lunedì 20 ottobre 2014

E se il virus Ebola fosse il Cavaliere bianco?


C’è chi pensa che il virus Ebola, di cui si stanno occupando le cronache in un crescendo di allarmismo legittimo, possa essere uno dei quattro Cavalieri dell’Apocalisse di biblica memoria. Il cavaliere bianco, più precisamente, simbolo della pestilenza e per estensione della morte. Lasciando da parte le visioni metaforiche e i richiami a una fine del mondo che non ci sarà, è tutt’altro che infondato il timore che l’Ebola possa costituire da qui a poco un serio problema per il consorzio umano. In effetti, anche se non si può ancora parlare di pandemia (ma di certo è la più grave epidemia dai tempi dell’Aids), è innegabile che sia già in atto un contagio mediatico. Tutti ne parlano, più o meno in buona fede e in maniera competente, e nel farlo ricorrono a formule o riti scaramantici. Niente in confronto a quello che potrebbe accadere se scoppierà l’isteria collettiva. 
Voglio provare a fare chiarezza, giusto per capire com’è la situazione. Comincio col ricordare che l’Ebola – così chiamato perché i primi ceppi furono scoperti nella valle omonima che si trova nella Repubblica Democratica del Congo – è un virus estremamente aggressivo per l’uomo che causa una febbre emorragica e quindi il decesso. Dal 1976, anno del suo esordio, ne sono stati isolati cinque ceppi, quattro dei quali letali. Per trentasette anni, il virus ha fatto il bravo. I contagiati nel mondo erano circa mille ogni anni. Ma poi, nel febbraio 2014, è successo qualcosa di strano e l’Ebola è deflagrato come una bomba a orologeria nello stato africano della Guinea, il primo focolaio dell’epidemia, da cui si è poi diffuso. Non so dire esattamente quante persone si siano ammalate da allora e quante siano morte, non solo nell’Africa Occidentale (l’epicentro è formato da Guinea, Liberia, Sierra Leone e Nigeria) ma nel mondo intero. Non so dirlo perché il bollettino di guerra viene aggiornato continuamente e il numero cresce in modo esponenziale ogni 24 ore. Quel che è certo, è che nei primi otto mesi del 2014 l’Ebola ha mietuto 1.000 vittime contro i 2.293 morti registrati nel corso di tutta la sua carriera. Di questo passo, a fine 2014 i morti si potrebbero contare nell’ordine di diverse migliaia. 
Perché? Sembra una domanda sciocca, ma ripeto: perché l’epidemia non ha trovato ostacoli e si sta diffondendo a una velocità incredibile? Perché non è più controllabile e lo sarà sempre meno nei prossimi mesi? Sembra di assistere a uno di quei film prodotti ultimamente che raccontano come l’umanità sia stata decimata da un virus letale. Per giustificare il fenomeno, che non è fantascientifico ma reale, sono stati chiamati in causa molteplici errori umani, fra cui l’incompetenza di medici e funzionari, i soliti impedimenti burocratici e l’assenza di prevenzione e informazione. Di fatto, l’OMS ha riconosciuto gli sbagli commessi in Africa nel fronteggiare l’emergenza. Ma siamo certi che l’esplosione dell’epidemia sia dovuta a superficialità e negligenza? È mai possibile che un virus così pericoloso sia stato sottovalutato dopo che per trentotto anni è stato tenuto a cuccia? Qualcuno pensa che l’epidemia non sia fortuita ma voluta. I complottisti credono che qualcuno abbia programmato la pandemia per fini utilitaristici. Siamo troppi sul pianeta e poiché non si prevedono guerre mondiali in grado di decimare la popolazione umana, bisogna ricorrere ad altri mezzi. Quelli che decidono le sorti della Terra e si fanno guidare dall’avidità avrebbero dunque deciso di sterminare milioni di esseri umani e di piegarne altrettanti sotto il gioco della paura. Ciò farebbe parte di una strategia di controllo e potere ben precisa, che coinvolgerebbe anche le holding farmaceutiche e l’indotto collegato. Si sa che l’industria della salute campa sulla malattia e che una pandemia aumenterebbe il fatturato. Tra l’altro, ho letto che un vaccino, nella migliore delle ipotesi, non potrebbe essere pronto prima del 2016. Che faremo nel 2015? L’anno prossimo, l’Ebola sarà una superstar adulta, capace di condizionare la nostra vita, di sconvolgere le nostre abitudini. Potrebbe emulare e migliorare la performance della Spagnola, la grande pandemia influenzale che fra il 1918 e il 1920 uccise cinquanta milioni di persone. Non è una mera ipotesi, purtroppo. 
Negli ultimi giorni, ho parlato dell’Ebola con alcuni medici specialisti e con una delle mie figlie, che lavora in ospedale, nel reparto “Malattie infettive”. Ho cercato di capire se in Italia siamo in grado di combattere il virus e come. Mi hanno riso in faccia. In Italia? Al momento non sono in grado di farlo nemmeno negli Stati Uniti d’America. Ho dunque avuto risposte sconsolanti. Siamo impreparati e inermi su molti fronti. Il virus si trasmette attraverso il contatto diretto e per via mucosale (al momento, è escluso il contagio per via aeree) il che significa che la possibilità di essere contagiati senza rendersene conto è significativa, o per lo meno lo sarà quando scoppieranno i primi casi in Italia. Il decorso dal momento in cui si manifestano i primi sintomi all’emorragia interna e la morte è breve, mediamente di cinque giorni. La globalizzazione, in particolare i trasporti e la migrazione clandestina dall’Africa, rende problematico porre freni al rischio. Il fattore rischio, in Italia, è potenzialmente tra i più elevati. Oltre ai continui e discriminati arrivi di extracomunitari provenienti dal continente nero, fra poco dovremo fare i conti con l’Expo di Milano, che porterà milioni di persone in Lombardia. Per quanto l’ospedale Luigi Sacco di Milano, un acclarato centro di riferimento per le emergenze epidemiologiche e le patologie infettive, sia già stato allertato ed è sul piede di guerra, tant’è che ha già predisposto un bunker anti-Ebola con quindici posti letto, mi domando quali ripercussioni potrebbe avere il virus dalle nostre parti. Penso, egoisticamente, a come reagirebbero i volontari del soccorso sanitario come me, che spesso la centrale Areu (118) invia sui luoghi dell’evento medico o traumatico senza poter comunicare informazioni mediche precise. Il che significa, scendere dall’ambulanza e soccorrere persone che accusano febbre e altri sintomi tipici ma non unici dell’Ebola, persone che potrebbero avere contratto la malattia. Non saranno di certo i guanti di lattice o le mascherine attualmente in dotazione sulle ambulanze a tutelare gli operatori, che rischiano di trasformarsi in vittime e untori inconsapevoli. E che dire dei nostri ospedali, di chi lavora al pronto Soccorso? In Italia, mancano i dispositivi di protezione adeguati e il personale sanitario è impreparato. Temo che il nostro sistema sanitario potrebbe collassare se l’Ebola prendesse di mira il Bel Paese. A meno che, il virus non si riveli una bolla di sapone.
Alla domanda nel titolo non so cosa rispondere. So che il cuore mi dice che tutto andrà bene, che anche questo virus, come linfluenza aviaria e la SARS, sarà imbavagliato. In fondo, pare che l’infermiera spagnola che ha contratto l’Ebola stia guarendo. Nello stesso tempo, sono in ansia. La mente mi suggerisce che presto dovremo fare i conti con il Cavaliere bianco e saranno c… amari, per essere esplicito.
Si salvi chi può. E mi raccomando, prima i bambini e le donne.

mercoledì 1 ottobre 2014

Nonni di tutto il mondo unitevi e seminate luce

Mi sono piaciute le parole con cui il Papa ha salutato i nonni, esaltandone il ruolo affettivo e sociale in un mondo dove gli anziani hanno ormai perso l’alone di saggezza e imprescindibilità che avevano una volta. Francesco I ha ricordato che i nonni costituiscono ancora una risorsa, affermando che “sono un albero vivo che anche nella vecchiaia non smette di portare frutti”. Il paradosso è che la parola nonno, che è di origine greca, significa “venerabile”, mentre oggi i giovani sanno venerare solo le popstar, i divi del cinema, i campioni sportivi e i falsi profeti. Si può affermare che anche i nonni sono in declino, come molti settori della società? Di più, rischiano di apparire figure inutili e patetiche in una realtà in cui prevalgono surrogati più seducenti? Mi riferisco al fatto che il loro ruolo educativo è stato in buona parte soppiantato da Internet. Un tempo, i nipoti chiedevano avidamente ai nonni “perché?”, “cos’è?” e “come funziona?”. Oggi, cercano le risposte attraverso Google, Youtube e Wikipedia. Quand’ero piccolo, i nonni erano fornitori di passatempi. Anche il loro tradizionale ruolo ludico sembra decaduto. La televisione ha sostituito i vecchi giochi e l’affabulazione. Quanti sono i bambini che chiedono ancora “nonno raccontami una storia” rispetto a quelli che passano ore e ore davanti al televisore, e non solo per vedere i cartoni animati? Molti nipoti non cercano più i nonni, non ne hanno bisogno o così credono. 
In realtà, il ruolo affettivo dei nonni è insostituibile. Così come quello formativo; solo i nonni possono trasmettere alle nuove generazioni il patrimonio di tradizioni familiari e popolari, di principi e valori che altrimenti andrebbe perduto. Sono staffettisti cui spetta il compito di consegnare un prezioso testimone morale e spirituale. Peccato che molti nonni ignorino la bellezza del loro ruolo e desistano, per egoismo o stanchezza, perdendosi qualcosa di sensazionale. Già, perché essere nonni è una fortuna cosmica e saper fare i nonni (non è la stessa cosa) è una sorta di rivoluzione copernicana. 
L’ho compreso da poco, da quando, nel giro di tre anni, sono passato da zero a quattro nipotini, entrando alla grande nel club dei nonni. Prima non immaginavo quali conseguenze avesse dedicare parte del proprio tempo e donare una fetta del proprio cuore a degli amabili “nanetti” (come li chiama l’unica delle mie figlie ancora priva di prole) che risucchiano la tua energia come un’idrovora assorbe l’acqua, e in cambio ti riempiono di allegria, amore, meraviglia. Avevo già provato l’intera gamma delle mozioni affettive mettendo al mondo e crescendo tre figlie. Pensavo che badare a dei nipotini fosse diverso e di fatto lo è. Stranamente, provi emozioni ancora più intense, viscerali. Quando la figlia di tua figlia afferra per la prima volta il tuo dito con la sua piccola mano, avverti un’emozione devastante, mai provata prima. In realtà non è vero, hai già vissuto quel momento come padre o madre. Il fatto è che tu non sei più la persona che eri quando tenevi in braccio tua figlia. Adesso sei diverso, più vecchio, più esperto e provato dalla vita. Quel gesto semplice ma profondo che un tempo ti commosse ed esaltò, oggi ti scardina, ti fa cadere dal piedistallo, abbatte le tue fortificazioni, ti fa tornare docile. Credo sia questa la differenza fondamentale; come genitore hai l’obbligo di comportarti da adulto, come nonno hai la facoltà di tornare bambino e quindi fragile pur nella tua sicurezza, ingenuo pur nella tua concretezza, arrendevole pur nella tua fermezza. Sam Levenson, un umorista americano del XX secolo, ha scritto: “I giocattoli più semplici, quelli che anche i bambini più piccoli riescono a usare, vengono chiamati nonni”. Ha ragione. Quando i miei nipotini s’incollano a me e infieriscono su di me come se fossi di gomma, capisco di essere un giocattolo fantastico per loro. Capisco che il legame fra i nonni e i nipoti è un filo d’oro che non si spezzerà mai. Per me, è così che funziona. I miei nonni continuano a vivere nel mio cuore, il loro ricordo mi è di grande conforto nella vita e cerco di essere come loro. 
Ho parlato di rivoluzione copernicana e voglio precisarne gli effetti sulla mia persona. Diventare nonno ha significato acquisire una visione della vita di tipo eliocentrico. Tradotto in parole povere vuol dire che ho smesso di essere il centro della galassia per iniziare a ruotare intorno al sole. Inutile specificare che il mio sole sono le mie tre nipotine Deva, Maya e Ariel e il mio ometto Theodore, per tutti Teddy Bear. Sono entrati nella mia vita come un vento fresco e carezzevole, latore di benessere e armonia. Ecco cosa accade quando diventi nonno; il tuo modo di pensare e agire cambia e avviene una metamorfosi. Ti trasformi in un essere umano diverso rispetto a quello che eri. Io, ad esempio, una volta consapevolizzato il mio nuovo ruolo esistenziale, ho revisionato anche la mia vita. È come se finalmente avessi compreso il senso della vita stessa e mi fossi adeguato a questa rivoluzione. Avere dei nipotini cui donare amore e conoscenza, sicurezza e gioia, non può che modificare la tua scala dei valori. Ti accorgi che il tempo delle ambizioni e della competizione è finito, che non vale la pena arrabbiarsi né lamentarsi in continuazione, che accontentarsi è meglio, che la nostra unica ricchezza sta nel ricordo che lasceremo di noi. Ai nostri nipoti, soprattutto. Per questa ragione, diventi più calmo, più sereno, più filosofo. Forse, avere dei nipotini è la scorciatoia per la vera sapienza, che difficilmente puoi raggiungere solo attraverso i libri, i viaggi e le esperienze di vita. Non tutti i nonni sono uguali, sia chiaro. Immagino che ne esistano di insopportabili, così come esistono i nipotini pestiferi che avresti vogli di mettere in un sacco e far rotolare giù dalla china. Ma nulla è frutto del caso. 
Domani, giornata in cui ricorre la festa nazionale dei nonni, istituita nel 2005, e insieme la festa degli angeli custodi (è un caso?), sarebbe bello se tutti i nonni e le nonne del mondo si unissero in un ideale abbraccio. L’energia che tale abbraccio produrrebbe sarebbe così corroborante da riportare un po’ di sano entusiasmo nel consorzio umano. E se tutti i nonni e le nonne del mondo sorridessero come quando il loro nipotino sussurra “ti voglio bene”, uno tsunami d’amore travolgerebbe le barriere della diffidenza e dell’intolleranza che i popoli hanno eretto. È solo un sogno, purtroppo. Pensare che a governare il pianeta sia un senato composto da nonni che mettono al primo posto il bene di chi si ama è un’utopia, ciò nonostante nulla ci vieta di sperare che i nuovi bambini, molti dei quali sono speciali, possano avere nonni altrettanto speciali. Nonni capace di mettere a dimora nei nipoti semi di luce.