mercoledì 7 ottobre 2015

Da oggi, navigherò oltre le Colonne d'Ercole

Oggi compio sessant’anni, un’età che nell’immaginario collettivo può evocare le Colonne d’Ercole, superate le quali inizia il viaggio verso l’ultima Thule. Aldilà delle metafore geografiche, molti la considerano una soglia epocale, il varco attraverso il quale si declina malinconicamente nella vecchiaia. Vecchiaia? In realtà, io mi sento giovane e forte, forse perché sono integro fisicamente e mentalmente. Forse perché l’età biologica è un inganno, un forviante fattore anagrafico. Abbiamo l’età che ci sentiamo e per  fortuna non mi sento il peso dei miei primi sessant’anni di vita. 
Sto considerando di quanta gente famoso sono coetaneo. L’elenco è sterminato ma mi vengono in mente Bruce Willis, Enrico Mentana, Alain Prost, Kevin Costner, Bill Gates, Michel Platini, Pupo, Diego Abatantuono, Bruno Conti, Karl Heinz Rummenigge, Zucchero, Debra Winger, Alessandro Altobelli, Whoopi Golberg. Ma anche Vladimir Putin e il violoncellista Yo Yo Ma, nati il 7 ottobre, come me. E rifletto su questa frase che ho letto da qualche parte: “A vent’anni ci preoccupiamo di cosa gli altri pensino di noi, a quarant’anni non ci interessa cosa gli altri pensino di noi, a sessant’anni scopriamo che gli altri non hanno tempo né voglia di pensare a noi”. In sostanza, una volta raggiunti i mitici anni sessanta ci può assalire la sensazione che abbiamo speso gran parte del nostro tempo preoccupandoci invano della considerazione degli altri. Non solo, ci accorgiamo con infinito stupore che l’età dell’espansione del nostro ego è archiviata e inizia quella della riduzione. Sappiamo che da questo momento in poi diventeremo un poco più piccoli e meno brillanti, più remissivi e meno resistenti. La chiamano decadenza. 
Invece, è una nuova dimensione che può riservare piacevoli sorprese. Pablo Picasso dichiarò che si diventa giovani a sessant’anni ma aggiunse che, sfortunatamente, è troppo tardi. C’è del vero in questo paradosso. Intanto, vorrei far notare a chi mi ha chiesto con un sorriso beffardo negli occhi se non mi sento anziano, che oggi non si è anziani a sessant’anni, tutt’al più si entra a far parte del club dei diversamente giovani, quelli che in una vecchia pubblicità dell’acqua Fiuggi giocavano a tennis e non a briscola o a bocce. Ricordo che anch’io, da bambino, consideravo vecchie le persone di sessant’anni, ma erano altri tempi. L’aspettativa di vita è aumentata, la maggiore longevità e la possibilità di rallentare l’invecchiamento della cellule attraverso un’alimentazione sana e uno stile di vita attento hanno innalzato di molto la soglia della senilità e quindi della morte. Per questa ragione, m’illudo di avere ancora quarant’anni. Un giorno, l’attore Anthony Quinn dichiarò che anche a sessant’anni se ne possono ancora avere quaranta, ma solo mezz’ora al giorno. Dipende...
Ieri, uno pseudo amico ha voluto farmi gli auguri recitandomi una formula impietosa: A 20 anni bicipiti, a 40 anni tricipiti, a 60 anni precipiti. Beh, io non ho alcuna intenzione di precipitare ma di godermi ancora le peripezie del volo, fosse anche solo quello pindarico. Molto più significativo, per me, questa mattina, è stato lo sguardo affettuoso ma anche ansioso di mia moglie, la mia adorabile compagna di vita. Lei ha un anno in meno di me, mi succhia la ruota sapendo di non potermi superare. Voleva intuire il mio stato d’animo e capire quale effetto eserciti sul buon umore il raggiungimento della fatidica asticella. L’ho lasciata senza parole affermando che adesso anch’io appartengo al sesso debole. Non equivocate, non sto facendo outing. La mia identità sessuale resta salda, come la mia lucidità. Intendo dire che allo scoccare del sessantesimo genetliaco ho avuto una sorta d’illuminazione: non ho più bisogno di mostrarmi virile. Posso finalmente riporre la spada affilata nel fodero e accettare l’idea che non devo più dimostrare nulla a nessuno né affrontare a petto nudo l’esistenza in una sorta di lotta greco-romana. Posso concedermi di mostrarmi attendista per non dire passivo, di ricevere anziché dare, di fingermi debole anziché forgiato nell’acciaio. Credo che uno dei vantaggi della vecchiaia incipiente sia proprio la rinuncia al combattimento impari, all’ambizione sfrenata, alla tenacia dissennata con cui si affrontano gli ostacoli insuperabili. Da oggi, voglio prendere coscienza che non serve a nulla lottare contro i mulini a vento. Mi basterà ammirare il vento e l’acqua che ne agitano le pale. Non ho più il dovere di sfidare la sorte o fare il capo branco. Ribadisco che in questo momento non sento il peso dei sessant’anni ma riconosco che forse a rendermi indifferente al tempo che scorre è la sordità. Lo confesso, mi rifiuto di sentire gli spifferi. Ignoro i microsegnali psicofisici che mi mettono in guardia, ricordandomi che la mia energia è diminuita, la mia efficienza è destinata a scemare lentamente, e non potrò più ruggire come una volta né gestire la fatica con la stessa facilità di un tempo. 
La sordità sarà l’elemento con cui dovrò fare i conti in futuro. Non mi riferisco ai problemi acustici (il mio udito è finissimo) ma a quelli mentali. Il rischio, infatti, è diventare sordi a ciò che un tempo ci rendeva generosi e disponibili, ci faceva sentirvi migliori, ci dava la carica. Penso, ad esempio, alle esigenze dei bisognosi. Quelle della famiglia non smetteranno mai di essere al centro delle mie attenzioni, invece. Mi domando fino a quando continuerò a fare volontariato nel campo del soccorso sanitario d’emergenza. Oppure, se avrò ancora la forza di prodigarmi per gli altri. Qualcosa sta cambiando, lo sento e in realtà è già cambiato. Mi capita sempre più spesso di mandare a quel paese la gente e non perché io abbia ripudiato la mia buona educazione. Sono disincantato. Ma la sordità può anche costituire un vantaggio. Conviene essere sordi ai falsi bisogni, ai richiami effimeri e agli sforzi inutili. Ho già sottolineato che il sessantenne di oggi è diverso da quello della mia giovinezza; più giovanile ma meno saggio e talvolta incazzato nero, il che finisce per renderlo sordo. Non vuole più sentire, è stanco di parole vuote e promesse non mantenute, sbigottito dal falso progresso e indignato per come sono deteriorate le cose e le persone intorno a lui. Detesta il frastuono che lo circonda e ha nostalgia di quando la vita era docile, la speranza accesa a ogni ora, la gente educata e gentile. Un po’ mi riconosco in questo modello. Una volta, i sessantenni erano sereni, adesso sono inquieti. 
Ahimè, raggiungere quota sessanta comporta un attimo di sconforto. Mi conosco, però, so che durerà solo poche ore. Da domani ricomincio a navigare in mare aperto, oltre le Colonne d’Ercole, riflettendo sul fatto che la riva dei cento anni è ancora molto distante e sarebbe insano, per un ragazzo di sessant’anni, farsi trascinare nel vortice dei ricordi e della querimonia.

3 commenti:

  1. Dante ebbe Virgilio, io ho lei.. carissimi auguri Signor Bresciani!
    - un lettore

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  2. Amore caro, come al solito le tue parole commuovono e risvegliano la coscenza nello stesso tempo. Sono contenta che da oggi potrai indossare, oltre alle camicie rosa che mi sono sempre piaciute tanto su di te, anche i pantaloni!!! Per l'assopimento dell'ascolto dei bisogno altrui, consolati, sta succedendo anche a me, ma sono convinta che se continui ad ascoltare i finti bisogni di tutti non sentirai mai la tua reale necessità di arrivare all'illuminazione proprio attraverso il silenzio. Ti amo mio giovane sessantenne!

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