giovedì 30 luglio 2015

Così è la vita, così è la morte.

Mi sono commosso vedendo il video del funerale del professor Dawson Tamatea, un insegnante di fisica e matematica scomparso a Palmerston, nel Nord della Nuova Zelanda (https://www.youtube.com/watch?v=M6Qtc_zlGhc).Tamatea insegnava da trent’anni nel Liceo locale e gli studenti della scuola, che lo amavano moltissimo, hanno voluto tributargli un saluto collettivo di forte impatto emozionale. Quando il carro funebre è entrato nel cimitero di Palmerston, più di un migliaio di ragazzi hanno ballato e cantato la Haka. La Haka, per chi non lo sapesse, è la danza tipica dei Maori, l’etnia originaria della Nuova Zelanda. Erroneamente creduta solo un rituale intimidatorio, cui ricorrere in guerra, prima della battaglia, è stata resa famosa dagli All Blacks, la nazionale di rugby neozelandese. In realtà, l’Haka esprime il sentimento interiore di chi la danza e perciò ha molteplici significati che spaziano dalla  gioia al dolore. I movimenti e le grida di chi la pratica sono liberatori, spettacolari e coinvolgenti. Atteggiamenti e parole esprimono il messaggio dell’anima. Ka mate, ka ora.  Così è la morte, così è la vita. 
È questo il profondo, immutabile insegnamento dei Maori su cui, da qualche tempo, mi trovo a riflettere. Forse perché mi avvicino senza patemi al mio sessantesimo compleanno, una soglia ideale per applicare la lezione che ho ricevuto da mio nonno. Anzi, una duplice lezione. Lui diceva che bisogna spendere la prima parte della vita per imparare a vivere e la seconda parte per imparare a morire. Poi, precisava che la cosa più importante è che la morte ci colga vivi. Non so se ho imparato a vivere, lo lascio giudicare a chi mi conosce intimamente, ma so che sto cercando d’imparare a morire. Ebbene, il funerale di Dawson mi offre lo spunto per tre considerazioni che voglio condividere. 
Comincio con la prima. È veramente una vita spesa bene quella che si conclude con un gesto d’amore e gratitudine come quello degli studenti di Palmerston. Dawson non era un uomo ricco né tanto più famoso. Era un uomo comune, capace però di farsi amare e insieme rispettare. La sua morte può essere definita il coronamento della sua vita e mi piace pensare che la sua anima abbia trovato nel momento del congedo le risposte che in vita ha forse cercato ostinatamente. E quale risposta è più profonda di quella che ogni tanto mi scorre nella mente: Tu sei qui per amare ed essere amato? Purtroppo, sono poche le persone che attribuiscono il giusto valore al cammino che dalla nascita ci conduce troppo in fretta alla morte. I più perdono di vista l’importanza di compiere la missione per cui vengono al mondo. Su quale essa sia non ho dubbi. Ci incarniamo per crescere, evolverci, procedere attraverso il dono di noi stessi e la consapevolezza verso l’illuminazione. Il resto è complementare. In alcuni casi fondamentale, e mi riferisco alla procreazione. In altri casi superfluo, effimero. Come lottare per un posto al sole, accumulare denaro e potere, manipolare gli altri e imporre il proprio ego. Mi piace considerare che è la scomparsa degli uomini più umili e invisibili a commuoverci maggiormente. La morte dei potenti, degli uomini grandi e famosi, spesso suscita una commozione falsa, pruriginosa e non duratura. Ci capita di pensare: eri ricco, famoso e potente ma adesso non sei più nessuno. Ritornerai polvere. Mentre la perdita di chi ci ha amato e ha contribuito a plasmarci ci segna per sempre. La memoria di costoro è indelebile. La morte è veramente democratica, una “livella”, come diceva Totò. 
Ma ecco la seconda riflessione. Imparare a morire non è facile e perciò, dopo una certa età, dovremmo concentrare i nostri sforzi per vincere la paura della morte. Non c’è paura più grande, salvo considerare il timore di soffrire, cui però spesso possiamo porre rimedio. Sorrido ripensando a una battuta di Woody Allen: “Non è che ho paura di morire, è che non vorrei essere lì quando succede”. Bè, da giovane la pensavo così. Oggi, si è fatta strada nella mia coscienza una nuova prospettiva. Perché non dovrei esserci? Morire è il momento più alto della nostra vita, più della nascita. Quando veniamo al mondo siamo informi, inconsapevoli, incapaci di metabolizzare coscientemente l’evento. Ma quando moriamo, facilmente siamo lucidi, esperti, a volte preparati. Morire è l’esame di maturità, la tesi di laurea, il congedo e insieme il giorno della ripartenza, dove inizia il viaggio più avventuroso e misterioso. Credo che imparare a morire significhi rinunciare alla fobia della morte e consista nel prepararsi per salpare e navigare verso l’ignoto, il che rende la morte affascinante. Confesso che non ho paura di morire né avrò paura il giorno in cui me ne andrò. Ciò che ancora mi rende “non pronto” è il pensiero del distacco, dell’abbandono. Non mi angoscia l’idea di lasciare questo mondo, mi rattrista il pensiero di separarmi fisicamente dai miei affetti terreni. È un limite su cui ogni essere umano che non è solo deve necessariamente lavorare. Ci vuole tempo e serve un salto quantico.
Infine, la terza riflessione. Ho spesso meditato sul valore reale della frase “l’importante è che la morte ci colga vivi” e ogni volta ho concluso che questa è la chiave di volta della nostra esistenza. Molti si spengono prima di morire e il loro decesso è solo la vidimazione fisica di una resa prematura. Muoiono dentro, intendo, sicché la morte li coglie in avanzato stato di decomposizione morale e spirituale. Che orrore! Ho sempre pensato che la morte va affrontata in piedi, con la fronte alta, lo sguardo luminoso. Mi auguro di poterlo fare, di essere lucido, sano, cosciente quando busserà alla mia porta. Spero di poterla fissare negli occhi e sorriderle. Vorrei dirle: “Sei la benvenuta” – e seguirla docilmente, senza fare resistenza. Ecco, morire così dev’essere bello. Mi sono sempre chiesto a cosa serva restare avvinghiati alla vita quando è chiaro che si è giunti al capolinea, a che pro difendere i privilegi accumulati, opporsi all’ineluttabile. Mi hanno sempre fatto pena quelli che faticano a morire perché non vogliono staccare gli ormeggi, che restano attaccati al materiale come mitili allo scoglio, che hanno lo sguardo allucinato a causa del terrore del vuoto. Costoro ignorano d’essere già morti e con la loro sciocca cocciutaggine finiscono per essere strappati via malamente. Ben altra cosa, invece, è trattare la morte da pari a pari, senza sfidarla ma nemmeno temerla. Credo che la morte apprezzi la dignità con cui l’accogliamo. Voglio pensare che la nostra vitalità la renda più mite e amichevole. Forse mi sbaglio, forse esagero, ma so che la morte ci rispetta, forse ci ama. 
Mi piacerebbe che qualcuno, il giorno del mio commiato, intonasse un ideale Haka. Sarebbe un arrivederci splendido. Così è la vita, così è la morte. Significherebbe che ho vissuto fissando le stelle, con il cuore che batteva all’unisono con l’universo.


1 commento:

  1. Bhè che dire ,caro coscritto, di più ?
    Si muore una volta sola ,ma per molto tempo .

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