mercoledì 11 novembre 2015

Gli Aristogatti polidattili di Hemingway


Chi ama gli animali e dovesse andare in vacanza a Key West, la famosa località turistica agli estremi dell’arcipelago delle Florida Keys, non può rinunciare alla visita della casa in cui visse Ernest Hemingway. Aldilà delle suggestioni storico-letterarie, questa dimora conserva la memoria viva dell’amore che il grande scrittore americano nutriva per i gatti. E i suoi gatti – arrivò ad averne più di trenta – non erano felini comuni ma polidattili, per cui possedevano un numero di dita anomalo rispetto alla norma; sei o sette anziché cinque (negli arti anteriori) o quattro (nei posteriori). Questa anomalia non è rara fra le colonie feline della costa orientale degli Stati Uniti e in Galles. A dire il vero, durante il Medioevo, i gatti polidattili erano diffusi in tutta Europa sennonché nel 1484, il papa Innocenzo VIII, convintosi che il gatto cattura i topi e ci gioca nello stesso modo in cui Satana s’impadronisce delle anime, dichiarò che “è l’animale preferito dal diavolo e idolo di tutte le streghe”. Gli si attribuivano poteri nefandi e la colpa di piacere agli eretici come i catari, i valdesi e i templari. Fu inevitabile dare inizio alla caccia al gatto e quelli con il “segno del diavolo” (i polidattili) furono sterminati. Alcuni, però, sopravvissero in Gran Bretagna. A partire dal XVI secolo fino all’Ottocento, non era inusuale trovarli imbarcati sulle navi della Marina militare di Sua Maestà, e non solo perché erano abilissimi cacciatori di topi ma in virtù del fatto che li si considerava dei portafortuna. 
È probabile che la gatta con sei dita che Stanley Dexter, un capitano di mare, regalò ad Hemigway all’inizio degli anni Trenta arrivasse dall’Inghilterra. Questa micia si chiamava Snowball (Biancaneve) ed era candida e dolcissima, pur avendo un carattere terribile. Hemingway amava i gatti e si affezionò tantissimo a Biancaneve. In una lettera a un suo amico, egli scrisse che “i gatti dimostrano di avere un’assoluta onestà emotiva. Gli esseri umani, per una ragione o per l’altra, quasi sempre riescono a nascondere i propri sentimenti. I gatti no”. La passione per i gatti di Hemingway è testimoniata dalle fotografie scattate nella sua casa di Key West, dove lo si vede spesso in compagnia dei suoi amici a quattro zampe, e dai suoi scritti. A un micio dedicò uno dei suoi primi racconti - Cat in the rain – e nel romanzo Isole nella corrente, pubblicato postumo, descrive il protagonista Thomas Hudson mentre riposa teneramente abbracciato al suo micio. 
Biancaneve ebbe molti figli e alcuni di loro si permettevano di riposare sulla scrivania dello scrittore o d’interromperlo mentre lavorava saltando sulla sua macchina da scrivere. Conosciamo i loro nomi. Hemingway aveva un debole soprattutto per Friendless, Crook, Ecstasy, Brother e Crazy Christian. Sappiamo anche che un giorno, una delle sue gatte attraversò la strada fuori dalla sua tenuta e fu investita da un’automobile di passaggio. Anche se ferita a morte, la micia si trascinò fino alla porta di casa, dove Hemingway la trovò ormai agonizzante. Lo scrittore, lacerato dai miagolii disperati, volle porre fine alla sua sofferenza e quando i domestici accorsero lo trovarono che piangeva come un bambino, con la micia esanime tra le mani. Nel 1961, alla morte di Hemingway, nella sua casa di Key West, trasformata in museo, vivevano i discendenti di Snowball, che fortunatamente non furono sfrattati. Oggi, nelle stanze romantiche e nel giardino dove il creatore di opere indimenticabili come Il vecchio e il mare, Addio alle armi e Fiesta, visse anni felici insieme alla sua seconda moglie Pauline Pfeiffer, ci s’imbatte in una sessantina di gatti, metà dei quali polidattili. Si muovono con la leggerezza e la furbizia riconosciuta alla razza felina e a osservarli bene ci si convince che in cuor loro sappiano d’essere speciali. Si atteggiano, come le star, mettendosi in posa per i turisti, che li fotografano e accarezzano come se il farlo bastasse per entrare nell’intimità di cui Hemingway fu geloso. Sono creature fiere, belle, eleganti. Il gatto più grosso e altezzoso, distinguibile per il colore grigio perla, si chiama Dorian Gray. Nel vederlo passeggiare tra le magnolie o i banani si ha come l’impressione che tenga tutto sotto controllo. Nella scala gerarchica ha preso il posto appartenuto ai defunti Mark Twain, Charlie Chaplin, Edgard Allan Poe, Errol Flynn, Pablo Picasso, Marilyn Monroe, John Wayne, Ava Gardner, Sophia Loren, Emily Dickenson, Ezra Pound e James Joyce. Generalmente, i gatti hanno un nome semplice, breve. I gatti che vivono al 907 di Whitehead Street hanno nome e cognome. E che cognomi! Nel visitare la casa di Hemingway ci s’imbatte anche in gatti non in carne e ossa, come quelli lavorati a uncinetto sulle tende delle finestre, o in porcellana nello studio, o in cristallo di piombo Lalique in soggiorno. Per finire con il panciuto gatto in ceramica creato da Picasso che si trova nella camera da letto padronale. Ma i protagonisti indiscussi sono gli aristogatti polidattili che discendono da Biancaneve. Uno di loro, chiamato affettuosamente Bumby, lo stesso soprannome che Hemingway diede al suo primo figlio, si distingue dagli altri per l’abbondanza. Vanta addirittura venticinque dita, con una zampa a sette falangi. Poltrisce ai bordi della piscina e fa le fusa quando ti avvicini. E pensare che gli inquilini di casa Hemingway hanno rischiato di traslocare in un gattile della Contea di Monroe. Una legge della Florida impone che non si possano avere più di quattro animali domestici e persino il Dipartimento dell’Agricoltura di Washington dichiarò guerra ai famosi gatti di Key West. Guerra che fortunatamente è stata vinta dalla Fondazione che si prende cura di loro e della casa avita, dove Hemingway ebbe cura di costruire anche un piccolo cimitero felino. 
Oggi, i sornioni pronipoti di Biancaneve sono amatissimi e intoccabili. Costituiscono una divertente attrazione turistica e i loro movimenti pieni di grazia ci invitano a considerare che la diversità, un tempo considerata una minaccia, è invece una ricchezza. Accarezza il cuore sentire con quanta levità esprimono i propri umori, con quale delicatezza producono vibrazioni sonore quasi impalpabili. Bontà loro, ci fanno capire cosa intendesse Hemingway quando scrisse che “ai gatti riesce senza fatica ciò che resta negato all’uomo: attraversare la vita senza fare rumore”.

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