venerdì 27 febbraio 2015

La furia iconoclasta di un Islam subumano



Quando si parla dello Stato Islamico, più noto come Isis, cioè il gruppo terroristico islamista attivo in Siria e Iraq balzato alla cronaca per gli orrori di cui si è macchiato, non esistono i “se” e i “ma”. È un pericoloso abominio, un cancro da estirpare prima che si trasformi in metastasi. Non mi ha dunque sorpreso l’ultima “performance” di questi subumani, che è meno tragica delle decapitazioni degli ostaggi ma altrettanto significativa di una forma mentis che fa ribrezzo. Mi riferisco allo scempio attuato a Mossul contro le opere d’arte e archeologiche di Ninive, una delle più famose e splendide città dell’antichità. Poiché amo la storia e l’archeologia, voglio rimarcare che Ninive (fondata, forse, nel 2.028 a.C.) raggiunse l’apice del suo splendore nel VII secolo a.C,. ai tempi del re Assurbanipal, e che le sue mura si estendevano per dodici chilometri. A tale proposito, devo precisare che la furia iconoclasta dell’Isis si era già scatenata contro parte delle restanti mura e sulla moschea di Giona prima di abbattersi sui manufatti conservati al Museo. Ninive fu un acclarato centro religioso, culturale e politico, un luogo magnifico che è citato in otto libri della Bibbia, compresi i Vangeli di Matteo e Luca. Gli scavi ne hanno confermato la bellezza e importanza. Basti pensare che sono state ritrovate 25.000 tavolette cuneiformi della grande biblioteca di Assurbanipal. 
I miliziani del gruppo di Al-Baghdadi hanno diffuso un filmato propagandistico in cui prendono a martellate i reperti assiri, provocando danni incalcolabili a testimonianze storico-artistiche di inestimabile valore. Pare che i jihadisti abbiano creato una speciale unità di distruzione, detta Katayib Taswiya (“battaglione di demolizione”), la cui furia è finalizzata a creare spettacolo e indignazione. Si tratterebbe, dunque, di una strategia di guerra, una macchina di propaganda. In effetti, alcune fonti attendibili suggeriscono che lo scempio di Mossul sarebbe calcolato: alla distruzione delle statue (soprattutto quelle che hanno forma umana) farebbe da contraltare un diverso trattamento riservato ai tesori più preziosi o di piccole dimensioni, e quindi più facili da piazzare. Si sospetta che mentre danno in pasto all’opinione pubblica bravate iconoclaste, i subumani contrabbandino all’estero parte del patrimonio artistico della civiltà assiro-babilonese. Subumani, certo, ma scaltri al punto giusto di procacciarsi i finanziamenti con metodi più consoni ai sordidi tombaroli che ai guerrieri di Allah. Sta di fatto che il patrimonio artistico dell’antica Mesopotamia è in pericolo e che, al momento, è impossibile arginare il rischio di nuovi oltraggi perpetrati nei confronti del patrimonio archeologico e artistico dell’Iraq, comprese le chiese, le moschee non salafite e i santuari costruiti sui luoghi di sepoltura di profeti e santi musulmani. Quello che stupisce è l’universalità della follia dei militanti del Califfato: non fanno distinzioni e distruggono le proprie radici. Non è difficile immaginare cosa farebbero se riuscissero a sventolare i loro vessilli di morte sulle città degli infedeli, a cominciare da Roma! 
Per altro, i subumani agiscono secondo un copione già visto. Chi non ricorda cosa fecero i talebani in Afghanistan, un Paese dove ho vissuto e dove ho raccolto diverse testimonianze dirette, soprattutto quando visitai il Museo di Kabul? Il 12 marzo 2001, gli studenti coranici distrussero con la dinamite gli enormi Buddha di Bamyan (alti 53 e 38 m.), provocando lo sbigottimento e la rabbia del mondo intero. Le due statue del Buddha scolpite nella roccia della valle di Bamyan, posta sulla via della Seta, era state realizzate dalla comunità buddhista Lokottaravadin e risalivano a 1500/1800 anni fa. È dunque una costante dei fanatici islamici fare tabula rasa dei monumenti che considerano blasfemi. La loro ignoranza e ferocia è impressionante. 
Ho avuto modo di discutere del fenomeno con alcune persone che ci tenevano a fare un distinguo. Sostenevano che L’Islam non è iconoclasta e che non si deve fare di tutta un’erba un fascio. Mi hanno ricordato che nei tempi d’oro, quando conquistarono l’Africa del Nord e mezza Europa, i musulmani si distinsero per il grande rispetto delle civiltà preesistenti e l’amore per l’arte e il bello in generale. Come se non lo sapessi! Nessuno mette in dubbio che gli arabi fossero civili e tolleranti, e che hanno dato un grande contributo al progresso umano. Ciò non toglie che l’iconoclastia religiosa sia un tallone d’Achille dell’Islam. Non possiamo dimenticarci, ad esempio, che la distruzione della Biblioteca di Alessandria fu perpetrata nel 642 da un comandante delle truppe arabe dopo avere ricevere un ordine scellerato dal suo superiore. Si tramanda che costui abbia fatto la seguente riflessione: “In questi libri o ci sono cose già presenti nel Corano o ci sono cose che non fanno parte. Se sono presenti risultano inutili e se non ci sono possono essere dannose. In ogni caso, vanno distrutte.” È il modo di pensare di molti musulmani. Per chi non lo sapesse, infatti, in tutto il mondo islamico vige l’iconoclastia, cioè il divieto di raffigurare non solo le persone ma anche gli esseri animati. In particolare, dipingere o scolpire un corpo umano è un atto peccaminoso. Idem per le foto e i filmati. Raffigurare il Profeta o Allah (Charlie Hebdo docet) è blasfemia. Eppure, non fu sempre così. Nel Museo Islamico del Cairo ci sono opere d’arte dell’epoca fatimidica in cui ci sono raffigurazioni umane. E che dire dell’arte indiana dei Moghul? Ciò non toglie che sebbene nel Corano non ci sia traccia di condanna, il divieto è ribadito in molti Ahadith, i discorsi di Maometto ai suoi discepoli, per cui il mondo islamico accoglie l’idea che la creazione di surah (forme, figure, immagini) sia haram, cioè una pratica proibita. Intendo, ovviamente, statue,  idoli e illustrazioni. 
Fa specie che fino a un secolo fa l’Islam fosse più tollerante di oggi in merito alla libertà d’espressione, e quindi artistica. Gli artisti musulmani dipingevano immagini di Maometto senza rischiare la vita. Da ciò si evince che l’Islam contemporaneo è malato. Anche se i musulmani moderati non approvano la furia iconoclasta dei nuovi barbari di Allah, l’estremismo islamico sta dilagando, corrompe le menti e contagia la massa ignorante e facilmente manipolabile. Non c’è idea più coinvolgente di quella che attizza gli animi e mitiga le proprie frustrazioni. Aspettiamoci che l’Isis, una realtà subdola e “marketing oriented”, possa reclutare manovalanza in tutto il mondo, Italia compresa. Purtroppo, di subumani impotenti, incapaci di costruire ma pronti a distruggere, ce ne sono troppi.

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