venerdì 29 gennaio 2016

Non tollero l'intolleranza, ergo sono intollerante



Uno dei Pensieri di Giacomo Leopardi ci ricorda che “nessuna qualità umana è più intollerabile nella vita ordinaria, né in fatto tollerata meno, che l’intolleranza”. Giusto. A parte il fatto che ci vuole un bel coraggio a definire qualità umana l’intolleranza, è pur vero che nell’animo umano convivono l’intolleranza e l’avversione verso la stessa, che si trasforma in non tolleranza dell’intolleranza. Intendo dire che spesso i presunti tolleranti sono più intolleranti dei vituperati intolleranti. Credo che non esista un solo uomo, sulla faccia della terra, totalmente tollerante. Non lo era il Mahatma Gandhi e dubito lo sia il Dalai Lama. Mi pare che nemmeno padre Pio fosse tollerante al 100%. Come avrebbe potuto se Gesù per primo rovesciò i tavoli dei cambiavalute che affollavano il Tempio di Gerusalemme? Chiediamoci, piuttosto, cosa sia realmente l’intolleranza. Ebbene, è l’insofferenza verso tutto ciò (persone, cose, idee, opinioni e fatti) che non si armonizza con il nostro modello di vita o non collima con i nostri interessi personali. Di fatto, l’intolleranza è una reazione dettata dal nostro istinto egoistico-protettivo e si scatena in noi quando non riusciamo a controllare e a maggior ragione accettare le interferenze esterne, le pretese e le differenze che comportano per noi uno squilibrio. In tempi difficili come quelli in cui viviamo, segnati da un forte stress emotivo e sociale, la soglia di tolleranza si è abbassata e l’intolleranza è andata alle stelle. 
In queste ore, ad esempio, noto che i movimenti pro gay, i cosiddetti progressisti e quelli che dovrebbero richiedere un cervello in affitto anziché l’utero, esprimono una rabbiosa intolleranza verso il Family Day, la famiglia tradizionale e i sostenitori dell’unica unione che dal punto di vista filosofico e linguistico ha il diritto di chiamarsi matrimonio, cioè quella fra un uomo e una donna. Mi pare che il fatto di accusare d’intolleranza, ignoranza e conservatorismo chi non accetta le unioni civili, considera il matrimonio omosessuale una farsa e osteggia le adozioni da parte delle coppie arcobaleno, non sia un buon esempio di tolleranza. Sbaglio a pensare che sbeffeggiare, insultare e attaccare chi non la pensa come noi è la manifestazione di un’intolleranza paludata e quindi pericolosa? La storia è vecchia e ci ricorda che spesso le minoranze sono più arroganti e aggressive delle maggioranze. Nella Parigi dei giacobini e dei sanculotti si inneggiava alla libertà, all’eguaglianza e alla fraternità mentre le teste dei nobili e dei reazionari rotolavano giù dal patibolo. Tolleranza zero, si direbbe oggi. Da sempre, inutile negarlo, notiamo con sollecitudine la pagliuzza nell’occhio degli altri ma giammai la trave nel nostro. 
La verità è che siamo tutti tolleranti finché ci fa comodo e gli altri non minano i nostri affetti e interessi, non ci disturbano, non ci pongono di fronte alla realtà, che è più concreta e amara delle astrazioni. Ma se ci toccano…. Bè, allora diventiamo intolleranti e al diavolo i buoni propositi. Potrei fare mille esempi attuali di quanta ipocrisia condisca i discorsi sulla tolleranza. Si predica, a volte con toni degni di Giovanna d’Arco, l’accoglienza verso i migranti, i clandestini e i rifugiati. Bisogna aiutarli e comprenderli questi nostri fratelli meno fortunati, diversamente bianchi o di religione musulmana. Giusto, ma gli asini in cattedra si spingono oltre, e fieri di un servilismo rivoltante pontificano che dobbiamo adeguarci al loro stile di vita per favorirne l’integrazione nella società. E pazienza se molti dei nostri ospiti non invitati vogliono solo sfruttarla se non distruggerla, la nostra società che va a rotoli. La brillante trovata dei falsi buonisti assegna al termina aggregazione un significato del tutto nuovo e aberrante. Ma fateci caso, se agli stessi paladini della biodiversità capita di subire un torto o una violenza da parte dei biodiversi, allora apriti cielo. Diventano cattivissimi, quasi perfidi, implacabili e intolleranti all’ennesima potenza. 
Per non parlare dell’intolleranza ideologica e religiosa. Fino a un certo punto della mia vita ho pensato che le idee dovrebbero avvicinare e migliorare gli uomini e le religioni dovrebbero aiutarci a capire che siamo fatti tutti della stessa sostanza di cui è composto l’universo, per cui le tassonomie religiose dividono invece di unire il genere umano. Mi sbagliavo. Solo chi ha le fette di salame sugli occhi può negare che l’Islam sia intollerante verso ogni altra fede e non sono io a dirlo ma il Corano. Cercate la voce miscredenti per rendervene conto. Nello stesso tempo, riconosco che anche il cristianesimo è intollerante. Voltaire sosteneva che di tutte le religioni, quella cristiana è senza dubbio quella che dovrebbe ispirare più tolleranza, ma ovviamente non è così. Giordano Bruno e Galileo, le streghe e gli eretici, i nativi dei nuovi mondi e gli atei hanno sperimentato sulla propria pelle cosa sia il fanatismo religioso. La storia della Chiesa è la dimostrazione lampante di come l’intolleranza costituisca uno strumento di conquista, distruzione e potere economico oltre che spirituale. Anche l’intolleranza sociale è una delle cause primarie della malvagità, delle guerre e della sofferenza nel mondo. Ne sanno qualcosa gli ebrei – che sono sempre stati perseguitati per la loro ricchezza e non per avere crocifisso Gesù Cristo – ed è paradossale che l’antisemitismo sia oggi così diffuso e becero tra gli “idealisti” che predicano la tolleranza. E già, è doveroso essere tolleranti con i palestinesi che fanno scoppiare le bombe sui bus o nei mercati israeliani ma è necessario cancellare dalla faccia della terra Israele, che lotta per la propria sopravvivenza. E vi ricordate quanta tolleranza c’era verso l’universo comunista, nonostante la feroce repressione della libertà individuale e i gulag, al tempo in cui molti giovani pensavano che gli Stati Uniti d’America fossero Satana e il socialismo l’Eden? Dovremmo ricordarcene prima di lapidare quelli che tacciamo di essere intolleranti, perché tolleranza e intolleranza sono soggetti agli umori temporali e alle mode. Prima di sputare sentenze e schierarci, domandiamoci quanti delitti siano stati commessi a causa dell’intolleranza e quanti, invece, se ne commettano in nome della falsa tolleranza. 
In conclusione, voglio ribadire la legittimità dell’intolleranza. Io sono intollerante, molto intollerante e non smetterò mai di esserlo. Voglio precisare, a scanso di equivoci, che non sono intollerante verso chi non la pensa come me o è diverso da me. Io non tollero i farisei, gli stronzi, i bugiardi, i traditori, i corruttori, i disonesti, i cretini, i prepotenti e quelli che predicano la tolleranza verso il male che mina le fondamenta della nostra società. Perché la tolleranza diventa un crimine quando si applica al male – come diceva Thomas Mann. Sono stato chiaro?

mercoledì 20 gennaio 2016

Dovrei smettere di costruire carrozze



Rieccomi. Qualcuno si è lamentato con me perché scrivo di meno. In effetti è vero, trascuro il mio blog. La minore assiduità dipende da due fattori. Il primo è che sto scrivendo un romanzo storico molto impegnativo, la cui trama attraversa tre secoli, il che comporta un impegno e una ricerca documentale non indifferente. Ubi maior minor cessat, come dicevano i latini. Il secondo fattore è in apparente contraddizione con il primo. Scrivo pochi post perché mi chiedo se valga la pena portare avanti un blog come il mio. Cui prodest? – sempre citando i nostri padri. Mi rendo conto che gli argomenti che tratto e il linguaggio che uso, unitamente al particolare non irrrilevante che sono un Carneade, limitano il mio successo, penalizzano le buone intenzioni che informano il mio bisogno di comunicare con il mondo. So che se cavalcassi le mode avrei molte più visualizzazioni e possibilità di sviluppo. Se il mio fosse un blog di tendenza, e quindi trattasse temi di cucina, cinema o musica, mi si potrebbero aprire prospettive interessanti. Meglio ancora, potrei occuparmi di gossip o di argomenti sportivi. Il massimo sarebbe scrivere di sesso, con particolare attenzione all’omosessualità, ai giochi erotici e alle perversioni. Ma ognuno ama il proprio strumento musicale e predilige pizzicare le corde in sintonia con la propria anima, assecondando predisposizione, gusto e cultura personali. 
La verità è che sono nato nell’epoca sbagliata. I miei argomenti non si conciliano con la superficialità, l’indifferenza, la stupidità e l’ignoranza che imperano ai giorni nostri. Oggi, dedicarsi alla scrittura riflessiva, fatta di contenuti e non di luoghi comuni o bassezze, significa perdere tempo, mortificare le proprie aspirazioni, arrampicarsi a mani nude su una parete rocciosa sapendo già di non poter raggiungere la vetta. La vetta? Basterebbe salire un cincinino di quota per sentirsi appagati. Macché, non ti fanno nemmeno uscire dalla tenda che hai montato a valle, sul cui uscio hai avuto l’ardire di mettere la parola “scrittore”. Il vero problema è che la gente legge sempre di meno e forse non serve più scrivere. Oltre tutto, non c’è nulla di nuovo sotto il sole e scrivere, per quanto ci si sforzi di essere originali e attuali, significa ripetere ciò che altri hanno già detto, magari secoli prima. Viviamo in una società dove l’immagine e il suono sono preponderanti e la parola scritta è diventata una povera Cenerentola. Non si fatica ad ascoltare un brano musicale o a guardare un film, mentre la lettura di un libro richiede concentrazione e memoria. In un mondo dove valgono le regole ciniche e dominano le logiche di mercato, i libri sono quanto di più inutile e scomodo esista. Un certo tipo di libri, preciso. Perché il mercato editoriale non è ancora esangue. Si continuano a pubblicare centinaia di migliaia di libri, la stragrande maggioranza dei quali destinata al macero ancor prima di uscire dalla tipografia. Libri stupidi, indegni di venire alla luce, inutili. Per contro, non trovano spazio libri che meriterebbero d’essere letti. I libri, che un tempo erano strumenti di conoscenza o intrattenimento, adesso sono beni di consumo effimeri, merce con il codice a barre e un’implicita data di scadenza. La parola scritta ha perso il suo fascino, ha rinunciato alle sue funzioni e si è adeguata all’imbarbarimento culturale. Si vendono, per lo più, i libri firmati dai comici, dai politici, dai giornalisti, dai cortigiani e dagli autori cari al palazzo e al partito. Raramente, in Italia, hanno successo libri e autori senza padrino o ascrivibili alla categoria “letteratura”. È già tutto prestabilito, quali libri affidare ai ghost writer e quali osannare tramite i critici per favorirne le vendite, quali portare in televisione e a quali assegnare i premi letterari. Almeno si avesse la decenza di non chiamarli più “letterari”, i premi gestiti da conventicole composte da uomini d’affari. La letteratura è defunta nel nostro Paese di morti viventi e sarebbe il caso di non prendere per i fondelli il pubblico, soprattutto i sopravvissuti, quei romantici lettori amanti del bello che si ostinano a leggere e ad amare i libri veri, scritti bene. 
In questi giorni, in cui passo anche otto/dieci ore davanti al computer perché sono immerso in una fase creativa frenetica, ogni tanto faccio una sosta e mi interrogo. Considero se la mia storia in divenire sia piacevole e ben costruita e mi chiedo se potrò mai proporla con fortuna a un agente letterario o a un editore. All’istante, appare la risposta. Sì, la storia è bella, scorre facilmente e appassiona. La scrittura è ricercata e non sta a me giudicarne la qualità. Ovviamente non posso sapere se questo nuovo romanzo sarà pubblicato o finirà in un cassetto, come gli altri. Ma una cosa la so. Anche questo romanzo, come i precedenti, non appartiene al genere spazzatura, non è dislessico, non contiene parolacce e volgarità gratuite, non è lessicalmente povero né pieno di errori grammaticali, non è postmoderno o banale. Ergo, difficilmente riuscirò a  pubblicarlo e so perché. Mi ostino a fabbricare carrozze mentre l’editoria esige solo automobili e moto. Lo riconosco, sono un artigiano che si intestardisce a realizzare berline, landò, calessi e omnibus illudendosi che siano i mezzi di trasporto più eleganti, quelli che nutrono la mente e inducono a sognare, oltre a rendere il viaggio più emozionante. Mi piace costruire carrozze solide, nel cui abitacolo l’autore e il lettore possano sedersi vis-à-vis. Carrozze ben rifinite, confortevoli, suggestive. Dopo avere letto uno dei libri che ho pubblicato (Il cantico del pesce persico), una persona che non ho il piacere di conoscere personalmente ha voluto rimarcare che sono un cocchiere magico che sa condurre la sua carrozza con tale maestria da rendere il viaggio indimenticabile. Sono lusingato da un apprezzamento così fine. Sì, mi piace far salire sulle mie carrozze i viaggiatori che amano la compostezza e insieme il brio, il bello, i panorami suggestivi, le strade sorprendenti. Ma ha ancora senso tutto ciò?
Forse dovrei smettere di costruire carrozze utilizzando legni pregiati. Dovrei rinunciare ai mezzi di trasporto a trazione animale (ndr: l’animale sono io) e convertirmi alla produzione di automobili veloci, iperaccessoriate, di serie. Però non so se ne sono capace o se ne ho voglia. Perché dovrei rinunciare a creare pezzi unici e uniformarmi, diventare uno scrittore seriale, marketing oriented? Non sono e non sarò mai un mercenario, una prostituta, un lacchè o un furbastro. Non invidio i Fabio Volo e i Saviano, né i mestieranti o gli autori acclamati i cui libri trasudano pressapochismo e sciatteria. Alla mia età, forte del disincanto e di essere un uomo sui generis, posso permettermi di restare fedele ai miei valori, di mostrarmi coerente e tenace, nella speranza che un giorno torneranno di moda i libri che valgono. 
Intanto, vado a riempire la mia rimessa, di cui sono fiero. Ho già quattro nipotini e confido che almeno loro, quando saranno più grandi, sentiranno il desiderio di fare un giro sulle mie carrozze, giusto per ammirare l’incanto della vita da una specola non comune.