giovedì 10 dicembre 2015

Buongiorno tristezza

A volte capita di sentirsi tristi. Ci sono momenti dell’anno in cui è più facile esserlo. Sarà la nebbia, il sole slavato, il freddo che annichilisce, l’atmosfera cupa. O più facilmente il nostro stato d’animo, condizionato dalle delusioni, dai pensieri grigi, dalla sensazione che le cose vadano sempre peggio. Chi non ha mai provato, alzandosi la mattina, quel senso di vuoto e malinconia che ci fa dire “Buongiorno tristezza”, come se l’incipit di questa canzone resa popolare da Claudio Villa fosse una formula apotropaica. Ah, se bastasse una canzone per allontanare gli influssi negativi! In realtà, quando ci prende la tristezza non è facile rispedirla al mittente. Vi siete mai chiesti cosa sia la tristezza e perché ogni tanto ce la ritroviamo tra i piedi? Ebbene, la tristezza è semplicemente l’emozione che si frappone fra i nostri desideri e i nostri limiti. A causare in noi la tristezza è l’incapacità di realizzare i desideri a causa dei limiti che lo stesso desiderio crea. Va da sé che tutti vorremmo essere felici ma riuscirci è un’impresa titanica, forse perché la vera felicità non è di questo mondo. Diventiamo tristi non solo quando soffriamo ma anche quando veniamo sopraffatti dall’insoddisfazione e dalla consapevolezza che la vita è effimera, irrazionale e ingiusta, il che accade sempre più spesso. Guai a essere troppo sensibili, poi, in questo caso la tristezza ci azzanna e diventa crudele (per quanto molti pittori, scrittori e musicisti abbiano dato il meglio di sé mentre erano tristi). Flaubert ha scritto: “A volte siamo preda di una sensazione di tristezza che non riusciamo a controllare. Intuiamo che l’istante magico di quel giorno è passato e noi non abbiamo fatto niente. Allora la vita nasconde la sua magia e la sua arte.” In effetti, quando la vita rinuncia alla sua bacchetta magica, o noi pensiamo che sia così, ecco che tutto assume il colore nerofumo della Londra dei tempi di Dickens. 
Il fatto, amici, è che ultimamente mi capita di vedere questo nerofumo ovunque, è come se avvolgesse i nostri tempi. Mi rattristano tante cose e non voglio enumerarle perché sarei noioso. Mi limito a considerare che intorno a noi c’è troppa rabbia, cattiveria, sofferenza e disperazione. Non riesco più a leggere i giornali e seguire i notiziari in televisione; elencano una lunga teoria di fatti tristi, specchio di un’epoca triste. Alla gioia, al successo (il più delle volte immeritato), alla fortuna e al potere di pochi, fa da contraltare il dolore, l’insuccesso, la sfiga e la nullità della maggior parte degli esseri umani. Non importa se sei nato in Italia o ci sei arrivato su una bagnarola, non fa differenza se sei giovane o vecchio. Oggi, se non fai parte di una minuscola minoranza di persone cui la vita sorride, sei destinato a patire, faticare, lottare come un reziario nell’arena per sopravvivere. Sapete cosa mi rende più triste, in questi giorni di avvicinamento al Natale? Le preoccupazioni di chi non arriva a fine mese o attende con ansia lo sfratto esecutivo o già vive nella sua auto avendo perso la casa, i sorrisi spenti di tanti bambini abusati, lo sguardo avvilito degli animali picchiati e abbandonati, il pianto di quelli che hanno perso tutto perché lo Stato è come lo sceriffo di Nottingham, nemico implacabile del popolo e amico delle banche. E chissenefrega se per salvare le banche, associazioni a delinquere più subdole di un serpente mamba, è necessario indurre al suicidio qualche risparmiatore ingenuo. Sono triste perché gli italiani sono allo stremo e non sanno più reagire. Il nostro Bel Paese è diventato Fort Alamo. Siamo assediati, traditi dai nostri stessi governanti. Sono triste perché i nostri giovani non hanno futuro e se possono scappano, i buoni sono alla mercé dei malvagi, i giusti sono derisi dagli stronzi. Sono triste perché ci hanno rubato la speranza, un bene che dovrebbe essere inalienabile. Hai voglia a credere che le cose miglioreranno. Come può migliorare un consorzio umano che ha rinnegato i sani principi etici, gli ideali, i valori che fanno grande una famiglia, una comunità, una nazione? Come può uscire dal tunnel un Paese che non ha più forza né coraggio, in cui l’intraprendenza costituisce una colpa, l’onestà una pastoia, il malcostume e l’immoralità sono straripanti, la furbizia è un passepartout diffusissimo? Come posso non rattristarmi se penso a com’era l’Italia della mia infanzia e quella in cui iniziai il mio cammino di imprenditore umanista? Solo chi ha vissuto nell’Italia che aveva fiducia in se stessa, produceva idee e faceva circolare il denaro, difendeva i propri cittadini e confidava che sarebbe cresciuta in virtù del lavoro, dell’ingegno e della perseveranza può capirmi. Altri tempi, lo so, in cui non avevamo occasioni per essere tristi, se non quelle dettate da gravi motivi. Oggi, invece, ci si rattrista anche per le banalità. Oddio, che tragedia, non ho i soldi per impasticcarmi o per comprarmi il nuovo iPhone! 
Perdonatemi lo sfogo ma per quanto io sia considerato un leone da chi mi conosce bene, ho capito che continuare a ruggire in mezzo ai sordi è fatica sprecata. Meglio accucciarsi, alzare lo sguardo verso il cielo e veder passare... Magari gli uccelli della tristezza, ai quali non possiamo impedire di sorvolare la nostra testa ma che possiamo dissuadere dal costruire il nido nei nostri capelli. Purtroppo, la vita, nel XXI secolo, è diventata più impegnativa di una gara di decathlon, più stressante di una giornata passata in coda sull’autostrada Bologna-Firenze, più aspra di un limone macerato con l’aceto. Che fare, dunque? Dobbiamo imitare gli apostoli, che come narra l’evangelista Luca, si addormentarono sul Getsemani per la tristezza che dilagava nei loro cuori? Certo che no. Meglio restare svegli e reagire. O preferite che il Califfato conquisti Roma senza il nostro consenso? Flaubert diceva che bisogna fare attenzione alla tristezza, può diventare un vizio. Ne consegue che dobbiamo prenderla a piccole dosi, per non assuefarci e trasformarla in depressione. Fate vobis.

Buonasera tristezza. La giornata è trascorsa senza traumi e l’animo si è ripreso. In fondo, è nella nostra natura risorgere. Può darsi che nei prossimi giorni, cogliendo una profonda afflizione nello sguardo spento di uno sconosciuto incontrato in un centro commerciale, mi colga di nuovo la consapevolezza che la vita è meravigliosa ma il palcoscenico su cui stiamo recitando la nostra parte fa schifo. Può darsi che avrò altri momenti di tristezza, magari perché la mia squadra del cuore ha perso o un altro sogno che avevo nel cassetto è stato infranto, ma so che lo scoramento sarà passeggero. Ho fatto il callo alla tristezza, come alla gioia. Ho imparato che abbiamo bisogno sia dell’amaro che del dolce per gustare pienamente quello che il destino ci apparecchia. E che la tristezza, se non ci fosse, bisognerebbe inventarla. 
Altrimenti, come potremmo godere intensamente gli attimi di felicità?

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