venerdì 24 aprile 2015

L'insopprimibile bisogno umano di compiere genocidi


In queste ore si celebra il ricordo del massacro degli Armeni, perpetrato cento anni fa dalle truppe dell’impero ottomano. Nel commemorarlo, il Papa ha definito questa pagina nera della Storia il “primo genocidio del XX secolo”, suscitando l’ira di Ankara. Purtroppo, i Turchi hanno come rimosso l’eccidio di massa di cui furono protagonisti e s’innervosiscono ogni volta che se ne parla. Aldilà del loro tentativo di negare o ridimensionare ciò che avvenne un secolo fa, la Storia non li perdona né mente. Il genocidio – che gli Armeni chiamano Medz Yeghern, cioè il “grande crimine” – fu  un fatto innegabile e ingiustificabile. Cosa accadde, esattamente? In breve, il 24 aprile 1915 ebbe inizio nell’Impero Ottomano una persecuzione contro oltre 2 milioni di Armeni che in esso vivevano pacificamente. Tale persecuzione fu atroce, disumana e provocò un altissimo numero di morti a causa delle esecuzioni di massa e delle deportazioni. Gli Armeni furono decimati e i loro storici affermano che il massacro provocò la morte del 70% della comunità. I turchi minimizzano e parlano di 200.000 vittime ma secondo il grande storico inglese Toynbee, le vittime delle atrocità turche furono 1,2 milioni. Di fatto, ha ragione il Papa; ciò che accadde in Anatolia nel biennio 1915-16 può essere definito il primo genocidio del XX secolo. A chi volesse saperne di più consiglio di leggere La masseria delle allodole, il commovente romanzo di Antonia Arslan. 
Al genocidio degli Armeni seguirono massacri ancora più dolorosi. La Shoah, più nota come Olocausto, causò la morte nei ghetti e nei campi di concentramento di 5/6 milioni di Ebrei. La follia di Hitler non si limitò allo sterminio dei figli di David; gli vanno ascritti almeno altri 8 milioni di morti, fra cui i cosiddetti “indesiderabili” (omosessuali, zingari, testimoni di Geova, emigranti, prigionieri di guerra, ecc). Il genocidio sistematico fu anche una delle specialità di Stalin, le cui “grandi purghe” e l’istituzione dei gulag in Siberia furono poca cosa in confronto all’Holodomor, il genocidio ucraino. Dal 1929 al 1933, infatti, una carestia di origine dolosa causò lo sterminio di 7 milioni di ucraini. Oggi, quel crimine contro l’umanità è stato riconosciuto e costituisce una vergogna duratura per la defunta Unione Sovietica. Ancora più abnorme è il genocidio firmato da Mao Tese-Tung. In Cina, fra il 1949 e il 1976, furono sterminati diverse decine di milioni di dissidenti e contadini.  Nel XX secolo ci sono stati altri genocidi, come quello in Cambogia (1975-79/ 1,8 milioni di morti), in Ruanda (1994/ 1 milione di morti) e in Bosnia (1992-95/120.000 morti), giusto per citare i maggiori. Se gettiamo lo sguardo sul passato, non possiamo che inorridire. Il genocidio (parola derivante dal greco antico ghenos, cioè razza, e dal latino caedo, cioè uccidere) è il lato più oscuro e malefico del genere umano. È l’ombra dentro di noi che periodicamente emerge e ha il sopravvento sulla ragione, sulla compassione, sulla vita. Difficile dire quanto fu compiuto il primo genocidio storico, ma quando rileggo la Bibbia non posso fare a meno di pensare che per impadronirsi della Terra promessa, gli Ebrei massacrano le popolazioni che ci vivevano. Le sterminarono in nome del Dio degli eserciti che, secondo loro, aveva assegnato al popolo eletto la “terra dove scorre il latte e il miele”. Ecco la prima, orribile giustificazione che l’uomo ha trovato per accreditare il genocidio; è Dio che lo vuole. E non fu forse questo il grido di battaglia dei crociati? Il Deus vult dei soldati di Cristo giustificò i massacri compiuti in Oriente. Ma anche quelli che la Chiesa cattolica perpetrò contro i catari e i templari, gli eretici e gli indigeni che si opponevano alla conversione. Il genocidio è stato il fetido fiore all’occhiello del colonialismo. Impossibile dire quanti eccidi e genocidi di massa abbia provocato la colonizzazione ma è certo che ovunque sbarcassero gli uomini evoluti e bene armati, i nativi venivano massacrati fino a provocarne, in molti casi, l’estinzione. Pensiamo di quanta crudeltà siano stati vittime gli Indiani d’America, i Maori, gli abitanti di Giava, del Mozambico, dell’Africa Orientale, del Congo belga e della Patagonia. 
A questo punto, poiché risulta evidente che il genere umano non può fare a meno di compiere genocidi di massa, mi chiedo ingenuamente “Perché?”. La risposta più ovvia non mi convince; si ritiene, infatti, che sia l’odio razziale ad alimentare il bisogno di annientare coloro che riteniamo diversi per motivi etnici. Hitler odiava gli Ebrei e perciò voleva cancellarli dalla faccia della terra. Ne siamo certi? Per quanto sia innegabile che a causare i genocidi sia sempre l’odio cieco dell’uomo verso un altro uomo, vanno giustamente considerate le motivazioni più profonde, le leve che si attivano in silenzio, senza clamore, e determinano sistematiche campagne di annientamento. Diamo pure il giusto risalto alle cause politiche e culturali, che i fautori del genocidio amano sventolare nel tentativo patetico di legittimare le proprie nefandezze, ma non sottovalutiamo quella che a mio modesto parere è forse la causa più profonda, inconfessata. Quale? L’avidità. Se consideriamo attentamente tutti i grandi genocidi avvenuti nel corso della Storia, riscontriamo un comune denominatore. Gli “aggressori” provocano il massacro degli “aggrediti” per motivi di natura socio-economica. È la sete di conquista, il desiderio della ricchezza e della maggiore prosperità che induce i “forti” a trucidare i “deboli”. Hitler non ha votato la “soluzione finale” perché i Giudei erano un pericolo ma perché erano ricchi. Nello stesso modo, gli spagnoli hanno massacrato i popoli precolombiani per impadronirsi del loro oro, i coloni americani hanno decimato i pellerossa per rubargli le grandi praterie, la Chiesa sterminò i Templari perché avevano tesori immensi e i Turchi hanno ucciso e deportato gli armeni non perché sono cristiani ma perché erano benestanti. È chiaro che l’odio religioso e culturale (pensiamo all’attuale, sistematico massacro dei cristiani in certi paesi musulmani) è la molla più efficace per crearsi un alibi, ma penso che la vera ragione dei genocidi sia sempre economica. Si odia chi sta meglio di noi, e se costui la pensa diversamente da noi o professa un credo che non condividiamo, tanto meglio. Cancellarlo dalla faccia della terra (e impadronirmi dei suoi beni) diventa un dovere. Di più, un diritto. La pensavano così i “Giovani turchi” fautori delle “marce della morte”. Ed è scandaloso che Erdogan e il suo governo, ansiosi di entrare in Europa, non facciano il mea culpa e chiedano perdono. Ma forse, è normale che non accada. Nel mondo, ci sono troppe teste di cazzo che negano la Shoah o la giustificano, che rimpiangono l’era di Stalin e il comunismo, che esaltano il criminale Mao Tze-Tung e ritengono che l’Islam debba essere imposto con la forza al mondo intero. Il che fa pensare che anche nel XXI secolo assisteremo a stermini di massa attuati, magari, per santificare il dio denaro.
Ammettiamolo. Compiere genocidi in nome della fede, della razza e della Ragion di Stato è un’ipocrisia che maschera un insopprimibile bisogno umano, dettato dall’avidità, dall’invidia e dalla paura.

venerdì 3 aprile 2015

Tenerife, l'isola dell'eterna primavera

Probabilmente, Tenerife è la più bella delle Canarie, un tempo conosciute come “Isole Fortunate”. Di fortune, Tenerife ne ha ricevute tante, e ciò spiega perché sia considerata un paradiso turistico, in special modo dai britannici, dai tedeschi e dagli scandinavi, che l’amano tantissimo e la frequentano dodici mesi all’anno, avendo appreso l’arte di vivere al golpito, “a colpetti”, come dicono i locali, cioè con calma.  In effetti, delle molte definizioni che le si possono incollare come un’etichetta, la più probante è quella climatica. Tenerife è l’isola dell’eterna primavera e perciò seduce gli amanti del tepore perenne; la temperatura media annuale oscilla intorno ai 20°C e le condizioni meteorologiche la rendono simile a un’incantevole e accessibile Shangri-La. In realtà, la conformazione dell’isola, dominata dalla presenza ingombrante del Teide, che con i suoi 3.718 m. sul livello del mare è la più alta vetta di Spagna e di tutto l’Atlantico, è tale per cui essa appare divisa in due habitat molto diversi. Come un Giano bifronte, Tenerife mostra a Nord un volto perlato di umidità, grazie alla vegetazione ricca e rigogliosa, e a Sud un’espressione secca, arida, che evoca lande desertiche. E mentre a mezzogiorno splende quasi sempre il sole, a settentrione le nuvole restano impigliate nelle montagne e il paesaggio, ricco di picchi e forre, suggerisce suggestioni mitteleuropee. Insomma, mari e monti, in un assortimento che gratifica il turista con le ciabatte infradito ai piedi e l’escursionista con lo zaino in spalla. 
Gli antichi pensavano che Tenerife fosse la sede dei Campi Elisi, dove gli dei inviavano le anime degli eroi caduti in battaglia. I Guanci, la popolazione troglodita che viveva sull’isola (per lo più all’interno di grotte) quando arrivarono i colonizzatori spagnoli, erano invece convinti che fosse la porta dell’Ade. Si riferivano, ovviamente, al Teide, il maestoso vulcano la cui sagoma domina l’isola. Lo chiamavano Echeyde, che nella loro lingua significa “Inferno” e pensavano che all’interno del cono vulcanico vivesse il demone Guayota. Il Teide è una sorta di Olimpo quasi sempre coronato da nubi e scosso dagli alisei di NO e NE, di cui è il severo spartivento. La vetta è raggiungibile con una teleferica, ma solo quando le condizioni meteo lo permettono. Spesso è innevata, ragion per cui i romani chiamava l’isola, Nivaria. La sagoma dell’immane caldera vulcanica, dominante su un paesaggio lavico dal sapore lunare, è così impressionante da spiegare il fatto di avere forse ispirato il mito di Atlante, il titano che secondo Esiodo fu costretto da Zeus a reggere la volta celeste. In effetti, vulcano a parte, i miti abbondano sull’isola e anche i misteri. Il più affascinante è alimentato dalla presenza di sei piramidi a Guimar. Furono scoperte dal famoso esploratore-ricercatore norvegese Thor Heyerdahl e sono un grosso punto interrogativo. Chi le ha costruite e perché? Osservandole, trova credito l’ipotesi che le Canarie siano ciò che rimane di Atlantide. Ma questa è un’altra storia. 
Va da sé che le spiagge siano una della maggiori attrattive di Tenerife. Ce n’è per tutti i gusti. Molti preferiscono le spiagge tradizionali, di sabbia fine, e le più belle si trovano nel comprensorio della costa di Adeje, dove ci sono le sfavillanti Los Cristianos e Las Americas, un agglomerato di alberghi e negozi grandifirme, un paseo favoloso (è la passeggiata a mare senza ostacoli più vasta d’Europa) e lussuosi centri commerciali, oppure presso il capoluogo Santa Cruz de Tenerife (stupenda la popolare Playa de Las Teresitas, composta di sabbia dorata importata dal Sahara). Personalmente, amo molto le due spiagge ventose che si trovano a Granadilla de Abona e sono divise dalla Montana Roja, cioè la Playa de El Medano e la Tejita. Entrambe molto estese e poco frequentate, esaltano il senso della libertà e l’intimità con la natura e il mare. Ci sono altre spiagge imperdibili, come la deliziosa El Bollulo dalle acque incontaminate e la Playa de Benijo, la spiaggia di morbida sabbia nera più suggestiva del mondo. La si raggiunge a piedi, grazie a una scalinata di 300 m., dopo avere attraversato in auto le montagne di Anaga, in un tourbillon di paesaggi mozzafiato. Il luogo è surreale. La spiaggia è fatta di morbida sabbia vulcanica, ma non quella silicea. È una sabbia scura, intrisa di inchiostro di seppia. Qui, nella desolazione, il mare in perenne burrasca e il vento sono scatenati e il cuore batte forte, improvvisamente consapevole della potenza della natura e della finitezza umana. All’improvviso, come in una rivelazione finale, si subisce increduli il micidiale, selvatico duello fra ragione e sentimento. Qui si vorrebbe restare per sempre e da qui si vorrebbe fuggire senza voltarsi. 
Le attrattive di Tenerife sono così tante che non basterebbero dieci cartelle per descriverle tutte. Ognuno può scegliere a secondo dei propri gusti. Si va dai numerosi e immaginifici parchi di divertimento e acquatici, dove confluiscono le masse turistiche, alle bellissime escursioni in barca per vedere le balene e i delfini. Si prosegue con le gite ed escursioni naturalistiche e al primo posto metto ex-aequo le montagne di Anaga, la valle di Masca e l’Isla Baja. Quest’ultima consente al turista di prendere confidenza con le piscine naturali, un concetto diffuso nella parte settentrionale dell’isola, dove le coste sono per lo più frastagliate e il bagno in mare poco raccomandabile a cause delle onde e delle forti correnti. Le acque oceaniche sono state perciò intrappolate in pisce naturali, dinamiche, spumeggianti. Si resta incantati presso quelle note come El Calaton nel piccolo borgo di Garachico, che fu parzialmente distrutto dalle ultime eruzioni del Teide, avvenute nel 1703 e 1706. Non si può rimanere indifferenti neanche al cospetto delle piscine più grandi dell’isola, il vasto complesso del Lago Martianez. Si trova a Puerto de La Cruz, forse la città più bella dell’isola. È qui che è nato il mito della Tenerife turistica ed è qui che palpita l’anima più elegante ed esclusiva. Rispetto a Los Cristianos-Las Americas, paragonabili a Rimini-Riccione, Puerto de La Cruz è meta di un turismo più tranquillo e sofisticato. Il suo giardino botanico vale da solo una visita, così come il Loro Parque, un’oasi naturale che TripAdvisor ha eletto attrazione n°1 di Tenerife in virtù delle recensioni popolari. Il bello di Tenerife, tuttavia, è che il viaggiatore automunito può scoprire decine di angoli, curiosità e luoghi indimenticabili, alcuni dei quali davvero suggestivi. Penso a La Orotava e San Cristobal de la Laguna, due splendide città dove è ancora possibile respirare quell’ambientazione coloniale spagnola che a me evoca l’immagine di Diego de la Vega, alias Zorro. Ma penso anche a Candelaria, dove sorge la basilica di Nostra Signora, fulcro della devozione religiosa dei tinerfeños, o a una località semisconosciuta, fuori dagli itinerari turistici, come Abades. Si trova sulla costa orientale, presso il faro della punta di Abona. Lì, su un terreno brullo e deserto, troneggiano molti caseggiati abbandonati da tanto tempo. Facevano parte di un centro sanatoriale, poi divenuto caserma, dominato dallo scheletro di una chiesa vuota. Fu un luogo di sofferenza e oggi il vento che soffia fra questi edifici fatiscenti fa venire i brividi. Si dice che lì vivano i fantasmi, un bambino e un vecchio. Non li ho incontrati. Ma ho incontrato tre vagabondi con il loro cane. Tenerife è anche questo. I colori e i suoni ubriacanti,  il sabor canario, la prosperità e l’allegria da una parte. Il senso del vuoto, della solitudine e dell’eterna primavera minacciata dai grandi cambiamenti climatici (e sociali) in atto sul pianeta.