lunedì 17 agosto 2015

Abbiate cura delle vostre radici perché senza non si vola

Pare che poco prima della sua morte, avvenuta l’8 maggio 1903 a Hiva Ova, una delle Isole Marchesi, il pittore Paul Gaugin non stesse dipingendo il mare trasparente della Polinesia o le sue spiagge di sabbia fine e dorata ma un paesaggio bretone. Nei suoi ultimi tempi, segnati dalla stanchezza e dalla malattia, sebbene avesse scelto di vivere in luoghi esotici lo accompagnò la nostalgia della patria e in particolare di Pont-Aven e della Bretagna. Se l’aneddoto è vero, non mi stupisce. Per quanto un essere umano decida di fuggire da tutto e da tutti, e cerchi di sciogliere i legami con il passato, è difficile che possa svellere le proprie radici. Il rizoma di un uomo è indissolubile. Le radici non si vedono e raramente si percepiscono, eppure incidono su di noi come un bulino. Anche quando pensiamo d’esserci affrancati. Senza radici non esisteremmo né potremmo crescere e vivere. Senza radici saremmo in balia della bufera che confonde e annichilisce. 
Mi viene in mente un altro esempio, questa volta letterario, di come le radici possano affondare profondamente nel nostro substrato spirituale. Penso a Il giardino dei ciliegi, l’ultimo capolavoro teatrale di Anton Čechov. L’opera narra di come l’aristocratica russa Ljubov Andreevna Ranevskaja perda una proprietà terriera cui è molto affezionata, all’interno della quale c’è un giardino di ciliegi che assurge a simbolo delle radici familiari estirpate da una burrasca esistenziale. Anche in questo caso, le radici sono costituite da un luogo fisico e insieme dalle memorie degli eventi, dei fatti quotidiani, delle relazioni e del passato in generale. La perdita ha l’effetto dei colpi di accetta o di vanga con cui si eliminano le radici di un albero. 
Perché ci fa così male perdere i luoghi dei ricordi? I ricordi non muoiono e le radici restano dentro di noi anche quando fuori c’è la fine del mondo, il nostro piccolo mondo antico, eppure… Ho provato la stessa sensazione di Ljubov Andreevna quando la mia famiglia rinunciò a una grande casa di villeggiatura in cui ho passato buona parte dell’infanzia e dell’adolescenza. Mi sentii svuotato, impoverito, immalinconito. Eppure, sebbene il ricordo di ciò che abbiamo perso non ci abbandoni mai e ogni tanto si manifesti con fitte sottili e fastidiose, come quando cambia il tempo e le vecchie ferite si lamentano, le radici non muoiono veramente. Esse resistono nel fondo del cuore. Sono vitali e immortali. Mentre scrivo a ruota libera, senza una teoria o un’idea precisa, dai cassettini della memoria balza fuori prepotentemente una poesia di Ada Merini. Dice: “Ci sono betulle che di notte levano le proprie radici, e tu non crederesti mai che di notte gli alberi camminano o diventano sogni”. Non vi sembra splendida? Forse, anche noi dovremmo trasformarci nelle betulle della Merini. Dovremmo continuare ad amare e rispettare le nostre radici ma senza restare immobili, senza indulgere troppo ai ricordi di ciò che siamo stati, di come siamo stati felici. Dovremmo, certo, ma non è facile. Le radici sono rassicuranti. Le radici sono come la bussola; senza rischiamo di perdere l’orientamento. 
Purtroppo, viviamo in un’epoca alienante. La globalizzazione sta trasformando gli essere umani in automi o, se preferite, fotocopie scolorite. Si sta realizzando quella che ho sempre considerato un’utopia demagogica: gli uomini sono tutti uguali. Ma quando mai? Io sono per la biodiversità non per l’uniformità. I plutocrati, le multinazionali e i mass-media hanno livellato i pensieri, gli stili di vita e la vita stessa del consorzio umano. Al fine di indebolirci sempre più e renderci innocui, servi consenzienti di un sistema dispotico, stanno distruggendo i valori tradizionali, le certezze, i legami. In una parola, ci stanno sradicando. E qui mi riferisco non solo alle radici familiari ma anche a quelle comunitarie, identificative di un popolo o di un’etnia. Prendiamo atto che i nostri ragazzi escono dalle scuole senza sapere la storia e la letteratura, come se fossero cose inutili. I manipolatori ci sradicano rinnegando il passato, i vincoli di sangue e razza, la biodiversità culturale e linguistica. Cui prodest imparare la grammatica e parlare un italiano decente? Basta masticare l’inglese e padroneggiare il linguaggio dei computer e dei telefonini. In realtà, oggi serve sapere altre cose, come fare soldi e prevaricare il prossimo. Ma se togliete a un essere umano il ricordo (e l’orgoglio) del proprio passato familiare, cittadino e nazionale, cos’è realmente? Creta molle da plasmare o un fuscello senza radici? Ecco la differenza che mi sento di rimarcare. Mentre una volta era importante conoscere e rispettare le proprie radici e quando ci si ritrovava sbalzati altrove era altrettanto importante mettere radici, perché senza di esse ci si sentiva soli e dunque vulnerabili, oggi è vero il contrario. Le radici sono considerate inutili pastoie, freni a disco che fanno frizione, ancore pesanti, impedimenti alla libertà e capacità di godere appieno della vita, avidamente, senza rispetto o pudore. Crederlo è un grave errore, cui le nuove generazioni sono indotte dalla manipolazione della mente e della coscienza di cui sono vittime. La colpa non è solo dei cattivi maestri ma anche delle famiglie. Molte famiglie, infatti, non danno più valore alle proprie radici. Io sono convinto che ci sia un disegno preciso ed ecumenico per privarci delle nostre radici, soprattutto quelle più profonde, quelle che non gelano. 
Io non ci sto, naturalmente. Continuo ad amare e rispettare le mie radici e insegnerò ai miei nipoti che senza di esse siamo foglie in balia del vento. A suo tempo, citerò loro il proverbio indiano che ci invita ad essere come la pianta che cresce sulla nuda roccia; tanto più il vento la sferza tanto più affonda le sue radici. Non mi stancherò di ripetere “abbiate cura delle vostre radici”, così come io ne ho avuta. Tenete vivi i ricordi e le tradizioni. Non scordatevi della storia, anzi studiatela con passione perché la conoscenza del passato ci fa intuire il futuro. Non so dove li porterà la corrente impetuosa della vita, ma vorrei che non scordassero mai da dove sono partiti. Vorrei che facessero loro questo paradosso: senza radici non si vola. 
Deva, Ariel, Maya, Theodore… forse un giorno leggerete ciò che il vostro nonno ha scritto e magari sorriderete all’idea che le radici siano ali.






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