione, sua madre è diventata una europarlamentare. Ha perso un figlio (è il suo unico merito politico) ma in compenso guadagna quasi 20.000 euro lordi al mese. Un agente della Polizia di Stato trova in busta paga 1.350 euro e facilmente rischia la propria vita un giorno sì e un giorno no per difendere i veri papponi, che non sono quelli che gestiscono i marciapiedi ma quelli che stagnano a Roma e amministrano lo Stato come se fosse una bisca. 
Ho sempre provato simpatia per le divise ma confesso che da quando dedico parte del mio tempo libero al volontariato (guido le ambulanze nelle emergenze 118) la stima e la simpatia che provo per le forze dell’ordine (e voglio aggiungere i vigili del fuoco, uomini veri) sono cresciute. Mi capita spesso di operare con il loro supporto – in occasione non solo degli incidenti stradali ma anche nei casi di risse, atti violenti, problemi psichiatrici e altre variabili – e ho imparato ad apprezzarne la professionalità e insieme l’umanità. Quelli che di fronte a un carabiniere o a un poliziotto si comportano come i tori di fronte a un drappo rosso (negli stadi, nelle manifestazioni, nelle piazze, ecc) dovrebbero indossare i panni dei loro nemici e comprendere quanto siano scomodi, quanto scottino. Se lo facessero con umiltà e senza i pregiudizi che annebbiano la mente e avvelenano il cuore, si renderebbero conto che le forze dell’ordine meritano il nostro rispetto e la nostra gratitudine. Sempre, salvo i casi in cui abusano del loro potere. Succede, è chiaro, e fa rabbia. Ma ci sta. È nella natura umana sbagliare, e indossare una divisa non rende invulnerabili ai rischi. Lo insegnano anche i film e i telefilm americani. Ma questa è un’altra storia.

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