sabato 22 novembre 2014

Italiani, senz'arte né parte

Ho visto in TV, su Sky Cinema, il film Aspirante Vedovo, interpretato da Fabio De Luigi e Luciana Littizzetto. È il remake della famosa pellicola Il Vedovo del 1959 diretta da Dino Risi, di cui furono splendidi protagonisti Alberto Sordi e Franca Valeri. La storia è simile. Per il resto, sul piano qualitativo e stilistico, la differenza è abissale. Il film in cui Sordi interpreta l’industriale romano Alberto Nardi, sposato con la spregiudicata milanese Elvira Almiraghi, è un capolavoro rispetto al modestissimo rifacimento del 2013. Ho buttato via una serata, ma ho avuto modo di riflettere su come è cambiata l’Italia, e di quanto siano diventati mediocri e incolori gli italiani negli ultimi trenta/quarant’anni. Non solo in ambito artistico, sia chiaro, ma nell’arco di 360°C. 
Cominciamo, tuttavia, a considerare proprio l’ambito artistico. Le muse sono emigrate altrove. Se pensiamo al cinema di ieri e a quello di oggi, non ci resta che piangere, come direbbe Troisi. Di grandi attori come Sordi, Manfredi, Gassman, Tognazzi e Mastroianni non ne abbiamo più, da tempo. Né possiamo pensare che Cristiana Capotondi o Ambra Angiolini siano grandi attrici, come lo erano Anna Magnani, Monica Vitti e Sophia Loren. E che dire dei registi? Per quanto ci siano in Italia alcuni registi di valore indiscusso come Soldini, Amelio, Tornatore, Virzi e Bellocchio, non possiamo certo paragonarli ai mostri sacri De Sica, Visconti, Fellini, Rossellini, Monicelli e Antonioni.
Il cinema non è l’unico ambito in cui abbiamo perso qualità e valore. Consideriamo la letteratura. Qui il confronto è umiliante. Basta leggere l’elenco dei recenti vincitori del Premio Strega e del Campiello, o considerare i dati delle vendite in libreria, per farsi prendere dallo sconforto. L’ultimo grande libro di narrativa scritto in lingua italiana, l’ultima opera di livello letterario mondiale, è Il nome della rosa di Umberto Eco, pubblicato nel 1980. Se confronto i migliori narratori contemporanei (per lo meno quelli che vendono più copie, come Ammaniti, Veronesi, De Carlo, De Luca e i sopravvalutati Saviano e Volo) con i grandi scrittori italiani di un passato nemmeno troppo lontano (Calvino, Moravia, Sciascia, Berto, Morante, ecc), mi viene il latte alle ginocchia. Forse è vero che la letteratura è morta, ma solo in Italia. E scusate se rimpiango i grandi cantautori degli anni Settanta e Ottanta, alcuni dei quali, per nostra fortuna, tengono duro e calcano ancora le scene, magari con le stampelle. Il panorama odierno è avvilente. Se in una ipotetica sfida in stile fantacalcio schierassimo una Nazionale Cantanti composta da Vecchioni, Dalla, De Gregori, Morandi, Venditti, Renato Zero, Celentano, Branduardi, De André, Zucchero e Vasco Rossi, contro i fenomeni della discografia odierna (Fedez, Mengoni, Negramaro, Modà, Emma, Amoroso) non ci sarebbe partita. 
La decadenza dell’italico estro è visibile in ogni campo, non solo in quello artistico. Pensiamo allo sport. Consideriamo quanto valgono oggi in ambito internazionale le nostre squadre di club più titolate. O quanto valgano gli “Azzurri” che negli ultimi due mondiali di calcio hanno sfigurato. Basta mettere a confronto l’Italia che fu battuta in finale dal Brasile più forte di tuti i tempi nel 1970 o quella che trionfò in Spagna nel 1982 con l’Italietta di Prandelli per sentirci piccoli piccoli. In molti altre discipline sportive siamo letteralmente crollati o non siamo più vincenti. Basti pensare all’Atletica Leggera, che di tutti gli sport è quello paradigmatico perché indica l’attitudine atletica di un popolo e la vocazione formativa della scuola. Siamo insignificanti. Eppure, abbiamo avuto campioni come Mennea, Baldini, Bordin, Damilano e grandi atlete come la Simeoni, la Sidoti e la May. E che dire della Ferrari? Non ne azzecca più una da anni, come se i nostri ingegneri e meccanici fossero diventati imbelli e non ci capissero più nulla.
Sono tanti i settori in cui abbiamo alzato bandiera bianca per manifesta incapacità. La nostra resa è palese se analizziamo l’ambito politico ed economico. Non siamo più capaci di produrre uomini politici coraggiosi, amministratori pubblici onesti, statisti e governanti di un certo spessore, dirigenti autorevoli ed efficienti. Affidiamo le cariche istituzionali a gentucola sprovveduta, raccomandata, indegna di rappresentarci. Ricicliamo chi ha fallito nella gestione delle società statali o delle banche, li premiamo anziché prenderli a calci nel culo. Le aziende più floride le facciamo fallire e quelle rappresentative le vendiamo per quattro ghelli agli stranieri, che tanto a chi ci governa non gliene frega niente del futuro del Paese, dei nostri figli e nipoti. Una volta non era così. Avevamo più orgoglio, più dignità, più passione. I nostri errori erano compensati dalle nostre intuizioni, dai nostri successi. Adesso, sappiamo solo lamentarci e subire. A volte, ho come l’impressione che il declino dell’Italia sia inarrestabile, che presto diventeremo una nazione insignificante. Una semplice espressione geografica direbbe il Metternich. La colpa non è sempre e solo di chi sta nella stanza dei bottoni e gioca con le nostre vite, conoscendo, per altro, ununica strategia, quella di affamare il popolo per fiaccarlo, renderlo debole e pusillanime. 
La colpa, mi spiace dirlo, è nostra. Noi italiani siamo cambiati. Il cambiamento è sinonimo di peggioramento. Oggi, molti, troppi italiani sono senz’arte né parte. Non hanno idee, non hanno voglia, non hanno i coglioni. Ma hanno tante pretese, arroganza e invidia. Sono mediocri, meschini, irriconoscibili e si comportano come amebe. Lo so, le attenuanti e le giustificazioni si sprecano. Non è facile vivere e farsi strada in un contesto mortificante, in una realtà dove mancano le forze e la speranza. Ed è vergognoso riscontrare alcuni dati di fatto. La scuola ha fallito. La famiglia ha fallito. La politica ha fallito. Gli italiani che hanno talento scappano all’estero. Al depauperamento delle risorse umane fa da contraltare il fenomeno dell’immigrazione, la multietnicità che anziché rivelarsi una ricchezza si trasforma in un insopportabile gravame. Siamo in un mulinello che ci trascina verso il basso e agitarsi rende ancora più penoso ogni nostro tentativo di metterci in salvo.
Mi chiedo perché. Cosa è successo, di cui nessuno si è accorto, perché avvenisse una metamorfosi così drammatica? Chi o cosa ha tolto vigore, entusiasmo e capacità al popolo italiano, che ha sempre saputo reagire, soprattutto nei momenti di maggiore difficoltà, ma che oggi sembra impotente, stremato, avviluppato in una ragnatela come l’ape che ha smesso di produrre miele e ha perso l’orientamento in volo. Non ho la risposta, è ovvio. Ho solo il cuore gonfio di amarezza. Soffro a vedere la mia patria che va alla deriva, e per quanto io confidi nell’infanzia, giacché penso che i bambini nati negli ultimi dieci anni siano speciali e cambieranno il mondo, non riesco a sopportare la decadenza che vedo intorno a me, ovunque, ogni giorno. Senza arte né parte, è impossibile cambiare lo status quo. 
Voglia Iddio che i nostri nipoti crescano forti e sani, ribelli e audaci per abbattere un sistema che è in metastasi e crearne uno nuovo, più giusto, fondato sull’amore, il talento e l’intraprendenza.

Nessun commento:

Posta un commento