lunedì 30 marzo 2015

Il coraggio di avere coraggio

Il Manzoni sosteneva che “il coraggio uno non se lo può dare”. In sostanza, o ce l’hai o ti manca. È proprio così? Esistono forse uomini (la minoranza) dotati di coraggio, audacia e fortezza, e altri (la maggioranza) che ne sono privi? O non è, piuttosto, che tutti siamo potenzialmente coraggiosi, solo che nel momento del bisogno ce ne dimentichiamo perché nell’attimo fuggente subentra un freno inibitore, cioè l’istinto di conservazione? Cominciamo a chiarire cosa sia il coraggio, parola che deriva dal termine latino coraticum. Ebbene, coraticum significa “avere cuore”. È un concetto inequivocabile: il coraggio è la virtù che ci permette di affrontare pericoli e rischi buttando il cuore oltre l’ostacolo. Esercitare il coraggio fisico o morale vuol dire avere un cuore grande, nobile, intrepido. Fin qui, nulla da eccepire. Ma è da tutti possedere questa prerogativa? In definitiva, cosa spinge un essere umano all’azione coraggiosa e inibisce la stessa azione in molti altri? Ricordo che ai tempi del liceo, il mio professore di filosofia amava ripetere, modificandolo, un vecchio proverbio che dice “tanta pazienza, forza e coraggio che la vita è un oltraggio”. Aveva l’abitudine di saltare sui banchi e apostrofava l’allievo distratto o secondo lui molle con l’invito-monito: “Forza e coraggio che la vita è un passaggio!”. Amava Platone e ovviamente non si stancava di ricordare alla classe che la fortezza, come sosteneva il filosofo ateniese, è una delle quattro virtù cardinali. Ecco, di quel suo vezzo degno di un istrione, apprezzavo la sfumatura filosofica. Per il mio professore, la vita non era un oltraggio ma semplicemente un passaggio e in quanto tale stimava valesse la pena affrontarla senza paura e indecisioni. Vale a dire, coraggiosamente. Mi sembra di avere centrato il focus. Il coraggio appartiene a tutti gli esseri senzienti, l’uso che se ne fa dipende dalla propria visione esistenziale e dalla capacità che ciascuno ha di tacitare la mente e gli istinti conservativi per dare voce al cuore. Tutti abbiamo coraggio in pectore, ma pochi hanno il coraggio di avere coraggio. 
A questo punto, qualcuno si chiederà la ragione di questa mia riflessione apparentemente fine a se stessa. La ragione è istruita da un fatto di cronaca personale, anche se indiretto. Mia figlia e il suo promesso sposo hanno deciso di non rinunciare al loro coraggio per quanto avessero buoni motivi per farlo. Sette mesi fa, mentre viaggiavano in sella a una moto diretti in Mongolia, hanno avuto un terribile incidente stradale in Siberia da cui sono usciti rotti ma vivi. Molti avrebbero tratto da quella drammatica esperienza un insegnamento preciso: cammina dove l’acqua è bassa. Loro no, hanno superato i problemi fisici, hanno rimarginato le ferite morali e si sono concentrati sulla resurrezione. Sono risorti, di fatto, rendendosi conto che tutto passa e, soprattutto, che non hanno perso il coraggio di avere coraggio. Fra poco, prenderanno nuovamente confidenza con il viaggio “beyond the road” esercitandosi nel deserto del Marocco e questa estate affronteranno un viaggio avventuroso in America, dal Cile fino alla Florida, percorrendo le ardite carrozzabili andine, le carretere del centro-america e messicane per poi godersi i grandi orizzonti sulle vaste strade statunitensi. Che coraggio ci vuole? – si chiederà qualcuno. Basta avere il tempo e il denaro per farlo. Non è così. Ci vuole fegato, soprattutto se sei caduto e hai trovato la forza di non arrenderti nonostante le cicatrici e ritornare in piedi, anzi in sella. Apprezzo la loro capacità di vincere la paura che li accompagnerà come un’ombra shakespeariana lungo la via. Perché di una cosa sono certo, e parlo per esperienza personale. Chi dice “non ho paura”, mente. L’uomo coraggioso non è colui che non conosce la paura, è chi sa dominarla. Il coraggio è fatto di paura, diceva Oriana Fallaci. Quando mi chiesero se in Afghanistan, dove ogni giorno alzavo l’asticella del mio coraggio e correvo rischi sempre più sottili, avevo paura, risposi “Sì, certo.” A fare la differenza fu la capacità di considerare la vita un passaggio. Mentre attraversi questo meraviglioso ponte che unisce il giorno della nascita a quello della morte, non devi pensare che puoi cadere nel vuoto. Devi concentrarti sui tuoi passi, su ciò che ti aspetta, sui panorama spettacolari, le conoscenze e le emozioni che avrai in premio, a patto di avere coraggio, camminando a fronte alta, con passo commisurato alle proprie attitudini ma comunque fermo. A che serve avere paura? A rallentarti, a privarti di esperienze che nel bene e nel male ti arricchiscono, favorendo la crescita animica. Avere paura è la cosa più stupida del mondo e la paura è l’unica cosa di cui un uomo dovrebbe avere paura. Un po’ invidio mia figlia e il suo promesso sposo, che al termine del loro nuovo viaggio “beyond the road” si uniranno in matrimonio. La metto sul ridere, oggi ci vuole coraggio anche a sposarsi… 
Spero di non avere offeso la sensibilità di chi ha una visione del coraggio più intima o più epica. Lo so che ci vuole coraggio anche a tirare avanti quando la propria vita sa di merda, che spesso questo coraggio manca e viene la tentazione di arrendersi. Oppure che il vero coraggio è la dimensione in cui gravitano gli eroi, piccoli o grandi che siano. La verità è che ci sono mille modi per essere impavidi, intrepidi, audaci, e li apprezzo tutti, senza distinzioni. E tutti, a ben vedere, rivelano un comune denominatore, il coraticum. C’è una frase, nel film Bravehaert, che mi è rimasta impressa. Malcom Wallace dice: “Il tuo cuore è libero, abbi il coraggio di seguirlo”. È la chiave di lettura giusta. Il coraggio di avere coraggio si nutre seguendo il proprio cuore, non la mente o l’opinione comune. Ma il cuore, necessariamente, deve essere libero e capace di alimentare i sogni.

sabato 7 marzo 2015

Il successo dipende dal fattore C

Da sempre, l’umanità s’interroga sui fattori critici del successo. Che cosa serve per avere successo nella vita? Da che cosa dipendono la riuscita e il fallimento? Fermo restando che ci sono delle costanti fisse, ogni epoca ha però suggerito logiche e comportamenti particolari, legati allo spirito del tempo. Che dire dei nostri tempi? Avere successo, oggi, è più facile e insieme più difficile di una volta. Sono cambiati molti parametri e i valori tradizionali – la bravura e la tenacia su tutti – sono meno determinanti di quanto non fossero in passato. Oggi non basta mostrare talento, acume e perseveranza, non basta avere ottime idee e capacità realizzative. Oggi, il successo dipende in gran parte dal fattore C. 
Bella scoperta! – direte – si sa che la fortuna è indispensabile. Senza, anche l’impresa più facile può naufragare. Sgombro subito il campo dall’equivoco. La lettera C non indica la parte posteriore meno nobile del corpo. Non è la fortuna il fattore C cui mi riferisco nel titolo. In un mondo che ha alzato i toni e nel contempo i paletti, che ha imposto paradigmi nuovi, imposti dalla globalizzazione, dal relativismo e dall’istinto di prevaricazione, il successo dipende sempre più dalla Cazzimma. Che diavolo è? A saperlo sono di certo i napoletani perché la parola “cazzimma” è di origini partenopee. È un termine del gergo entrato nell’uso comune per indicare un certo modo di essere e di comportarsi. Il suo etimo è associato all’aggettivo “caimma”, con cui anticamente s’indicava una persona astuta. Pur tuttavia, molti pensano che questo neologismo sia collegato al nome dell’organo sessuale maschile cui è stato aggiunto il suffisso napoletano imma”. La cazzimma è sostanzialmente un insieme di atteggiamenti all’insegna dell’egoismo e della scaltrezza, dell’avidità e della cattiveria gratuita, della determinazione e dell’opportunismo. Vale a dire una precisa forma mentis ispirata dal “cazzo” e non dal cuore, finalizzata a inchiappettare il prossimo in nome dell’antica ma eterna regola Cicero pro domo sua. Ma per quanto questa antologia risulti corretta, resta inspiegabilmente difficile capire e definire la cazzimma. Solo un napoletano ci riesce. Il comico Alessandro Siani ha spiegato il termine e il suo nesso con la vita di tutti i giorni, grazie a questa battuta: Vuo’ ‘n’esempio ‘e cazzimma? Nun t’’o voglio dicere…”. Ancora più chiarificante era  il pensiero di Pino Daniele, che nella canzone “A me piace ‘o blues” dichiarava con stizza provocatoria “tengo a cazzimma”. A chi gli chiedeva cosa fosse questa strana prerogativa, rispondeva che questo vocabolo dialettale “designa la furbizia accentuata, la pratica costante di attingere acqua per il proprio mulino, in qualunque momento e situazione, magari anche sfruttando i propri amici più intimi, i propri parenti [...]. È l’attitudine a cercare e trovare, d’istinto, sempre e comunque, il proprio tornaconto.” 
Tenere la cazzimma è fondamentale per avere successo. Chi non possiede quest’arma segreta non può fare molta strada. Chi s’illude che i meriti e l’etica siano la conditio sine qua non per emergere in una società sempre più competitiva e implacabile, ha fatto male i suoi conti. Oggi, trionfa l’intraprendenza furba e canagliesca, l’atteggiamento cazzuto, la mancanza di scrupoli. Sono questi gli ingredienti giusti. Woody Allen diceva che l’ottanta per cento del successo è nel sapere apparire. Apparire, certo, e poco importa se non c’è sostanza. Basta guardarsi attorno per rendersi conto che non serve faticare per essere qualcuno, meglio sforzarsi per sembrare qualcuno. In ogni settore umano, assistiamo alla riuscita degli incapaci, all’apoteosi del disonesto, al trionfo dei mediocri. E noi restiamo lì, come fessi, in attesa del nostro momento, che non verrà mai perché non possediamo il fatidico fattore C. Siamo basiti, incapaci di comprendere perché la società sia complice dei cazzuti, invitante e collusiva con loro, mentre disprezza le persone capaci e oneste, quelle che meriterebbe maggiore successo e invece vedono sfrecciare sulle corsie d’emergenza dell’ascesa sociale i furfanti e i marpioni. In politica e nel mondo della cultura, del lavoro e nei rapporti interpersonali, vince chi ricorre sistematicamente alla cazzimma. Nel suo Diario, Jules Renard annotò questa domanda retorica:Per arrivare, occorre fare bassezze o capolavori. Di cosa vi sentite più capace?”. Eccolo, il problema, è una questione di aspettative e prospettive. Vivere con lo sguardo puntato verso l’alto, cercando il meglio per se e gli altri in maniera lecita, dignitosa e qualificante, è la via maestra per avere successo. Ma vivere con lo sguardo strisciante, approfittando di tutto e di tutti, in maniera subdola, immorale e cinica, è la via più sicura per imporsi e ottenere vantaggi e posizioni privilegiate. Purtroppo, questa è la realtà e ognuno di noi, salvo non sia fornito adeguatamente di cazzimma, ha sperimentato la feroce regola che centellina il successo, la fama, la popolarità e persino il potere. Va da sé che non tutte le persone che hanno successo sono ricorse alla cazzimma. Alcuni arrivano in alto solo in virtù delle proprie capacità. Ma quanti sono? Pochi, rispetto a quelli che ce la fanno senza merito, o meglio sfruttando al meglio l’innata cazzimma e, ovviamente, il prossimo. 
Un’ultima nota. Per quanto il fattore C si sposi perfettamente con l’animo e la storia di Napoli, essendosi poi diffuso in tutta Italia e persino nel mondo, a chiarire in modo definitivo i suoi caratteri ci ha pensato un milanese, tale Enzo Jannacci. Avete presente la canzone in cui ricorre il tormentone “Vengo anch'io! / No, tu no / Vengo anch'io! / No, tu no / Vengo anch'io! / No, tu no / Ma perché? / Perché no!”. Ebbene, trovo sia l’esempio più amaro e semplificativo di cazzimma. Tuti noi vorremmo che gli altri riconoscessero i nostri meriti, a supplicarlo è il nostro Ego. E gli altri che fanno? No, tu no. Ma perché? Perché no! Sicché restiamo trafitti dal loro rifiuto inspiegabile e doloroso, rimpiangendo il fatto che nessuno, quand'eravamo piccoli, ci abbia insegnato l’uso della cazzimma.