venerdì 27 febbraio 2015

La furia iconoclasta di un Islam subumano



Quando si parla dello Stato Islamico, più noto come Isis, cioè il gruppo terroristico islamista attivo in Siria e Iraq balzato alla cronaca per gli orrori di cui si è macchiato, non esistono i “se” e i “ma”. È un pericoloso abominio, un cancro da estirpare prima che si trasformi in metastasi. Non mi ha dunque sorpreso l’ultima “performance” di questi subumani, che è meno tragica delle decapitazioni degli ostaggi ma altrettanto significativa di una forma mentis che fa ribrezzo. Mi riferisco allo scempio attuato a Mossul contro le opere d’arte e archeologiche di Ninive, una delle più famose e splendide città dell’antichità. Poiché amo la storia e l’archeologia, voglio rimarcare che Ninive (fondata, forse, nel 2.028 a.C.) raggiunse l’apice del suo splendore nel VII secolo a.C,. ai tempi del re Assurbanipal, e che le sue mura si estendevano per dodici chilometri. A tale proposito, devo precisare che la furia iconoclasta dell’Isis si era già scatenata contro parte delle restanti mura e sulla moschea di Giona prima di abbattersi sui manufatti conservati al Museo. Ninive fu un acclarato centro religioso, culturale e politico, un luogo magnifico che è citato in otto libri della Bibbia, compresi i Vangeli di Matteo e Luca. Gli scavi ne hanno confermato la bellezza e importanza. Basti pensare che sono state ritrovate 25.000 tavolette cuneiformi della grande biblioteca di Assurbanipal. 
I miliziani del gruppo di Al-Baghdadi hanno diffuso un filmato propagandistico in cui prendono a martellate i reperti assiri, provocando danni incalcolabili a testimonianze storico-artistiche di inestimabile valore. Pare che i jihadisti abbiano creato una speciale unità di distruzione, detta Katayib Taswiya (“battaglione di demolizione”), la cui furia è finalizzata a creare spettacolo e indignazione. Si tratterebbe, dunque, di una strategia di guerra, una macchina di propaganda. In effetti, alcune fonti attendibili suggeriscono che lo scempio di Mossul sarebbe calcolato: alla distruzione delle statue (soprattutto quelle che hanno forma umana) farebbe da contraltare un diverso trattamento riservato ai tesori più preziosi o di piccole dimensioni, e quindi più facili da piazzare. Si sospetta che mentre danno in pasto all’opinione pubblica bravate iconoclaste, i subumani contrabbandino all’estero parte del patrimonio artistico della civiltà assiro-babilonese. Subumani, certo, ma scaltri al punto giusto di procacciarsi i finanziamenti con metodi più consoni ai sordidi tombaroli che ai guerrieri di Allah. Sta di fatto che il patrimonio artistico dell’antica Mesopotamia è in pericolo e che, al momento, è impossibile arginare il rischio di nuovi oltraggi perpetrati nei confronti del patrimonio archeologico e artistico dell’Iraq, comprese le chiese, le moschee non salafite e i santuari costruiti sui luoghi di sepoltura di profeti e santi musulmani. Quello che stupisce è l’universalità della follia dei militanti del Califfato: non fanno distinzioni e distruggono le proprie radici. Non è difficile immaginare cosa farebbero se riuscissero a sventolare i loro vessilli di morte sulle città degli infedeli, a cominciare da Roma! 
Per altro, i subumani agiscono secondo un copione già visto. Chi non ricorda cosa fecero i talebani in Afghanistan, un Paese dove ho vissuto e dove ho raccolto diverse testimonianze dirette, soprattutto quando visitai il Museo di Kabul? Il 12 marzo 2001, gli studenti coranici distrussero con la dinamite gli enormi Buddha di Bamyan (alti 53 e 38 m.), provocando lo sbigottimento e la rabbia del mondo intero. Le due statue del Buddha scolpite nella roccia della valle di Bamyan, posta sulla via della Seta, era state realizzate dalla comunità buddhista Lokottaravadin e risalivano a 1500/1800 anni fa. È dunque una costante dei fanatici islamici fare tabula rasa dei monumenti che considerano blasfemi. La loro ignoranza e ferocia è impressionante. 
Ho avuto modo di discutere del fenomeno con alcune persone che ci tenevano a fare un distinguo. Sostenevano che L’Islam non è iconoclasta e che non si deve fare di tutta un’erba un fascio. Mi hanno ricordato che nei tempi d’oro, quando conquistarono l’Africa del Nord e mezza Europa, i musulmani si distinsero per il grande rispetto delle civiltà preesistenti e l’amore per l’arte e il bello in generale. Come se non lo sapessi! Nessuno mette in dubbio che gli arabi fossero civili e tolleranti, e che hanno dato un grande contributo al progresso umano. Ciò non toglie che l’iconoclastia religiosa sia un tallone d’Achille dell’Islam. Non possiamo dimenticarci, ad esempio, che la distruzione della Biblioteca di Alessandria fu perpetrata nel 642 da un comandante delle truppe arabe dopo avere ricevere un ordine scellerato dal suo superiore. Si tramanda che costui abbia fatto la seguente riflessione: “In questi libri o ci sono cose già presenti nel Corano o ci sono cose che non fanno parte. Se sono presenti risultano inutili e se non ci sono possono essere dannose. In ogni caso, vanno distrutte.” È il modo di pensare di molti musulmani. Per chi non lo sapesse, infatti, in tutto il mondo islamico vige l’iconoclastia, cioè il divieto di raffigurare non solo le persone ma anche gli esseri animati. In particolare, dipingere o scolpire un corpo umano è un atto peccaminoso. Idem per le foto e i filmati. Raffigurare il Profeta o Allah (Charlie Hebdo docet) è blasfemia. Eppure, non fu sempre così. Nel Museo Islamico del Cairo ci sono opere d’arte dell’epoca fatimidica in cui ci sono raffigurazioni umane. E che dire dell’arte indiana dei Moghul? Ciò non toglie che sebbene nel Corano non ci sia traccia di condanna, il divieto è ribadito in molti Ahadith, i discorsi di Maometto ai suoi discepoli, per cui il mondo islamico accoglie l’idea che la creazione di surah (forme, figure, immagini) sia haram, cioè una pratica proibita. Intendo, ovviamente, statue,  idoli e illustrazioni. 
Fa specie che fino a un secolo fa l’Islam fosse più tollerante di oggi in merito alla libertà d’espressione, e quindi artistica. Gli artisti musulmani dipingevano immagini di Maometto senza rischiare la vita. Da ciò si evince che l’Islam contemporaneo è malato. Anche se i musulmani moderati non approvano la furia iconoclasta dei nuovi barbari di Allah, l’estremismo islamico sta dilagando, corrompe le menti e contagia la massa ignorante e facilmente manipolabile. Non c’è idea più coinvolgente di quella che attizza gli animi e mitiga le proprie frustrazioni. Aspettiamoci che l’Isis, una realtà subdola e “marketing oriented”, possa reclutare manovalanza in tutto il mondo, Italia compresa. Purtroppo, di subumani impotenti, incapaci di costruire ma pronti a distruggere, ce ne sono troppi.

lunedì 23 febbraio 2015

La gazza, più Lord Brummel che Arsenio Lupin


Ogni tanto, mi capita di essere distratto da uno strepitio insistente proveniente dal mio giardino, simile al gracchiare del corvo ma più gradevole. So già di che si tratta ma il più delle volte non resisto all’idea di affacciarmi o uscire per godermi lo spettacolo di due gazze che hanno nidificato su un albero. Ignoro le ragioni del loro schiamazzo ma ho come l’impressione che vogliano farsi notare. Eh già, perché la Pica pica (è questo il nome che Linneo diede alla gazza) è un uccello vanitoso oltre che iperattivo. Ne ha ben donde, la sua silhouette elegante e raffinata merita d’essere ammirata. Per colpa di Rossini, questo corvide gode di una fama ingiusta. La gazza ladra, è così che la definì il compositore romagnolo, o meglio definì la povera Ninetta, la ladra di posate protagonista dell’opera lirica di cui è molto famosa l’ouverture. In realtà, anche se la gazza è attirata da tutto ciò che luccica, non è più ladra di quanto non lo sia qualsiasi scimmia o rapace. Si dice che nasconda nel nido gli oggetti metallici che trova in giro e che ami depredare i nidi degli altri volatili. Ho letto recentemente che in una ricerca fatta esplorando cinquecento nidi di gazza in un grande parco non è stato trovato alcun oggetto scintillante, neppure un pezzo di stagnola. Cionostante, la sua fama di Arsenio Lupin è incrollabile. Basta osservarla per qualche istante e ci si rende conto che se proprio volessimo paragonarla a un essere umano, non importa se reale o personaggio di fantasia, sarebbe più giusto attribuirle il titolo di Lord George Brummel. Questo nobile inglese detto il “Beau”, cioè il Bello, vissuto a cavallo fra il XVIII e il XIX secolo, è infatti considerato l’arbiter elegantiae per eccellenza. Pare che nessuno sapesse vestirsi con gusto come lui e gli attribuisce il merito di avere inventato la divisa maschile classica “giacca blu con pantaloni grigi” in un’epoca in cui si preferivano i colori sgargianti. Fateci caso, l’eleganza della gazza è inequivocabile, come quella di Lord Brummel. Il suo piumaggio bianco e nero, dai riflessi che variano dal blu notte al verde metallico, è semplice ma degno di una sfilata di moda in uno Yacht Club. Si ha l’impressione che indossi uno smoking lucente. Ma è da come saltella fra i rami o nel prato che si evince la grazia, la levità, la finezza di questo ballerino con le ali arrotondate. Quando le spiega in volo, rendendosi protagonista di lunghe planate e veloci battiti, ricorda il triplano del celebre asso dell’aviazione tedesca Manfred von Richthofen, il “Barone rosso”. A dire il vero, il suo Fokker era verniciato di rosso ma ciò che balzava agli occhi era la croce patente nera su fondo bianco. A proposito di Germania, è proprio nella mitologia tedesca che la gazza figura come la messaggera degli dei. Peccato che taluni la considerassero anche l’uccello della dea della morte Hel, e perciò fosse additata come un uccello del malaugurio. Sempre in Germania, dove non era molto amata, le fu attribuito il titolo di uccello delle streghe e degli stregoni, e quindi del patibolo. Sciocchezze! Mi è difficile ravvisare nelle gazze del mio giardino questi caratteri nefasti. Per la maggior parte della giornata, le gazze se ne stanno sui rami degli alberi e non dettano cattivi presagi. Scendono al suolo solo per procurarsi il cibo e non è raro che saltellando sul prato, sollevando la lunga coda, si avvicinino al punto dove mia moglie lascia briciole di pane e riso cotto destinato a chiunque (dai passerotti alle lucertole) sia di passaggio e abbia fame. So che le gazze temono le cornacchie e i rapaci, le cui sortite sono frequenti nella zona collinare in cui vivo. Quando un falco monitorizza il territorio, le mie gazze si agitano oppure cambiano aria. Consentitemi una battuta: non devono nemmeno cambiarsi d’abito qualora decidessero di andare a teatro. Delle gazze apprezzo un’altra caratteristica; sono una specie monogama. Le coppie, una volta formatesi, restano insieme per tutta la vita. Le femmine depongono una sola covata all’anno, solitamente in primavera. Entrambi i genitori si occupano dei piccoli, che imparano a volare e lasciano il nido mediamente 22-24 giorni dopo la nascita. Osservando le gazze insediatesi chez moi, ho avuto modo di notare altre caratteristiche. Mi sento di affermare che sono furbe, guardinghe e sospettose, molto territoriali e perciò combattive. Non temono i mie cani (interessati solo ai piccioni) e tanto più l’uomo. In caso di pericolo, i loro strilli acuti sono vertiginosi. L’estate scorsa, dopo il tramonto, si scatenò il putiferio in un fondo abbandonato e incolto che confina con la mia proprietà. Grazie al fascio di luce di una pila, mi accorsi che le mie gazze stavano cercando di dissuadere un predatore notturno, forse un gatto selvatico. Ci riuscirono. Ho letto da qualche parte che condividono con l’uomo, i primati e i delfini la prerogativa di riconoscere la propria immagine riflessa in uno specchio. Mi piace immaginare che non sappiano resistere alla tentazione di chiedere allo specchio delle brame chi sia la gazza più bella del reame. So, inoltre, che sono in grado di usare gli oggetti come strumenti. È dunque impossibile, oltre che ingeneroso, rimanere indifferenti di fronte a una creatura così ingegnosa. Certamente non ci riescono i poeti. Ada Merini fu colpita da questi uccelli; nel 1958, scrisse venti poesie-ritratti dal titolo La gazza ladra. Di Salvatore Quasimodo amo una bellissima poesia, contenuta nella raccolta Ed è subito sera, che si conclude con queste parole “Ride la gazza, nera sugli aranci”. 
Anche oggi è scesa la sera e sono contento di avere ammirato le mie gazze. A un tratto, mi è venuto in mente che secondo una vecchia leggenda la gazza è l’unico animale che si rifiutò di entrare nell’arca di Noè. Pur tuttavia, restò appollaiata sul tetto della mastodontica imbarcazione per tutta la durata del diluvio. Questo mito ha generato la credenza che quando una gazza costruisce il nido sul tetto di una casa, il proprietario della stessa deve compiacersi perché quella casa non crollerà mai. Sarà vero? Poco importa. A me basta sapere che il mio Lord Brummel e la sua compagna se ne stanno sui rami dell’acero per provare una piccola emozione e un presentimento. Non può crollare la casa in cui regnano il rispetto e l’amore.

venerdì 20 febbraio 2015

Il matrimonio omosessuale è un cavallo di Troia

Per quanto la nostra società sia alla deriva e il relativismo stia contagiando la popolazione italiana, sprofondandola nel caos etico e culturale, ogni tanto si tira il fiato e ci s’illude di potere arginare la decadenza che molti hanno il coraggio di definire “progressismo”. Nella fattispecie, mi riferisco a un fatto di cronaca piccolo piccolo ma insieme eclatante. Il prefetto di Milano ha nominato un commissario ad acta che ha cancellato la trascrizione dei tredici matrimoni omosessuali celebrati all’estero fatta dal sindaco meneghino Giuliano Pisapia. Apriti cielo! La decisione del prefetto è stata definita un atto oscurantista e provocatorio dalle lobbies gay. Non è, per altro, il primo caso. Il 29 ottobre 2014, un commissario ad acta del prefetto di Udine aveva cancellato la trascrizione del matrimonio omosessuale contratto all’estero da una cittadina friulana. Forse che i prefetti sono omofobi? Non credo, mi pare si limitino a rispettare le leggi della Repubblica Italiana, a differenza di certi sindaci che si credono onnipotenti e “moralmente superiori”. La Legge è chiara: l’unico matrimonio contemplato è quello fra coniugi di sesso diverso. A scanso di equivoci, la Consulta ha ribadito che “le unioni omosessuali non possono essere ritenute omogenee al matrimonio” (ordinanza del 22 luglio 2010 n° 276) e recentemente (9 febbraio 2015) la Cassazione ha ribadito un NO secco alle nozze gay. La Suprema Corte ha infatti detto chiaramente che “il vincolo del matrimonio non va esteso agli omosessuali”. Purtroppo per Pisapia e gli iconoclasti del matrimonio tradizionale, in Italia vige ancora il rispetto del diritto romano. 
A tale proposito, vorrei ricordare che la parola matrimonio è di origini latine ed è formata da mater (genitrice) e munus (compito, dovere), da cui si evince che il matrimonium è inteso come un legame in cui la figura femminile è imprescindibile, un’istituzione atta a rendere legittimi i figli nati dall’unione di una donna e di un uomo (al quale spettava, come contraltare, il patrimonium, cioè il dovere di provvedere ai figli e al sostentamento della famiglia). Ne consegue che la parola “matrimonio” può indicare solo l’unione fra individui di sesso diverso. Utilizzarla diversamente, per accreditare unioni anomale, privi di una mater, ad esempio, o con due matres, è un atto di forza finalizzato a scardinare la linguistica oltre che il buon senso, l’etica e tradizioni millenarie. In sostanza, il cosiddetto “matrimonio omosessuale” è una forzatura, un tentativo di imporre con il grimaldello una anormalità. Mettere sullo stesso piano una coppia eterosessuale e una omosessuale è assurdo. Credo sia giusto e sacrosanto che le coppie omosessuali non siano discriminate ma tutelate, tuttavia dovrebbero rinunciare alla pretesa di unirsi in matrimonio, accontentandosi di vedere sancita e protetta dalle leggi la loro unione. Purché sia chiamata “unione”, perché non è nulla di più. 
Personalmente, se fossi gay, mi sentirei soddisfatto se la mia relazione affettiva fosse sancita dalla Legge e “vidimata” da una celebrazione come la “benedizione delle convivenze” in uso nell’ebraismo riformato o liberale, che non ha la pretesa di scimmiottare il matrimonio pur consacrando il vincolo davanti a Dio. Agli omosessuali non serve la parodia del matrimonio, ma una benedizione. E serve uno Statuto che riconosca le coppie di fatto. Sarebbe imperdonabile cedere alle pressioni delle forze politiche, mediatiche, culturali e finanziarie che non sanno distinguere tra progresso e dissolutezza e perciò premono perché anche in Italia, come in altri Paesi, un nuovo ordinamento giuridico riconosca ed equipari il matrimonio gay a quello canonico. A che scopo, mi domando? La risposta è ovvia. In realtà, ai promotori del matrimonio gay non importa nulla dei gay. Da anni, i contorti opinion makers stanno manipolando l’opinione pubblica, sottoponendola a una forte pressione, così da cambiare il comune sentire nei confronti dell’omosessualità, renderla legittima e premiante. Lo scopo di questo cambiamento di paradigma è indebolire e distruggere i valori portanti (come la famiglia), indebolire i legami sociali, anestetizzare le menti e rendere la massa umana confusa, debole e vulnerabile. Il matrimonio gay è una pedina fondamentale di questa subdola strategia, costituisce, infatti, il passepartout per la diffusione dell’omogenitorialità, che priva il bambino della necessaria complementarietà genitoriale data dal fatto di avere un padre di sesso maschile e una madre di sesso femminile. Un bambino con due papà o due mamme ha buone probabilità di diventare un adulto confuso in merito ai ruoli e alle identità sessuali, refrattario ai valori tradizionali ed estremamente vulnerabile e manipolabile. 
A questo punto, mi pongo alcune semplici domande. Il matrimonio è in crisi ovunque, perché i gay smaniano di sposarsi? I registri delle coppie di fatto sono vuoti, siamo certi che i gay siano così interessati a formalizzare il loro rapporto? Il matrimonio è, almeno sulla carta, un vincolo duraturo; perché i gay, le cui relazioni sono spesso fugaci e mediamentesi consumano in un arco di tempo di gran lunga inferiore a quello delle coppie eterosessuali, insistono per vedere affermato un patto di stabilità ed esclusività? Ognuno può azzardare le risposte che meglio si adattano alla propria taglia. Da parte mia, posso solo avanzare l’ipotesi che i gay siano strumentalizzati da chi li sta usando per scardinare il sistema. Un omosessuale equilibrato e convinto delle proprie scelte non ha bisogno di sposarsi per essere felice, ha semplicemente bisogno di essere compreso, accettato e tutelato. I suoi veri nemici non sono gli omofobi ma i falsi paladini della sua causa, gli ipocriti che sventolano le insegne giacobine del matrimonio gay per conquistare e abbattere quella che considerano una Bastiglia, cioè la sacralità del matrimonio e l’istituto della famiglia. Mi sembra una prospettiva così chiara e desolante che non riconoscerla è impossibile. 
Purtroppo, i gay sono i primi a non rendersi conto che il matrimonio omosessuale è un infido cavallo di Troia. E quando Troia sarà in fiamme, anche loro ne pagheranno le conseguenze.

mercoledì 4 febbraio 2015

Il privilegio di essere immigrati clandestini

La “piccola” notizia della rivolta dei profughi nel centro di accoglienza Casa dell’Immacolata di Don Emilio de Roja di Udine, mi ha quasi commosso. I fatti sono semplici e inequivocabili. Alcuni ospiti della struttura, per la precisione immigrati clandestini di colore, hanno inscenato una violenta protesta contro i volontari che li ospitavano perché secondo loro il cibo era scarso e di bassa qualità. A poco è servito che i Carabinieri, intervenuti per calmare i facinorosi, abbiano appurato che veniva servito cibo italiano di ottima qualità. Ne vogliamo di più e più buono, hanno insistito i profughi. Ma insomma, viene da chiedersi, siamo o non siamo il Paese dell’accoglienza e della tolleranza e, ultimo ma non ultimo, la nazione dove la cucina è un’arte? Vogliamo tenere alta la nomea o smentirci? Nel primo caso, smettiamola di dare in appalto alle cooperative o alle onlus le mense dei centri di accoglienza. Ingaggiamo i cuochi di Masterchef e approntiamo menu adeguati alle abitudini e ai diritti dei poveri gourmands che vengono dal Terzo Mondo pieni di aspettative e giustamente pretendono di essere serviti e riveriti come si usava alla corte dei Savoia. Diamine, facciamo i signori! Io proporrei di servire menu a base di caviale iraniano, crostacei e salmone affumicato, risottino al tartufo bianco, filetto alla Bismarck e altre prelibatezze culinarie. Il tutto rigorosamente annaffiato dal Brunello di Montalcino e dallo Champagne. Riportiamo il sorriso sul volto di quella santa donna della Boldrini, che non sa più come fare per educarci al nuovo che avanza. Togliamoci il boccone dalla bocca e offriamolo ai nostri fratelli famelici come fiere della savana. 
In verità, la notizia proveniente dal Friuli non è l’unica che mi ha commosso e insieme rattristato ultimamente. Ho provato un profondo dispiacere quando due settimane fa, a Vittorio Veneto, i profughi accolti nel centro coop Integra hanno inscenato una veemente protesta contro gli operatori della struttura perché non avevano installato la pay-tv che consentisse loro di vedere le partite di calcio della Coppa d’Africa. Anche lì, disordini e scene isteriche finché la richiesta non è stata accolta. Ma come si fa a negare a questi gentiluomini che amano lo sport il sacrosanto diritto di vedere giocare il Ghana, il Camerun e la Tunisia? Magari sbevazzando e fumando come turchi, sporcando come i proci a Itaca e imprecando contro la Madonna e Gesù Cristo, giusto per schernirci. Suvvia, non è che solo noi abbiamo il diritto di goderci i programmi di Sky o Mediaset Premium. Fosse per me, offrirei a tutti gli immigrati clandestini la tessera in tribuna centrale a San Siro, all’Olimpico di Roma e a Torino. Se non altro, riempiremmo gli stadi. E se qualcuno non ama il calcio ma preferisce Verdi, lo si può sempre soddisfare con un abbonamento gratuito alla stagione lirica della Scala. Mi ha strappato una lacrima anche sapere che sovente e un po’ ovunque nella penisola (e sulle isole), i nostri ospiti sono costretti a gettare i rifiuti dalle finestre, a spaccare mobili e panchine, divellere pali e lanciare sassi contro le forze dell’ordine, distruggere e deturpare i luoghi in cui sono ospitati e inscenare maxi-risse perché gli standard degli immobili dove soggiornano a nostre spese non sono all’altezza dei nobili tuguri in cui vivevano prima di sbarcare in Italia. Insomma, un po’ di comprensione. Anziché internarli in residences e pensioni che offrono servizi acconci alle esigenze dei nostri operai e pensionati, sistemiamoli in alberghi di lusso con piscina, dimore principesche e agriturismo-SPA cinque stelle. Umiliamoli con la nostra generosità, facciamoli stravaccare sulle poltrone Frau e dormire fra le lenzuola di seta. In fondo, è quello che si aspettano da noi. Non facciamoci riconoscere per l’avarizia. È anche inammissibile dare ai profughi un sussidio giornaliero di poco superiore ai 30 euro, il che equivale alla miseria di circa 950 euro al mese. Ci compri giusto le sigarette, le dosi, la birra, le schede telefoniche e l’ultimo modello di iPhone. Mica sono vecchietti italiani o disabili per campare con l’elemosina che lo Stato assistenzialista elargisce senza tenere conto che la vita è cara. No, così non va. Diamogli più soldi e magari un’auto sportiva per favorire la ripresa dell’industria automobilistica. 
Altrimenti, questi nostri fratelli sfortunati cominceranno a pensare che li stiamo fregando, che il luogo comune “italiani brava gente” è obsoleto. Prima di partire, infatti, qualcuno deve avere assicurato loro che l’Italia è il paese del Bengodi e dei fessi, dove puoi fottertene delle leggi e vivere bene da fancazzista oppure rubando, violentando le ragazze bianche, spacciando droga. Qualcuno gli ha insegnato che non è vero che l’erba voglio non cresce nemmeno nel giardino del re. L’Italia fa eccezione. Qui possono pretendere e avere, perché ci sarà sempre un moralista con scappellamento a sinistra che li giustificherà, li difenderà, li proteggerà utilizzando uno scudo più refrattario ai colpi di quello di Aiace. Quale? Ovviamente, l’accusa di razzismo. Ebbene, di fronte all’ennesima bravata di questi “nuovi italiani” che considerano la nostra patria terra di bivacco e di conquista, di fronte all’incivile prepotenza e maleducazione dei barbari moderni che vorrebbero distruggere la nostra civiltà in nome della multietnicità o dell’Islam, oggi io mi dichiaro ufficialmente razzista ma nello stesso tempo accuso un principio di compunzione. 
Non sapete di cosa parlo? La compunzione è il sentimento di rimorso, pentimento per quello che si è fatto. Vi chiederete cosa abbia fatto, ovviamente. Ho fatto quello che avete fatto anche voi che mi leggete. Ho permesso con la mia ignavia, indifferenza e superficialità, con il mio silenzio, che lo Stato italiano tradisse i suoi cittadini, calpestandone il sacrosanto diritto alla legalità e alla sicurezza. L’ha fatto attraverso la politica e la magistratura, con la collusione degli intellettuali riformisti e salottieri, sempre pronti a schierarsi con Caino e schiacciare sotto il tallone l’insulso Abele. Perché ciò di cui si sono macchiati e continuano a macchiarsi i nostri governanti e i loro viscidi fiancheggiatori, è alto tradimento. Eravamo un Paese civile, oggi siamo un cafarnao. Eravamo un Paese sicuro, oggi siamo in guerra. Peggio, siamo nel mirino dei figli di puttana e dei terroristi. E le forze dellordine hanno le manii legate. Eravamo un Paese fiero della propria identità, e oggi siamo in balia delle orde nichiliste provenienti dal Pianeta delle scimmie, che non è politicamente corretto prendere a bastonate, come invece si dovrebbe fare quando si comportano da canaglie. Non lo possiamo fare. Guai a toccare Caino, che ha mille giustificazioni e mille attenuanti. Ma vaffanculo Caino, vai a rompere i coglioni agli ippopotami e poi ne riparliamo. 
Quest’anno compio sessant’anni e lesperienza di vita comincia a essere tanta. Posso dunque affermare d’avere vissuto per la maggior parte della mia esistenza in un Paese dove era un privilegio essere italiano. Ne andavo fiero. Adesso, mi vedo costretto a constatare con profonda tristezza che è un privilegio lo status di immigrato clandestino.