venerdì 25 settembre 2015

Andalusia, terra di chimere e nostalgia

L’Andalusia è bella, anzi splendida. Appare così ricca di attributi che non è facile definirla, tuttavia voglio provarci. È la regione più caliente della penisola iberica, e non solo dal punto di vista climatico. È il ponte fra due continenti e il punto d’incontro fra due mari, il Mediterraneo e l’Oceano Atlantico. Difatti, Gibilterra era una delle due colonne d’Ercole e la ventosa Tarifa s’aggetta sul Marocco come il becco di uno sparviero. È la terra del flamenco e della corrida, dello Xérès o Sherry e delle tapas, delle olive e degli agrumi, del Barbiere di Siviglia e di Don Giovanni, dei silenziosi pueblo bianchi e delle antiche moschee trasformate in cattedrali, delle spiagge infinite e dei cavalli selvaggi, dei bagliori e dei suoni seducenti, della movida e del vento. Attributi noti e comuni. Da parte mia, voglio azzardare una definizione esaustiva, distillata con l’alambicco, dove condensare ogni valenza e suggestione possibile. L’Andalusia è la terra delle chimere e della nostalgia. Le chimere hanno la consistenza rassicurante dei sogni a portata di mano. Chi visita la Comunidad de Andalucia e magari la percorre con la sete dell’esploratore, ha come la sensazione di vivere un’esperienza onirica. Le emozioni sono forti, passionali, travolgenti. La nostalgia, infine. Quella di un passato meraviglioso, di una al-Andalus araba magica e raffinata, di cui si conservano preziose testimonianze. Ma, soprattutto, la nostalgia che ti coglie dopo averla conosciuta e abbandonata. L’Andalusia non è una terra superficiale. Ti entra dentro e mette radici. Devi tornarci. Oppure soffrire per averla perduta. 
Gli amanti del mare e del sole, facilmente si fanno sedurre dalle spiagge di sabbia fine della Costa del Sol e da quelle primitive della Costa della Luz. Non so a chi assegnare la palma. La Costa del Sol ricorda la riviera adriatica, ma è molto più bella, esclusiva, raffinata. Da Malaga fino ad Algeciras, è una lunga teoria di località balneari affascinanti. Torremolinos, Marbella, Fuengirola, Benalmadena ed Estepona sono accoglienti, carezzevoli, vivaci ma senza strafare. Ciò che maggiormente colpisce il turista è la qualità della vita e dei servizi, la pulizia e l’ordine, l’assenza di eccessi e volgarità. Non a caso, la Costa del Sol è piena di inglesi e nordici, la cui buona educazione andrebbe presa come modello. Più emozionante e intima, quasi spirituale, è l’esperienza che si matura sulla Costa del Sol, che si estende da Tarifa fino a Cadice. Luoghi come Playa de Bolonia, Zahara de los Atunes, Los Canos de Meca con Cabo Trafalgar e La Barrosa a Chiclana de la Frontera, sembrano spicchi d’Africa subsahariana. Ci si perde, e non solo fisicamente. L’unico inconveniente (non per i surfisti) è che le acque dell’Atlantico sono un po’ freddine e il vento è implacabile. Vamos a la playa è senza meno una delle parole d’ordine della terra delle chimere e della nostalgia. 
Che dire degli Andalusi? Sono cordiali, ospitali, simpatici. Parlano uno spagnolo strano e ne vanno fieri. Una delle frasi caratteristiche è no ni nà, che letteralmente significa “no, né, niente”. Di fatto, è una triplice negazione che usano per affermare qualcosa con forza. Strano, vero? È un vezzo che mi ricorda l’abitudine indiana di rispondere “sì” ondeggiando la testa nel tipico gesto negativo. Il “no ni nà” degli andalusi esprime il loro spirito e la loro mentalità, ma anche la vivacità di cui sono capaci. Come i famosi cavalli andalusi, che scrollano il capo e scuotono la criniera come nessuno sa fare, a conferma di un temperamento che coniuga il fuoco con il vento, la terra con l’acqua. A essere generosi, viene da pensare che questo intercalare sia indice di una naturale vena poetica. Nulla di strano; Federico Garcia Lorca è nato in provincia di Granada e Luis de Gongora era figlio di Cordova, che al tempo dell’emirato di al-Andalus (poi trasformatosi in Califfato) era la città più popolosa d’Europa. Città, lo ricordo per inciso, che ha dato i natali anche al poeta latino Lucano, a Seneca e ad Averroè. A Malaga, invece, nacque Pablo Picasso e facilmente si comprende a quali fonti abbia attinto il grande maestro e artista. Luci e colori, linee e geometrie sono la quintessenza dell’anima loci
Se mi chiedessero quale città o luogo dell’Andalusia preferisco per bellezza, fascino e attrazioni, non saprei rispondere. Mi piace tutta l’Andalusia, l’amo come si ama la terra natia, ma devo riconoscere che Siviglia e Granada appartengono al parterre de rois delle città indimenticabili. Siviglia, città dorata che la leggenda vuole sia stata fondata da Ercole, è l’apoteosi dei sensi. La vista è abbagliata dai suoi monumenti (a cominciare dalla più grande chiesa gotica del mondo), l’olfatto dal profumo degli aranci e dei patii fioriti, l’udito dai suoni delle feste e del flamenco nel cuore di Triana, il gusto dalle tapas e il tatto dall’energia, che qui è effervescente oltre che palpabile. Altrettanto seducente, però, è Granada. Chi non l’ha mai vista non ha visto nulla, recita un proverbio spagnolo. In effetti, è una di quelle mete imperdibili sulla faccia della terra, non fosse altro che per la sua Alhambra. Nell’Ottocento, lo scrittore statunitense Irving Washington visse alcuni mesi all’interno di questo meraviglioso concentrato di palazzi e monumenti arabi (a quel tempo in rovina) e ci ha lasciato un libro – I racconti dell’Alhambra – in cui conferma la bellezza dei luoghi: “Non c’è niente di più triste che essere cieco a Granada”. Anche l’incantevole Granada, come Siviglia, allerta e seduce i sensi. Solo che nella città fiabesca considerata la Damasco dell’Andalusia prevale il profumo delle spezie e il suono dei canti gitani e delle chitarre. Si dice che Federico Garcia Lorca passasse ore a respirare l’aria profumata dei giardini dell’Alhambra e ad ammirare da lì i tramonti fiabeschi. Ha testimoniato che aveva l’impressione di trovarsi in un palazzo incantato delle Mille e una notte. Anche il turista frettoloso può avvertire questa magia, che la canzone di Claudio Villa (ma che fu di Mario Del Monaco) riassume con parole struggenti: “Granada romantica, paese di luce, di sangue e d’amor”. 
L’Andalusia non finisce mai di stupire. Puoi scoprirvi le cose più strane. Come la più grande stupa d’Europa. Si trova a Benalmadema alta, a picco sulla città e il mare. La Stupa de la iluminacion è come un’oasi di pace e silenzio il cui pinnacolo si staglia in un azzurro così intenso e doloroso da provocare una sorta di fitta nel chakra del cuore. Voluto dal maestro buddhista nepalese Lopon Tchechu Rinpoche, questo santuario aperto al pubblico è l’alternativa intimistica ai tanti campi da golf, parchi acquatici e di divertimento che costellano la Costa del Sol. Conferma che le chimere esistono ancora. E che la nostalgia è l’ombra che si appiccicherà a chi ha avuto la fortuna di conoscere il paese “a due passi dal Paradiso”, come lo definì Prosper Mérimée, l’autore dei racconti da cui Bizet ha ricavata l’opera lirica Carmen.

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