lunedì 21 dicembre 2015

Viva il Natale, che è come la tigre siberiana

In passato, ho parlato male del Natale in diverse occasioni. Sono arrivato ad auspicare pubblicamente, sulla prima pagina di un quotidiano, l’abolizione di questa festività. Mi ha sempre dato sui nervi la kermesse natalizia e non è che oggi ne vada matto. Appartengo alla fronda di quelli che non sopportano il Natale e ne temono lo Spirito, per cui ogni anno devono ingegnarsi per superare indenni le ricorrenti dodici fatiche di Ercole, che elenco a imperitura memoria del lettore: 1.Scrivere i biglietti di auguri. 2. Fare i regali e impacchettarli. 3. Rianimare l’albero e decorarlo. 4. Allestire il presepe e addobbare la casa. 5. Andare al supermercato e lottare come un gladiatore per fare la spesa del cenone. 6. La messa di Natale. 7. Le telefonate, gli sms e i WhatsApp la mattina di Natale. 8. Il megapranzo. 9. Il panettone di Natale (cioè il film, sia quello che danno al cinema che quelli che ripassano in televisione). 10. La tombola. Vi sembra poco sopravvivere a questi sforzi? Ora, additatemi pure come uno Scrooge insensibile ma la verità è che ci vuole un fisico bestiale per non crollare sotto i colpi del Natale e io non ce l’ho. 
Detto questo, ho bisogno di smentirmi e poiché solo il cretino non cambia mai idea, mi concedo il lusso di rivalutare il Dies Natalis. Anzi, voglio proprio difenderlo perché è sotto attacco, mortificato e vilipeso da una torma di irresponsabili, e la cosa non mi va giù.
Cos’è che non gradisco? L’ipocrisia, la pusillanimità e la stupidità. Riscontro questi tre fattori nell’atteggiamento che molti hanno assunto nei confronti del Natale, che non smetterà mai di essere un cardine della nostra civiltà e tradizione, i cui valori sono avvitati in noi come la doppia elica del DNA. Cominciamo con l’ipocrisia, il marchio di fabbrica dei falsi buonisti, degli intellettualoidi, dei radical chic e di chi predica bene ma razzola male. Gli ipocriti stanno sempre dalla parte sbagliata e non perdono l’occasione per salire in cattedra e ragliare come somari. Mi riferisco ai poveri di spirito che vogliono cancellare i simboli del Natale nelle scuole, radendo al suolo il presepe e abolendo i tradizionali canti di Natale in uso nelle recite. Sono gli stessi, sia chiaro, che strappano dai muri i crocifissi inermi in nome del laicismo. Conosciamo bene la ragione per cui lo fanno. Non vogliono urtare la sensibilità dei musulmani e di chi professa confessioni diverse dal cristianesimo. Dicono che non dobbiamo offendere né provocare chi ritiene che il Bambin Gesù, Babbo Natale e il Cristo in croce siano irritanti e diseducativi. In realtà, non agiscono per “proteggere” (da cosa?) le minoranze (sempre più prepotenti) ma per imporci la loro squallida visione del mondo e della vita, all’insegna del nichilismo, del politically correct, del pensiero unico impostoci da chi ci vuole succubi, uniformi e cerebrolesi. Ai presidi e agli educatori che anche quest’anno si sono messi in mostra infierendo sui simboli del Natale vorrei suggerire di andare dallo psicanalista e rifare il tagliando. Meglio, vadano a cagare nei loro sepolcri imbiancati. 
Il secondo aspetto che mi irrita è la pusillanimità. Gli altri – nella fattispecie i musulmani – ci fanno paura e perciò siamo disposti a qualsiasi rinuncia e compromesso per tenerli buoni. Dobbiamo fare a meno del presepe, di “tu scendi dalle stelle” e del crocifisso? Poco male, l’importante è non rinunciare al tacchino al forno e al pandoro. Ma chi l’ha detto che bisogna avere paura della minoranza esigua di una minoranza? E già, perché a odiare i nostri simboli natalizi non sono tutti gli islamici ma quei pochi abbruttiti dalla manipolazione e avvelenati dall’odio che sebbene approfittino dei vantaggi che offre loro il nostro sistema lo vorrebbero distruggere. Conosco musulmani i cui bambini sono felici quando arriva Natale. Non ne comprendono né condividono il significato religioso ma anche per loro Natale è gioia, regali, famiglia. Il Natale ha valori extra-religiosi che ogni essere umano, qualunque sia la sua religione, può condividere. Quando andavo spesso in India per motivi di lavoro, festeggiavo con allegria l’Holi, il festival induista dei colori e dell’amore, o il Diwali, la festa delle luci. Non mi sentivo offeso dal fatto che gli indiani adorassero i loro dei o festeggiassero il ritorno di Rama. Coglievo la letizia di quei momenti e la celebrazione del bene. Mi domando, dunque, perché dovremmo temere il risentimento dei musulmani o di chi odia le nostre tradizioni, preoccuparci della suscettibilità e dell’ignoranza dei facinorosi che pretendono di dettar legge in casa nostra, arrenderci all’arroganza di chi vuole imporci il suo modus vivendi, la sua aberrante weltanschauung. Abbiamo il dovere e il sacrosanto diritto di essere coraggiosi, dignitosi e fieri del nostro passato, presente e futuro. Per questo motivo, considerato poi che il Natale non è solo una ricorrenza religiosa ma una pietra miliare sul cammino della storia e della civiltà occidentale, dobbiamo avere la forza di preservarlo. Proteggiamo la magia del Natale, soprattutto quel momento intimo ma assordante come il suono di una campana nel cuore della notte che prescinde dalla convenzionale nascita di Gesù. Perché “in quest'ora abbiamo un posticino dentro di noi dove siamo semplicemente bambini, che attende e sta là, fiducioso e mai confuso, nel suo diritto a una grande gioia”, come scriveva il poeta Rilke. Natale, amici miei, dovrebbe essere il giorno degli affetti e dei ricordi, dell’intimo sentire e dei buoni propositi. A chi ci vuole pusillanimi e arrendevoli io dico: giù le mani dal Natale e dai suoi simboli, dal fanciullino che è dentro di noi, dal sacrosanto diritto dei nostri figli e nipotini di credere nei sogni. 
Infine, voglio dire due parole sulla stupidità, il terzo elemento che non gradisco. Sembra che il Natale agisca come un forcipe, estraendo quanto di peggio dimora nell’animo umano. Siamo circondati dagli stupidi tutto l’anno ma temo che nel periodo natalizio liberino le gabbie. Anche chi solitamente finge d’essere intelligente getta la maschera. Sto parlando di una categoria particolare di stupidi, gli stupidi di Natale, per l’appunto, quelli che parlano male del Natale ma nel pomeriggio della vigilia battono a tappeto le vie del centro o i centri commerciali per gli ultimi acquisti. Quelli che formano gli ingorghi stradali e litigano anche il 25 dicembre, in strada o in casa, come se avessero il bisogno fisiologico di bilanciare la bontà natalizia con la malvagità congenita. D’altra parte, la vera specialità degli stupidi è rovinare il Natale agli altri, fin dalle prime ore. Ma gli stupidi più stupidi (ero uno di loro) sono quelli che augurandosi l’eutanasia del Natale ignorano che il Natale è una specie in via d’estinzione, rischia di scomparire come la tigre siberiana. Vogliamo che faccia la fine di uno degli animali più belli mai apparsi sulla faccia della terra? O vogliamo continuare a festeggiarlo, consapevoli che la vera essenza del Natale è cogliere il suo lato spirituale e non consumistico? 
Viva il Natale, in ogni caso, alla faccia di chi digrigna i denti.
Chiudo con l’augurio personale che quest’anno, portata a termine la dodicesima fatica, ognuno dei miei lettori possa condividere una frase del Natale in casa Cupiello: “Questo natale si è presentato come comanda Iddio. Co' tutti i sentimenti si è presentato.”

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