venerdì 20 novembre 2015

Io sono

Ciò che tu credi di essere, non sei; è solo un’illusione, un’ombra del te reale che è Io, il tuo Sé divino immortale. 
IO SONO quel punto di coscienza focalizzato nella tua mente umana, che chiama se stesso Io”. (Saint Germain)

Ci sono libri che non sono destinati alla massa. Vengono scritti per gli iniziati o per coloro che hanno maturato la necessità di attirare a sé il mediatore spirituale che può aiutarli a compiere il salto quantico, cioè un balzo della coscienza. Per questo motivo, sono ben più preziosi di un best seller o di un long seller. È il caso di Io sono, un libretto attribuito al Conte di Saint Germain. Prima di parlare di questa opera è utile che inquadri l’autore. Quella del Conte di Saint Germain (o San Germano) è una figura così complessa, enigmatica e controversa che si potrebbero versare fiumi d’inchiostro senza mai esaurire l’argomento. Vissuto nel Settecento, egli fu un avventuriero, un alchimista e un personaggio carismatico presso la corte di Francia. Per alcuni, invece, fu solo un ciarlatano. Era forse di origini italiane ma trovò casa in tutta Europa, distinguendosi per la sua cultura ma anche per la sua stravaganza e per l’alea di mistero che informa la sua vita inimitabile e le sue opere. Si relazionò, fra gli altri, con Casanova (che lo detestava), Voltaire, Mozart, Cagliostro, Madame Pompadour, Luigi XV e Federico II. Che fece di memorabile il signor conte? Tutto e nulla, in realtà, ma in entrambi i casi lasciò un segno indelebile. In sostanza, pur ignorando le molte leggende che circolano su di lui, non si può non riconoscergli la patente di guida spirituale ed esoterista capace ancora oggi di mandare in visibilio i suoi adepti. Si dice possedesse poteri sovrannaturali, fosse stato presente alle nozze di Cana, avesse trovato la pietra filosofale, apparisse contemporaneamente in più luoghi e potesse sparire all’improvviso. Appariva eternamente giovane e di lui si persero le tracce durante un viaggio verso l’Himalaya. Alcuni pensano che non sia mai morto. Da molto tempo, il mito ha prevaricato la realtà. 
Per quanto sia difficile credere che il Conte di Saint Germain sia stato un supereroe ante litteram e un highlander – a meno che la sua natura non fosse umana – è innegabile che abbia messo a dimora un seme straordinario che continua a fruttificare. A cosa mi riferisco? Al libro in questione, che per altro non fu scritto dal Conte di Saint Germain. Benché porti la sua firma, Io sono è un canalizzazione di Saint Germain avvenuta negli Stati Uniti d’America, sul misterioso monte Shasta, nel 1930. In quell’occasione, tramite il channeling, lo spirito di Saint Germain dettò a un certo Guy Ballard, fondatore di I am Activity, un testo che va giudicato esclusivamente per la sua consistenza, così come si valuta un albero unicamente dai suoi frutti. Ne consegue che Io sono è un frutto dell’Eden e in quanto tale un frutto proibito. A renderlo tale è il messaggio di cui è latore. Si tratta di un messaggio d’amore donato all’umanità per guidarla verso una nuova era segnata dalla pace e dall’apertura delle menti. 
Vissuto al tempo dell’Illuminismo, il Conte di Saint Germain ci introduce all’illuminismo del cuore, che un tempo era creduto la dimora dell’anima. La sua lezione è sublime e sconvolgente. Egli esordisce infatti con parole così ermetiche e suggestive da avvincere il lettore fin dall’introduzione. “Io sono la Via e voi non mi seguite. Io sono la verità e voi non mi credete. Io sono la Vita e voi non mi cercate. Se siete infelici non rimproveratelo a me. E Iddio disse a Mosé: Così dirai ai figli di Israele: Colui che si chiama Io sono mi ha mandato a voi”. Chi è che parla? Intanto, queste parole sono una parafrasi biblica; le si legge nell’Esodo, capitolo 3, versetto 14. Inoltre, non possono esserci dubbi che a pronunciarle è il Divino Creatore. Si è dunque tentati di credere che Dio voglia parlare agli uomini attraverso Saint Germain. Non ci sarebbe nulla di strano visto che ha parlato a molti profeti abili nel chiaroscuro, compresi Maometto e Mosé. La verità è un’altra, inimmaginabile. Io sono rivela al lettore che non esiste un Dio esteriore antropomorfo, abitante in chissà quale sfera remota, ma solo un Dio interiore, fatto della stessa energia cosmica che vibra nell’universo. “Io sono tu” afferma la voce narrante. È un’affermazione potente, scandalosa e provocatoria, ma veritiera. La verità si manifesta spesso in forma di eresia ma non c’è nulla di eretico nell’affermare quel che è ben noto alla cultura vedica, vale a dire che Dio è il tutto di cui facciamo parte e dunque noi siamo Dio. Il vero, unico Dio è il Sé che vibra all’unisono con la danza cosmica degli atomi ed è depositario della verità. La lettura di Io sono assomiglia dunque alla navigazione di Cristoforo Colombo, salpato per trovare una nuova rotta verso le Indie. In realtà come ben sappiamo, la fede di Colombo fu premiata con qualcosa di inatteso: la scoperta di un mondo sconosciuto. Lo stesso avviene navigando nei trentatre capitoli del libretto in cui Saint Germain espone con parole semplici ma evocative gli argomenti a sostegno del suo assioma: la presenza di Dio dentro di noi. Io sono non si limita a ciò ma istruisce il lettore sul potere dell’attenzione e il valore dell’autocontrollo e della disciplina spirituale. In definitiva è un bellissimo manuale spirituale il cui leit motiv destabilizza la nostra falsa convinzione che Dio è un’altra cosa rispetto a noi, che è sopra e al di fuori di noi, e il cui compito è amarci e giudicarci. Saint Germain ci invita a una diversa consapevolezza, alla comprensione che Dio alberga in noi per mostrarci la Via, la Verità e la Vita. Questo libretto è una pietra miliare sul cammino del risveglio della coscienza e della vera conoscenza, priva di scorie dogmatiche. Per secoli, gli uomini hanno creduto in buona fede all’esistenza di un Essere Supremo che di volta in volta si manifestava come Dio degli eserciti, Dio vendicatore e geloso, oppure Padre buono e misericordioso. E per secoli, gli uomini si sono massacrati in nome di Dio, con l’arroganza di imporre agli altri il proprio, personale concetto della divinità onnipotente. Allah è il solo Dio, dicono i musulmani, No, l’unico vero Dio è Jahvé, ribattono gli ebrei. In mezzo, c’è il Padre nostro che sta nei cieli. Per tacere del pantheon induista. Lasciamo che a credere in un Dio partigiano e trascendente siano quelli che rifiutano l’introspezione interiore, l’unico strumento in cui fede e intelletto s’incontrano per capacitarsi che noi siamo una parte del tutto, un frammento dell’energia cosmica, una goccia dell’Oceano di vita universale. Ergo, noi siamo Dio e il Dio in cui ci hanno insegnato a credere è solo la sua proiezione.
Attraverso gli insegnamenti di Saint Germain si risveglia nel lettore la coscienza rivoluzionaria di ciò e si compie un autentico miracolo. O vero, riconoscere che in quanto essere pensanti non siamo inferiori alle stelle né all’energia che ha operato nel vuoto primigenio creando l’universo e governandolo secondo leggi imperscrutabili. Facciamo parte di questa energia infinita ed eterna, del Logos o Verbo, e nell’affermare “Io sono” riscopriamo non solo la nostra matrice divina ma la libertà che le religioni ci negano attraverso l’indottrinamento e la manipolazione.

sabato 14 novembre 2015

Siamo in guerra contro il Male e dobbiamo liberarcene

I nuovi attentati terroristici che hanno messo a ferro e fuoco Parigi dovrebbero far cadere le fette di salame dagli occhi di coloro che si ostinano a non vedere, non sentire e non capire. Cosa? Che siamo in guerra, cazzo! Una guerra che non è mai stata dichiarata formalmente, salvo considerare l’11 settembre 2001 l’inizio ufficiale delle ostilità. Una guerra senza quartiere e regole che ci coglie increduli e impreparati.
La guerra che il terrorismo islamico sta conducendo contro la civiltà occidentale è figlia di un disegno preciso, spietato. L’Islam vuole sottometterci, convertirci forzatamente oppure annientarci. Dopo avere visto le angoscianti immagini parigine, sento il bisogno di schierarmi apertamente dalla parte di coloro (Fallaci docet) che ci mettono in guardia contro il relativismo che obnubila la mente. Non esiste un Islam buono e uno cattivo. Non ci sono musulmani moderati e musulmani integralisti. Esistono i “muslim” e basta. E sono tutti colpevoli di ciò che sta accadendo, anche quelli che non fanno del male o fingono di deprecare il jihad mentre in cuore loro ne godono. Scusate la franchezza, ma non faccio differenze tra il fanatico che impugna il Kalashnikov e il clandestino sbarcato da un barcone che impugna solo il telefonino. Il primo è una minaccia palese, il secondo un pericolo latente. Tutti, senza eccezioni, credono in Maometto e nel Corano. Ebbene, basta leggerlo il Corano per rendersi conto che le sue pagine sono intrise di odio e intolleranza religiosa. Smettiamola di fare distinzioni ed eccezioni. Finiamola di essere servili e comprensivi, giustificare e invitare al dialogo, quasi sempre unilaterale. Non può esserci dialogo con chi ci odia e rifiuta ciò che ha reso luminosa la civiltà occidentale: la democrazia, la libertà, l’intelligenza laica, il cristianesimo. Non è possibile attuare l’integrazione di chi oltraggia le nostre leggi, sputa sulle nostre tradizioni, insulta i nostri valori. Peggio di costoro ci sono solo gli stronzi di casa, gli ipocriti e i falsi buonisti che ci ammorbano con la loro presunta superiorità morale, quelli che corrono in difesa di Caino e ci invitano a condividere il loro stile di vita, che in nome di un aberrante concetto chiamato politically correct ci impongono di togliere i crocefissi dalle scuole e abolire il Natale. In fondo, i musulmani li capisco. Imparano da piccoli che noi siamo il nemico perciò meritiamo solo disprezzo e odio. Capisco che le menti labili dei fondamentalisti islamici, a qualunque farneticante sigla appartengono, siano facilmente plasmate nelle madrase e nelle moschee. E capisco che nutrirsi quotidianamente del Corano avveleni la mente e il cuore. Quello che non capisco è l’imbecillità di chi li difende e protegge anche dopo un attentato terroristico, di chi tende loro la mano con la stessa incoscienza di chi offre il latte a un serpente. Cos’hanno nel cervello costoro, segatura? A questi paladini cerebrolesi che dimorano nei palazzi del potere, a questi traditori della patria che hanno aperto le porte al nemico, auguro di trovarsi nel mezzo di una strage attuata dal Califfato o dai Fratelli Musulmani, giusto per provare l’ebbrezza del caos e finire nell’elenco dei martiri coatti. 
È ora di dire basta e promuovere leggi speciali, chiudere le frontiere, setacciare le città e le moschee per stanare i sorci verdi. È il momento di reagire con forza e orgoglio, di colpire e punire in modo implacabile, di comportarsi come quando si è in pericolo, senza se e senza ma, perché siamo in guerra, altro che balle. Ed è una guerra sporca, subdola, ignobile. Una guerra condotta da una torma di scellerati, mentecatti che uccidono senza compassione anche donne e bambini. In questo momento così triste servono due cose all’Occidente. La prima, che auspico fortemente, è che la gente si decida a sfogliare qualche pagina del Corano. Se lo farà, capirà molte cose. Su tutte, che il libro che Maometto sostiene sia stato dettato da Dio è una feroce istigazione alla violenza, all’odio, al terrore e alla prevaricazione (compresa quella maschile sulla donna). I fatti accaduti a Parigi sono il frutto disgustoso dell’insegnamento del Corano e stupirsi che avvengano significa ignorare ogni cosa del nemico, che non è sprovveduto ma agisce in maniera logica e prevedibile, convinto di essere nel giusto, di combattere una guerra santa. Ora, visto che la parole stanno a zero e in questo momento contano solo i fatti, voglio riproporre alcune “perle di saggezza” contenute nel Corano, giusto per favorire l’orientamento di chi, in queste ore, si sente un po’ smarrito. 
La prima sura che cito suggerisce: “Uccidete gli infedeli ovunque li incontriate. Questa è la ricompensa dei miscredenti.” (2:191). La seconda promette:  “Instillerò il mio terrore nel cuore dei miscredenti: colpiteli tra capo e collo, recidete loro la punta delle falangi!” (8:12). La terza raccomanda: “Non obbedire ai miscredenti; lotta invece con essi vigorosamente.” (25:52). La quarta è esplicita: “Combattili fino a quando non ci sia più tumulto o oppressione, e prevalga la giustizia e la fede in Allah ovunque e dovunque.” (8:39). Ancora più inequivocabile è la quinta: “Ai miscredenti saranno tagliate vesti di fuoco e sulle loro teste verrà versata acqua bollente, che fonderà le loro viscere e la loro pelle. Subiranno mazze di ferro, e ogni volta che vorranno uscirne per la disperazione vi saranno ricacciati: Gustate il supplizio della Fornace“ (22:19-22). Ma ecco la sesta: “O voi che credete! Combattete i miscredenti che vi stanno attorno, che trovino durezza in voi. Sappiate che Allah è con coloro che lo temono.” (9:123). Il profeta rinnova l’invito altrove: “Combattete coloro che non credono in Allah” (9:29) e afferma che “Il loro rifugio (dei miscredenti) sarà l’Inferno, qual triste rifugio!” (9:73). Insiste con questo tono:  “Combatteteli finché Allah li castighi per mano vostra, li copra di ignominia, vi dia la vittoria su di loro, guarisca i petti dei credenti.” (9:14) ed esplicita che “La ricompensa di coloro che fanno la guerra ad Allah e al Suo Messaggero e che seminano la corruzione sulla terra è che siano uccisi o crocifissi, che siano loro tagliate la mano e la gamba da lati opposti o che siano esiliati sulla terra: ecco l’ignominia che li toccherà in questa vita; nell’altra vita avranno castigo immenso.” (5:33). Infine: «Quando incontrate gli infedeli, uccideteli con grande spargimento di sangue e stringete forte le catene dei prigionieri» (47:4). In definitiva, Maometto tuona così: “Preparate, contro di loro, tutte le forze che potrete [raccogliere] e i cavalli addestrati per terrorizzare il nemico di Allah e il vostro e altri ancora che voi non conoscete, ma che Allah conosce.” (8:60). Vi basta? Potrei continuare...
Poc’anzi ho sostenuto che servono due passi per consapevolizzare l’emergenza e ora vi chiederete qual è il secondo. Il secondo è risvegliarsi dal torpore in cui siamo caduti a causa del benessere, dell’apatia e delle cattive ideologie. Dobbiamo metterci in testa che non stiamo lottando contro esseri umani come noi ma contro il Male, di cui dobbiamo liberarci. Presto e a qualunque costo. La nostra inerzia, l’impotenza di cui abbiamo dato prova lo rafforza. Il mio auspicio è che la Comunità Internazionale si mostri unita e invii un segnale forte, contrattaccando, economicamente, socialmente e militarmente, per estirpare il male alle radici. Le guerre non si vincono porgendo l’altra guancia. E al Male non si pone fine con la retorica ma con le azioni inesorabili. Non possiamo permetterci di ignorare questa guerra globale e tanto più di essere sconfitti.

mercoledì 11 novembre 2015

Gli Aristogatti polidattili di Hemingway


Chi ama gli animali e dovesse andare in vacanza a Key West, la famosa località turistica agli estremi dell’arcipelago delle Florida Keys, non può rinunciare alla visita della casa in cui visse Ernest Hemingway. Aldilà delle suggestioni storico-letterarie, questa dimora conserva la memoria viva dell’amore che il grande scrittore americano nutriva per i gatti. E i suoi gatti – arrivò ad averne più di trenta – non erano felini comuni ma polidattili, per cui possedevano un numero di dita anomalo rispetto alla norma; sei o sette anziché cinque (negli arti anteriori) o quattro (nei posteriori). Questa anomalia non è rara fra le colonie feline della costa orientale degli Stati Uniti e in Galles. A dire il vero, durante il Medioevo, i gatti polidattili erano diffusi in tutta Europa sennonché nel 1484, il papa Innocenzo VIII, convintosi che il gatto cattura i topi e ci gioca nello stesso modo in cui Satana s’impadronisce delle anime, dichiarò che “è l’animale preferito dal diavolo e idolo di tutte le streghe”. Gli si attribuivano poteri nefandi e la colpa di piacere agli eretici come i catari, i valdesi e i templari. Fu inevitabile dare inizio alla caccia al gatto e quelli con il “segno del diavolo” (i polidattili) furono sterminati. Alcuni, però, sopravvissero in Gran Bretagna. A partire dal XVI secolo fino all’Ottocento, non era inusuale trovarli imbarcati sulle navi della Marina militare di Sua Maestà, e non solo perché erano abilissimi cacciatori di topi ma in virtù del fatto che li si considerava dei portafortuna. 
È probabile che la gatta con sei dita che Stanley Dexter, un capitano di mare, regalò ad Hemigway all’inizio degli anni Trenta arrivasse dall’Inghilterra. Questa micia si chiamava Snowball (Biancaneve) ed era candida e dolcissima, pur avendo un carattere terribile. Hemingway amava i gatti e si affezionò tantissimo a Biancaneve. In una lettera a un suo amico, egli scrisse che “i gatti dimostrano di avere un’assoluta onestà emotiva. Gli esseri umani, per una ragione o per l’altra, quasi sempre riescono a nascondere i propri sentimenti. I gatti no”. La passione per i gatti di Hemingway è testimoniata dalle fotografie scattate nella sua casa di Key West, dove lo si vede spesso in compagnia dei suoi amici a quattro zampe, e dai suoi scritti. A un micio dedicò uno dei suoi primi racconti - Cat in the rain – e nel romanzo Isole nella corrente, pubblicato postumo, descrive il protagonista Thomas Hudson mentre riposa teneramente abbracciato al suo micio. 
Biancaneve ebbe molti figli e alcuni di loro si permettevano di riposare sulla scrivania dello scrittore o d’interromperlo mentre lavorava saltando sulla sua macchina da scrivere. Conosciamo i loro nomi. Hemingway aveva un debole soprattutto per Friendless, Crook, Ecstasy, Brother e Crazy Christian. Sappiamo anche che un giorno, una delle sue gatte attraversò la strada fuori dalla sua tenuta e fu investita da un’automobile di passaggio. Anche se ferita a morte, la micia si trascinò fino alla porta di casa, dove Hemingway la trovò ormai agonizzante. Lo scrittore, lacerato dai miagolii disperati, volle porre fine alla sua sofferenza e quando i domestici accorsero lo trovarono che piangeva come un bambino, con la micia esanime tra le mani. Nel 1961, alla morte di Hemingway, nella sua casa di Key West, trasformata in museo, vivevano i discendenti di Snowball, che fortunatamente non furono sfrattati. Oggi, nelle stanze romantiche e nel giardino dove il creatore di opere indimenticabili come Il vecchio e il mare, Addio alle armi e Fiesta, visse anni felici insieme alla sua seconda moglie Pauline Pfeiffer, ci s’imbatte in una sessantina di gatti, metà dei quali polidattili. Si muovono con la leggerezza e la furbizia riconosciuta alla razza felina e a osservarli bene ci si convince che in cuor loro sappiano d’essere speciali. Si atteggiano, come le star, mettendosi in posa per i turisti, che li fotografano e accarezzano come se il farlo bastasse per entrare nell’intimità di cui Hemingway fu geloso. Sono creature fiere, belle, eleganti. Il gatto più grosso e altezzoso, distinguibile per il colore grigio perla, si chiama Dorian Gray. Nel vederlo passeggiare tra le magnolie o i banani si ha come l’impressione che tenga tutto sotto controllo. Nella scala gerarchica ha preso il posto appartenuto ai defunti Mark Twain, Charlie Chaplin, Edgard Allan Poe, Errol Flynn, Pablo Picasso, Marilyn Monroe, John Wayne, Ava Gardner, Sophia Loren, Emily Dickenson, Ezra Pound e James Joyce. Generalmente, i gatti hanno un nome semplice, breve. I gatti che vivono al 907 di Whitehead Street hanno nome e cognome. E che cognomi! Nel visitare la casa di Hemingway ci s’imbatte anche in gatti non in carne e ossa, come quelli lavorati a uncinetto sulle tende delle finestre, o in porcellana nello studio, o in cristallo di piombo Lalique in soggiorno. Per finire con il panciuto gatto in ceramica creato da Picasso che si trova nella camera da letto padronale. Ma i protagonisti indiscussi sono gli aristogatti polidattili che discendono da Biancaneve. Uno di loro, chiamato affettuosamente Bumby, lo stesso soprannome che Hemingway diede al suo primo figlio, si distingue dagli altri per l’abbondanza. Vanta addirittura venticinque dita, con una zampa a sette falangi. Poltrisce ai bordi della piscina e fa le fusa quando ti avvicini. E pensare che gli inquilini di casa Hemingway hanno rischiato di traslocare in un gattile della Contea di Monroe. Una legge della Florida impone che non si possano avere più di quattro animali domestici e persino il Dipartimento dell’Agricoltura di Washington dichiarò guerra ai famosi gatti di Key West. Guerra che fortunatamente è stata vinta dalla Fondazione che si prende cura di loro e della casa avita, dove Hemingway ebbe cura di costruire anche un piccolo cimitero felino. 
Oggi, i sornioni pronipoti di Biancaneve sono amatissimi e intoccabili. Costituiscono una divertente attrazione turistica e i loro movimenti pieni di grazia ci invitano a considerare che la diversità, un tempo considerata una minaccia, è invece una ricchezza. Accarezza il cuore sentire con quanta levità esprimono i propri umori, con quale delicatezza producono vibrazioni sonore quasi impalpabili. Bontà loro, ci fanno capire cosa intendesse Hemingway quando scrisse che “ai gatti riesce senza fatica ciò che resta negato all’uomo: attraversare la vita senza fare rumore”.