giovedì 18 giugno 2015

Waterloo, la battaglia che non finisce mai


Oggi ricorre il bicentenario della battaglia di Waterloo, uno degli eventi militari più famosi e importanti della storia. Poiché amo la storia, non potevo dimenticarmi questa ricorrenza né rinunciare ad alcune considerazioni. La prima è puramente linguistica. Come si pronuncia “Waterloo”? Ai fini della risposta, voglio citare una vecchia barzelletta. Un turista che si è recato sul luogo della battaglia e desidera conoscere l’esatta pronuncia, chiede a un passante “Mi scusi, si dice Uoterlo o Vaterloo?” Il passante risponde “Uaterlo!”. Al che, il turista commenta “Oh, capisco, lei è del posto, vero?”. Il passante replica “No, sono qui in uacanza”. Ebbene, poiché si tratta di un toponimo vallone, l’esatta pronuncia è “Vaterloo”. Se la località si trovasse in Gran Bretagna, sarebbe giusto dire “Uoterlo”, come fanno erroneamente i più, epigoni del passante in vacanza. 
La mia seconda considerazione è di natura geografica. Ho fatto un test, chiedendo a venti persone dove pensano sia Waterloo. Sono rimasto allibito. Dieci hanno risposto che non lo sanno, cinque che è in Inghilterra, quattro in Francia e uno in Olanda. Incredibile ma vero, nessuno ha saputo dirmi che è in Belgio, più precisamente nella provincia Brabante Vallone. 
Ed ora la terza considerazione. Pochi avvenimenti militari hanno avuto un’eco e così tante menzioni nella cultura popolare come Waterloo. Mi vengono subito in mente le pagine a essa dedicata da Balzac (Il medico di campagna), Stendhal (La certosa di Parma) e Hugo (I miserabili), o il kolossal cinematografico diretto da Bondarchuk e interpretato da Rod Steiger e Christopher Plummer. Ma anche la canzone degli Abba che vinse l’Eurofestival nel 1974, e quella dei Bee Gees. Ovviamente mi limito ai riferimenti più noti. Quel che è certo è che il suono Waterloo ha sempre solleticato l’immaginazione, fatto vibrare le corde del cuore, impressionato e suggerito riflessioni mai banali. Mi chiedo, ad esempio, perché sia sinonimo di sconfitta e non di vittoria. In definitiva, l’esito della battaglia fu positivo per l’Europa, che debellò un grave pericolo. Eppure, Waterloo evoca scenari all’insegna della disfatta, della perdita, della fine dei sogni. Tant’è che bene si addice a questa prospettiva infelice la frase di Wendell Philips: “Ogni uomo alla fine incontra la sua Waterloo”. Forse il fascino di Waterloo risiede nel fatto che non è solo un luogo fisico o un ricordo storico, ma un’allegoria della vita, una grande metafora del genere umano e del suo cammino.
Avanti con la quarta considerazione. Credo che Napoleone abbia perso principalmente a causa di un Ego smisurato che aveva preso il sopravvento sulle sue virtù. Si narra che la notte prima della battaglia, riferendosi al comandante del Regno Unito, il Duca di Wellington, l’imperatore abbia esclamato “Questo piccolo inglese ha bisogno di una lezione”, e che la mattina dopo, prima dell’inizio dei combattimenti, abbia detto “Abbiamo novanta probabilità su cento (di vincere)”. Si sa com’è andata. L’armata francese – forte di 74.000 uomini armati e 266 cannoni – fu sconfitta dall’esercito anglo-tedesco olandese, che contava su 67.700 uomini e 184 cannoni, e da 48.000 prussiani. La disfatta segnò la fine della Grandeur francese. Eppure, Bonaparte conservò di Waterloo un ricordo orgoglioso e poco obbiettivo, privo di umiltà e lucidità. Nel Memoriale di Sant’Elena, confermò di avere creduto facile la vittoria (nonostante fosse in inferiorità numerica) e fu molto critico nei confronti dei suoi principali avversari, Wellington e von Blücher. Le sue critiche a posteriori risultano particolarmente aspre nei confronti del generale inglese, considerato un inetto privo di abilità tattiche ma molto fortunato. Per contro, nelle sue memorie, Napoleone non ammise di avere commesso i gravi errori tattici e strategici che gli costarono lo scettro e lo condannarono all’esilio. Anziché riconoscere i propri sbagli, egli accusò i suoi luogotenenti, in particolare i marescialli Ney e Grouchy. Si è portati a credere che le ingenuità, le indecisioni e gli innegabili errori di calcolo commessi da Napoleone furono causati dalle crepe che si erano formate nel suo animo. Probabilmente, egli aveva perso la fiducia nella sua fortuna e nel suo destino, più che la pazienza e la prudenza tattica. La critica, tuttavia, è divisa. Molti ritengono che il Napoleone “ultimo atto” fosse un comandante logoro, una persona diversa dall’Unto del Signore che aveva fatto tremare l’Europa. A conferma di ciò, sottolineano che sul campo fu abulico, confuso e poco determinato. Era minato nel fisico e il suo genio militare latitò. Invece, Henry Houssaye, il principale storico francese della battaglia di Waterloo, lo riabilita. Secondo lui lottò come un leone e perse solo a causa delle circostanze e degli errori dei suoi generali.
La quinta considerazione è che Waterloo è un crocevia della storia. L’esito della battaglia ha cambiato non solo l’Europa ma il mondo. Per questa ragione, mi sono sempre chiesto cosa sarebbe accaduto se in quella piccola località della Vallonia avessero vinto i francesi. Credo sarebbe cambiato poco poiché la stella di Napoleone era al tramonto. Anche se sconfitti, gli stati della VII Colazione (inglesi, austriaci, prussiani, tedeschi, russi, ecc) avrebbero messo in campo un nuovo, potente esercito in grado di sconfiggere i francesi, ormai giunti alla frutta. Basti pensare che l’armata transalpina, i cui veterani erano decimati, contava per lo più sui coscritti, chiamati affettuosamente “Marie-Louise”. Erano soldati giovanissimi, impreparati e male equipaggiati, nulla a che vedere con i guerrieri dell’invincibile Armèe che Napoleone aveva guidato alla vittoria ad Austerlitz. Il predominio della Francia, assediata dalle potenze europee, aveva dunque i giorni contati. Vincere a Waterloo avrebbe aggiunto un tassello alla gloria di Napoleone ma senza evitare il suo tramonto. 
Mi concedo un’ultima considerazione. Pochi ricordano che a Waterloo combatté anche il generale Cambronne, di cui è apprezzabile la frase “La guardia muore ma non si arrende”. In realtà, il visconte di Cambronne è più famoso per un’altra frase, una sentenza che non ammette repliche. Invitato dagli inglesi ad arrendersi, egli avrebbe risposto “Merde!”, causando il massacro dei suoi valorosi granatieri. L’episodio non è certo, per quanto immortalato da Victor Hugo, il quale affermò che il vero vincitore morale di Waterloo era proprio Cambronne “poiché fulminare con una parola simile il nemico che vi uccide, significa vincere”. 
Che ne dite? Sono trascorsi duecento anni da allora, ma forse a Waterloo si combatte ancora perché Waterloo è dove meno te l’aspetti, nel sottosuolo di ogni essere umano, ed è “la battaglia che non finisce mai”, come suggerisce l’omonima canzone di Roberto Vecchioni.

1 commento:

  1. Concordo in pieno con la tua valutazione circa le conseguenze di una vittoria napoleonica. Il destino di Napoleone era segnato con l' esercito austriaco che premeva da sud. Certo esiste anche l'ipotesi che gli alleati a seguito di una vittoria napoleonica potessero accettare il ritorno alle frontiere naturali della Francia.

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