sabato 27 febbraio 2016

Il progresso è un cinico pifferaio magico


C’era una volta un pifferaio che si presentò nella città di Hamelin, in Bassa Sassonia, e si offrì di disinfestarla dai ratti. Il borgomastro accettò la sua proposta e gli promise un adeguato compenso se ci fosse riuscito. L’uomo incantò i topi con il suono del suo piffero e li attirò fino a un fiume, dove si tuffarono e annegarono. Ma quando reclamò la ricompensa, gli abitanti di Hamelin non lo pagarono. Allora, si vendicò. Mentre gli adulti erano in chiesa, il pifferaio ricominciò a suonare nelle strade della città e attirò a sé tutti i bambini, che lo seguirono in campagna fino a una caverna, dove furono segregati e morirono. Questa storia, che ha fondamenta storiche ed è stata tramandata con diverse varianti, ispirò la celebre fiaba dei fratelli Grimm. A mio parere, è più che mai attuale e suggerisce molteplici interpretazioni grazie alle sue allegorie. Mi piace pensare che il progresso sia il pifferaio di Hamelin dei nostri tempi. Il suono del suo flauto è piacevole, seducente, trainante. Ma è anche infido.
In primis, cos’è il progresso? La sua etimologia ne chiarisce il significato; il termine deriva dal verbo latino progredi, che significa “andare avanti”. Come chiarisce la Treccani, per progresso intendiamo l’avanzamento verso gradi o stadi superiori dell’evoluzione, un perfezionamento e quindi una trasformazione graduale e continua dal bene al meglio. L’idea di progresso umano non è sempre esistita. Nell’antichità gli esseri umani concepivano la storia come una fuga dall’età dell’oro, l’era dell’uomo primigenio, quasi perfetto. Gli antichi, vivevano in un’epoca di regresso e cercavano di fermare la decadenza. Anche in Oriente, dove vige l’idea che la storia non sia lineare ma circolare, come le stagioni, i saggi pensano che il progresso sia solo apparente, giacché l’uomo torna sempre al punto di partenza. Il concetto di progresso così come lo conosciamo nasce con la rivoluzione cristiana, debitrice di quella ebraica, ed è strettamente collegato alla visione del tempo e della storia, considerata un susseguirsi di eventi che procedono in avanti, all’infinito, come i punti di una retta. Il cristianesimo ha sublimato questo cammino introducendo l’escatologia, che si pone la salvezza come capolinea. A rendere più solida e definitiva questa visione hanno contribuito – ironia della sorte – la filosofia moderna e l’illuminismo (con l’eccezione di Rousseau), la rivoluzione industriale e la scienza. 
Ma torniamo ab ovo. È innegabile che il fil rouge della storia dell’umanità, così come ci è stata raccontata, è l’evoluzione continua, auspicabile e inarrestabile. Dal secondo dopoguerra in poi abbiamo vissuto un’accelerazione sconvolgente, che ha cambiato la vita sul pianeta. Se penso a com’era il mondo ai tempi dei miei nonni e com’è oggi, e se provo a immaginare come sarà quando i miei nipoti saranno vecchi, sbalordisco. Nello stesso tempo, però, inorridisco. Sì, avete capito bene. Il progresso di cui sono spettatore attonito non mi piace. Mi fa paura e non pensiate che io sia un laudator temporis acti, un retrivo. Sono solo spaventato dal fatto che il progresso è un pifferaio magico il cui richiamo cela grandi insidie. Per quanto oggi viviamo meglio di un tempo, grazie al benessere, alle conquiste tecnologiche, alla facilità delle comunicazioni e dei trasporti, ai benefici della ricerca scientifica, ai vantaggi che le società civili assicurano ai cittadini, è anche vero che non abbiamo riconosciuto il dovuto al pifferaio. Ci siamo rifiutati di pagarlo con l’unica moneta spendibile: l’adeguamento antropologico. Ci siamo dimenticati, o forse rifiutati, di progredire dal punta di vista umano, animico, spirituale. Ci siamo accontentati di migliorare sul piano socio-economico e materiale, come se nella vita contassero solo i soldi, il comfort, il potere, il divertimento, il benessere corporale. Esaltati dalla faccia grassa del progresso, abbiamo scordato che la ricchezza autentica è interiore, il vero benessere è basato sull’armonia, la reale autorità è la disciplina esercitata su noi stessi. Siamo progrediti, certo, ma quale prezzo stiamo pagando al pifferaio magico? La nostra rincorsa evolutiva ha comportato perdite immense e perciò rimpiango il tempo in cui eravamo meno progrediti ma più saggi. La società odierna ha sacrificato i valori portanti, gli ideali, le certezze, i principi funzionali in nome di un falso progresso: il progressismo. Ecco perché non sopporto i progressisti; mentre fissano il futuro con “occhi di bragia”, come direbbe il Divin Poeta, calpestano il passato, convinti che sia immondizia, e vivono il momento presente con la foga di che vorrebbe dargli fuoco. In pochi decenni, la furia iconoclasta che ha come fine l’innovazione a tutti i costi – dietro cui si cela la sete di potere e di dominio delle masse, oltre all’avidità basata sul massimo profitto – ha modificato l’asse terrestre, sia sul piano del pensiero sia su quello del comportamento. Dopo avere scardinato i perni umani avanziamo come folli verso un mondo dove l’individuo non conta più nulla, è soggetto alla legge dell’usa e getta, brancola nel buio privo di fiaccole. In nome del progresso, coloro che conducono verso il fiume o la caverna un’umanità fatta di topi che squittiscono senza più comprendersi fra loro, ci hanno privato delle sovranità nazionali, delle sicurezze economiche e sociali, del diritto al lavoro e più in generale della giustizia, dei principi morali, dei caposaldi come la fede e la famiglia, della fiducia nel futuro. Hanno usato le armi della tecnologia (telefonini, computer, televisione, ecc) per atrofizzare il nostro cervello, controllare ogni nostro passo e acquisto, renderci imbelli, dipendenti e schiavi del sistema. La soggettività è stata rasa al suolo, l’iniziativa privata ostracizzata. Le nostre idee non sono originali e creative, sono surrogati che ci vengono inculcati. I nostri bisogni sono falsi, la nostra capacità di reazione nulla. Quando sento dire che stanno maturando i tempi per una rivoluzione, sorrido. Per fare la rivoluzione bisogna avere idee, forza e coraggio. Parlo di merce rara, forse esaurita. 
La mia diffidenza verso il presunto progresso è cresciuta a dismisura e rifletto sui moniti di alcuni grandi pensatori. Pascal, ad esempio, diceva che “tutto ciò che non si perfeziona col progresso peggiora a causa del progresso”. Ognuno può valutare che cosa sia migliorato e cosa sia peggiorato nella sua vita grazie o a causa del progresso. Mazzini ammoniva che “il vero strumento del progresso dei popoli sta nel fatto morale”. Bè, non serve sottolineare che l’etica è crollata e che stiamo agonizzando sotto le macerie, vittime delle forti scosse telluriche del relativismo. Il seducente ma cinico pifferaio magico ci ha offuscato con grandi miglioramenti tecnologici e non solo. Il suono del suo flauto ci ha ipnotizzato, privandoci della capacità di critica e mutilando la coscienza. Siamo alienati ma sazi di canali televisivi e web, optionals e app che ci illudono di stare nella stanza dei bottoni, mentre stagniamo nel fondo del pozzo.
Allegri, però, avanziamo verso il baratro a una velocità inimmaginabile fino a poco tempo fa, godendo di mille vantaggi e gadgets ludici! Vuoi mettere vivere la fine dell’umanesimo in 3HD, interfacciandoci con i membri di una nuova famiglia allargata e multietnica, mentre il pianeta esaurisce le sue risorse e l’Agenzia delle Entrate ci impone di pagare la tassa sull’apocalisse?

sabato 13 febbraio 2016

La violenza è l'ultima spiaggia dei deboli


Ho appena letto la notizia che una signora di 71 anni, alla guida della sua automobile, è stata aggredita e presa a calci presso un semaforo da un uomo, più specificamente un motociclista. La tapina aveva osato suonare il clacson perché il semaforo era diventato verde e il motociclista non si muoveva. La reazione dell’uomo, che evidentemente ha considerato il colpo di clacson un grave insulto al suo Ego, è stata assurda, sproporzionata alla presunta offesa recatagli dalla donna. Si è avvicinato alla macchina, ha aperto la portiera e ha picchiato la malcapitata, che è finita al Pronto Soccorso. La variante, registrata in molti altri episodi simili, è bersagliare di pugni la vittima o ricorrere a un crick o una mazza da baseball per punirla. L’episodio è avvenuto a Como, la città in cui vivo. L’altro giorno, però, ho assistito a un episodio fac-simile a Sanremo. Un uomo è sceso dalla sua macchina e con fare minaccioso si è avvicinato all’auto che lo seguiva, guidata da una donna che lo incalzava suonando il clacson. L’uomo si è limitato a rovesciare sulla donna un intero campionario di insulti e ha dato alcuni colpi molto forti al finestrino e al parabrezza. La donna era terrorizzata e qualora l’uomo avesse aperto la portiera e l’avesse estratta sarei intervenuto senza pensarci due volte. Per fortuna, l’uomo ha controllato la sua violenza ed è ripartito senza infierire sulla potenziale vittima. 
Episodi di questo tipo sono divenuti ordinari. Capitano tutti i giorni e costituiscono un termometro. La nostra società ha la febbre alta. L’iperpiressia causa comportamenti belluini, inammissibili, assurdi. La violenza è ovunque e inarrestabile, forse perché è venuta a mancare la certezza della pena. Alcune forme di violenza sono odiose, come quelle contro le donne e i bambini. Altre sono lo specchio di un mondo in cui le regole sono saltate, al pari dei valori e dei principi morali. Tutto è lecito, tutto è giustificabile, anche il knockout game, la folle moda importata dagli USA di assestare un pugno a un passante sconosciuto. La violenza non è più solo una prerogativa dei giovani, che hanno sempre avuto il sangue caldo e poca saggezza, ma dilaga in ogni fascia d’età e socio-economica. E per quanto si possa affermare che l’aggressività è sempre esistita, non possiamo negare che il livello dell’asticella si sia alzato. Oggi la violenza è gratuita, contagiosa, senza freni. Esplode per un nonnulla. A causarla non sono più le grandi cause o le giuste ragioni. Basta una sciocchezza per generarla, come è successo al semaforo o si verifica al termine dei duelli stradali fra camionisti e automobilisti o a seguito di banali discussioni familiari. 
La violenza è sempre più selvaggia da quando il nostro Paese è stato invaso dai barbari e chi dovrebbe inibirla o punirla è stato disarmato e reso inoffensivo da magistrati che dimostrano ulteriormente la loro imbecillità punendo le vittime anziché i carnefici. Puoi subire violenza in casa tua ma non puoi rispondere per le rime. Se spari allo slavo o al tunisino che ti ha picchiato, ha violentato tua figlia e avvelenato il tuo cane, finisci nei guai. La violenza è tollerata solo se a praticarla sono i violenti, altrimenti è una grave colpa. Si corre in difesa di Caino e non di Abele. A volte penso che nella nostra società sia avvenuta una sorta di rivoluzione copernicana al contrario. La giustizia è debole con i violenti e i pezzi di merda, ma si diverte a colpire i giusti. 
Non serve che analizzi le molteplici forme di violenza, tirando in ballo quella negli stadi, che è un bruscolino in confronto a quella domestica, al bullismo nelle scuole, all’intolleranza e alla sopraffazione che regnano in ogni ambito sociale. Piuttosto, voglio chiedermi perché siamo diventati così violenti e intolleranti. Conosco la risposta, ma non mi basta. Non possiamo credere che l’aumento della violenza dipenda dalla frustrazione, dalla rabbia, dall’esasperazione cui siamo soggetti. Non si può giustificare la prepotenza e la cattiveria tirando in ballo l’alta pressione. Solo i coglioni possono fingere di credere che le bande di giovinastri o i gruppetti di extracomunitari fancazzisti commettono violenze perché sono disadattati. Finiamola di legittimare il comportamento degli stronzi, perché si comporterebbero da stronzi in ogni caso. Non è la povertà o la ricchezza a fare di un uomo una bestia. È la sua ignoranza, la sua malvagità, il suo rifiuto di comportarsi in maniera civile. Credo che una buona fetta del consorzio umano ami la violenza, ne sia affascinato. Non si spiegherebbe altrimenti il successo dei film che predicano la violenza, la esaltano. Pensate, ad esempio, alla lezione di un regista acclamato come Quentin Tarantino, la cui confessione è quasi un manifesto epocale. “La violenza mi eccita” ha detto il papà di Pulp Fiction e Kill Bill. Perché la violenza ci seduce? Sempre in ambito cinematografico, la risposta la suggerisce Alan Turing, il geniale matematico britannico protagonista del film The Imitation game. L’inventore di Enigma dice: “gli uomini amano la violenza perché dà una sensazione di piacere”. Occorre riflettere su questa verità. La violenza appaga il falso Ego, è una libidine, uno sfogo che può competere con l’orgasmo. È un momento indimenticabile, la soddisfazione della volontà di potenza, la deformazione del pensiero “cogito ergo sum”. 
Ecco il punctum dolens. La locuzione formulata da Cartesio si è corrotta. Per taluni, la certezza indubitabile di esistere, di essere qualcuno, non è nutrita dalla condizione di essere un soggetto pensante ma da quella di essere vivo grazie all’abuso della forza, fisica, verbale o psicologica. Molti si illudono di esistere solo in virtù della prevaricazione. La violenza, quando diventa la nostra ultima ratio, è una patologia. I violenti sono persone incapaci di ragionare. Ma ripensando alla frase di Isac Asimov “la violenza è l’ultimo rifugio degli incapaci”, mi sento di suggerire una nuova interpretazione: La violenza è l’ultima spiaggia dei deboli. La verità è che i violenti si credono forti ma sono deboli. Non vanno ammirati ma compatiti. Ricorrere alla violenza significa non avere altri argomenti e mostrare agli altri la propria inconsistenza. Anche se il gesto violento può dare piacere, una falsa ebbrezza e l’illusione di valere. Anche le droghe fanno questo effetto, ma sono merda. Il violento è merda. Il violento che sfoga la propria debolezza su donne e bambini è sterco di vacca. Il prepotente che minaccia e umilia il debole è cacca di mosca. Chi fa uso della violenza per dominare gli altri e fare del male non si rende conto che la sua ultima spiaggia si trova su un’isoletta in mezzo all’oceano. Prima o poi metterà piede in acqua e scoprirà che c’è sempre qualcuno più forte e cattivo di lui. 
Ergo, finirà in bocca agli squali.