mercoledì 23 marzo 2016

All'Europa serve una crociata per sopravvivere


Sono incazzato nero. In queste ultime ore, giornali e televisioni enfatizzano l’espressione “siamo in guerra” in riferimento all’attentato terroristico da parte dei jihadisti avvenuto a Bruxelles. Ciò che mi altera e disgusta non è l’affermazione in sé, che risulta legittima e tautologica, ma il fatto che a pronunciarla siano in larga misura i servi sciocchi del regime e gli intellettualoidi prezzolati che con la loro ignavia, ipocrisia e mala fede hanno contribuito a indebolire l’Europa, negando i pericoli insiti nell’islamizzazione del vecchio continente, e adesso colgono l’attimo fuggente per simulare lacrime di coccodrillo. Mi fa venire il vomito anche il silenzio di chi abitualmente difende l’Islam, sostiene a spada tratta un’integrazione utopistica, non ravvisa l’odio di cui è farcito il Corano e si avvale della carità pelosa per destabilizzare la civiltà occidentale. Per tacere dei cortigiani come Saviano, che oggi mi ha folgorato sulla via per Damasco con un tweet che recita: “L’unica risposta possibile all’orrore è l’accoglienza. Il terrore si combatte solo con l’integrazione”. Caspita, che sentenza profonda e innovativa! Adesso mi sento meglio. 
Ma torniamo ab ovo. Certo che siamo in guerra, una guerra dichiarata ufficialmente l’11 settembre 2001! È la guerra miserabile di una civiltà (l’Islam) che vuole distruggerne un’altra. A volere essere precisi, però, è una guerriglia trasversale, un ignobile attacco dall’interno a raffiche portato da manipoli di vigliacchi, bastardi e psicolabili plagiati nelle moschee e sulla rete da profeti sanguinari. È superfluo ribadire che la Fallaci l’avesse prevista e che Magdi Allan, profondo conoscitore della cultura e mentalità musulmana, abbia intuito la grave minaccia che oggi ci rende sbigottiti, pavidi, inerti come un pugile steso al tappeto. In Italia, i sinistroidi e i cattocomunisti continuano a giustificare, ricamare virgole e aprire parentesi appellandosi a un distinguo che è solo virtuale. Non generalizzate, ci dicono, guai a fare di tutta l’erba un fascio. L’Islam non ha nulla a che vedere con le frange radicali e il terrorismo. Non confondete la deriva con la rotta normale. 
Orsù, coglionazzi, smettetela di prenderci per il culo. Volete solo esasperarci per fotterci meglio. I governi fingono di arginare l’immigrazione clandestina e di vigilare sulla sicurezza dei cittadini. Intanto, lucrano sull’arrivo di potenziali terroristi che dobbiamo accogliere e riverire. Il nostro governo, attraverso eminenti portavoce dal QI inferiore a quello di un acaro, ci impongono di essere ospitali e gentili con chi vuole stuprare le nostre donne, farci saltare in aria come pupazzi, privarci della libertà e del diritto di essere i padroni in casa nostra. Vergognatevi, siete dei luridi traditori. Io ho smesso di fare distingui, come molti altri italiani. Ho capito quanto sia radicato e velenoso l’odio che l’Islam nutre per l’Occidente quando ero in Afghanistan. A Kabul ho imparato che anche nel cuore del bravo muslim c’è la brace che cova sotto la cenere. Da tempo diffido di tutti i musulmani, compresi quelli che non farebbero male a una mosca. Li definisco “dormienti”. Nel DNA di ogni musulmano ribolle un risentimento atavico, una rabbia pronta a esplodere, una collusione non dichiarata per i martiri della jihad. Mi rende  sospettoso che i presunti “buoni” stiano zitti, si facciano invisibili, non prendano mai posizione contro il male. In queste ore, quante nazioni islamiche hanno condannato con fermezza i fatti di Bruxelles? Quanti opinionisti o persone comuni di confessione musulmana hanno avuto il coraggio di vituperare con sincerità gli stronzi senz’anima che hanno colpito al cuore la capitale del Belgio? E quanti musulmani compiansero davvero le vittime delle Twin Towers, di Madrid e Parigi? A prescindere, io diffido dell’Islam perché ho letto il Corano. Fatelo anche voi e riflettete sulle sure in cui il profeta incita all’odio e alla guerra santa contro i miscredenti o pontifica che le donne sono inferiori all’uomo. 
Ma non voglio ripetermi, ho espresso più volte il mio pensiero e non serve che ribadisca una verità scomoda. Serve, invece, che l’Europa si svegli e reagisca prima che sia troppo tardi. Deve farlo subito, a partire da domani. Serve una nuova crociata, una controdichiarazione di guerra adeguata ai tempi e alle logiche contemporanee. Una crociata di natura laica, dunque, non religiosa. Perché la guerra contro l’Islam non va combattuta sul piano dogmatico ma su quello civile. La nuova crociata deve unire l’Europa, come ai tempi i cui i predicatori e i papi chiamavano a raccolta gli uomini di buona volontà che partivano per la Terra Santa. Oggi, la Terra Santa siamo noi. L’Europa è in pericolo. Va difesa da questa invasione barbarica cui non sappiamo fare fronte a causa delle divisioni interne, degli interessi geopolitici ed economici, della fiacchezza. Occorre che l’Europa unisca le forze e vari un piano d’emergenza comune, adotti un’unica forma mentis, rinunciando agli egoismi nazionali e alle differenti vedute. Non sono un politico né uno stratega ma non mi è difficile immaginare quali potrebbero essere le strategie vincenti. Alcuni evocano il bombardamento a tappeto dell’Islamistan o il lancio di ordigni nucleari sulle basi dell’Isis e nei covi dei terroristici sparsi in Medio Oriente. Non sono d’accordo. L’idea figlia di Putin è suggestiva ma non risolverebbe la questione. È pur vero che gli americani non si fecero scrupoli di sganciare la bomba atomica su Hiroshima e Nagasaki, uccidendo anche gli innocenti, ma sarebbe disumano estirpare il male con il male. Meglio ricorrere a misure chirurgiche, comunque drastiche. Penso che dovremmo chiudere le frontiere, o per lo meno sottoporre a un setaccio minuzioso ogni richiesta di accoglienza. Sarei comprensivo con donne, bambini, anziani e nuclei familiari che chiedono asilo per motivi umanitari ma userei il pugno di ferro con l’accozzaglia di uomini soli, giovani e fancazzisti che vengono in Italia per fare i predoni. Naturalmente ci vogliono leggi speciali, meno potere ai magistrati e più autonomia alle forze dell’ordine e all’esercito. E se ciò significa virare a destra, ben venga il cambiamento. Il Duce avrebbe già risolto il problema. Credo si debba monitorare l’attività delle moschee, chiudendole quando si ha il minimo dubbio che l’imam o i reclutatori dei movimenti jihadisti fanno propaganda nei luoghi di preghiera. Bisogna vigilare con maggiore attenzione per prevenire e ristabilire la certezza di una pena esemplare per curare. È indispensabile mandare un segnale forte ai figli di puttana che terrorizzano l’Europa ma perché ciò avvenga occorre rinunciare al falso buonismo e al pietismo, tirare fuori i coglioni e colpire senza pietà prima di essere colpiti. Dobbiamo diventare tutti crociati, difensori strenui della nostra cultura, delle nostre tradizioni, dei nostri valori che le merdacce vorrebbero annientare. Se vogliamo sopravvivere non c’è alternativa. Ci vuole coraggio, fermezza, orgoglio. 
Nessuno può fingere, nascondersi o scegliere l'indifferenza in tempo di guerra. Pur tuttavia esiste un’alternativa: può seguire il consiglio di Saviano e del Papa. A proposito, a voi risulta che il sommo maître à penser napoletano ospiti qualche clandestino del Maghreb nella sua bella casa di New York o Francesco I abbia sfrattato dal Vaticano i preti pedofili e parassitari per fare spazio ai rifugiati siriani?

lunedì 21 marzo 2016

Nel cigno scorre sangue blu


Ho la fortuna di vivere a Como, una bella città impreziosita dal suo lago. Nello specchio d’acqua del primo bacino vive una folta e pacifica colonia di cigni. Costituiscono un’attrazione per bambini e turisti. Ogni tanto mi capita di ammirarne l’eleganza e apprezzarne la natura armoniosa. Non è casuale che i cigni, il cui candore ne fa l’epifania vivente della luce solare, siano l’allegoria della purezza e della perfezione. Sono creature atemporali, indifferenti ai grandi cambiamenti planetari. Conservano l’aplomb aristocratico in un mondo conformato dal populismo. Nelle loro vene scorre sangue blu. Icone del desiderio e dell’amore, confidano ancora nella fedeltà di coppia (quando il compagno o la compagna muore, si struggono di dolore) e diventano aggressivi solo se è necessario. Aristotele scrisse che “hanno facilità a prosperare e buon carattere. Si prendono cura dei loro piccoli e invecchiano bene. Quando li attacca, essi sono capaci di difendersi anche dall’aquila, sortendo la vittoria. Non sono mai loro, però, a ingaggiare battaglia per primi”. Non c’è da stupirsi che il cigno sia assurto a simbolo universale di nobiltà e coraggio. È un giusto che va per la sua strada, indifferente al fatto che i valori portanti siano affondati nella palude del relativismo. Continua a credere che la bellezza salverà il mondo. E forse ha ragione. 
Confesso che non ho mai avuto una grande confidenza coi cigni. Da piccolo mi spaventava la foga con cui si avvicinavano per prendere il boccone di pane che gli offrivo, per cui dovevo lasciarlo cadere, pena l’incolumità della mano. Mi inquietava come sbattessero violentemente le ali pattinando sull’acqua e restavo perplesso nell’udire il vasto repertorio di versi di cui sono capaci. Si crede che il cigno canti, mentre in realtà fischia, sibila e latra. Il suo grido è un suono flautato. Si tramanda che il canto del cigno annunci la morte imminente. Nel Fedone, Platone immagina che Socrate, discorrendo con i suoi compagni, rimarchi che in punto di morte i cigni cantano più del solito e con maestria perché sono felici di andare nell’aldilà e desiderano congedarsi con un estremo, illustre ricordo di sé. Lo pensava anche un acuto osservatore come Leonardo Da Vinci, che nei suoi taccuini annotò che il cigno “dolcemente canta nel morire; il qual canto termina la vita”. Non so se ciò corrisponda al vero, però mi piace immaginare che prima di morire vorrò emettere il mio canto del cigno per esprimere inconsciamente la gioia di iniziare il viaggio verso la luce eterna.
Quel che so per certo è che il legame fra il cigno e la musica è strettissimo. Intanto, questo uccello uranico è associato ad Apollo e il giorno in cui il dio della musica, della poesia e della divinazione nacque a Delo, alcuni cigni fecero sette volte il giro dell’isola. In seguito, Zeus gli affidò un carro trascinato dai cigni. Il cigno maschio è dunque l’inseparabile compagno di Apollo ma anche il vettore di Afrodite, il cui cocchio era trainato da una coppia, ed è l’alter ego in cui si tramutò lo stesso Zeus per sedurre Leda. Gli dei hanno sempre avuto un debole per il cigno. Brahma nacque da un uovo deposto da un cigno, di cui amava prendere le sembianze. Il cigno Hamsa era la sua cavalcatura e il suo volo rappresenta il desiderio intenso dell’anima di liberarsi in cielo. Anche la dea Sarasvati cavalcava un cigno e Paramahasa, cioè l’Io, è rappresentato dal Cigno supremo. Il cigno è un animale iperboreo, legato alle divinità nordiche e ricorrente nella cultura celtica. Era l’emblema del druido vestito di bianco e del sole. I celti credevano che quando gli abitanti dell’Altro Mondo decidono di entrare nella dimensione terrena, assumono l’aspetto del cigno. Ma torniamo nell’alveo musicale. La lettura etimologica è istruttiva: cigno (dal greco kyknos e dal latino cano) significa “cantante”. Impossibile non pensare subito a Il lago dei cigni, il celeberrimo balletto musicato da Čajkovskij. Non meno famoso è l’altro balletto La morte del cigno, di Mikhail Fokine, con musica di Camille Saint-Saëns. Il cigno del compositore francese è la sequenza più bella del suo Il carnevale degli animali. Voglio ricordare anche Il cigno di Tuonela, poema sinfonico del compositore Jean Sibelius che trae il tema del mistico cigno gravitante intorno all’isola dei morti dal Kalevala, il capolavoro epico della mitologia finlandese. L’equazione cigno=musica è suggerita da alcuni appellativi. Verdì è conosciuto come il “Cigno di Busseto”, Bellini era il “Cigno di Catania” e Rossini è detto il “Cigno di Pesaro”. Il cigno è fonte d’ispirazione anche in altri campi artistici. Il tema di Giove che possiede Leda è stato rappresentato da pittori famosi come Leonardo da Vinci, Correggio, Ghirlandaio, Tiziano, Tintoretto, Boucher, Cezanne, Matisse e Dalì. Anche Michelangelo Buonarroti realizzò un’opera per il Duca d’Este, ma è andata perduta. Non meno numerosi e interessanti sono i riferimenti letterari. Il cigno è l’emblema del poeta ispirato e del bardo nordico. Fu Ovidio, nel sesto libro de Le Metamorfosi, a codificare poeticamente il mito di Giove che vedendo Leda mentre si rinfresca presso un fiume, s’invaghisce di lei, le si avvicina assumendo la forma di un magnifico cigno, la ammalia e la seduce. Da allora, la letteratura si è sbizzarrita. Probabilmente, l’esito poetico più famoso è Le cygne che Baudelaire dedicò a Victor Hugo. Ma il cigno del poeta maudit non è quello tradizionale; è impacciato e prigioniero della città. Passeggia per le vie di Parigi (sineddoche del mondo) come un esule, con le piume impolverate. È parente del celeberrimo albatros. Ho un ricordo scolastico anche del cigno immortalato da Giovanni Pascoli nel poemetto Il transito, che “ l’ali grandi grandi apre, e s’allontana candido, nella luce boreale”. Ancora più remota è la memoria di due fiabe. La prima è I sei cigni dei fratelli Grimm, riproposta da Hans Christian Andersen con il titolo è I cigni selvatici. La seconda è il Brutto anatroccolo, che guardando il proprio riflesso nelle acque scopre di essere un cigno. Il giovane cigno di Andersen era goffo e aveva le piume grigie. Ciò bastava per renderlo insicuro e confuso. La diversità, invece, non è mai stata un problema per il cigno nero. Quando nel 1697 gli esploratori europei scoprirono questa variante della specie in Australia, rimasero a bocca aperta. L’eco della loro meraviglia non si è spenta del tutto. Oggi, “cigno nero” è sinonimo di evento isolato e inatteso, atto a provocare un forte impatto emotivo, come spiega nella “Teoria del cigno nero” il filosofo libanese Taleb. 
Mi chiedo quali effetti provocherebbe l’apparizione di un cigno nero nelle acque del Lago di Como. La risposta è scontata. Alla normale ammirazione – noblesse oblige – si aggiungerebbe nell’osservatore un forte stupore che scatenerebbe la selfie-mania. E pensare che il cigno nero subì la persecuzione da parte degli aborigeni, convinti che fosse un servo del diavolo.  

lunedì 14 marzo 2016

Pantani, invincibile ma vulnerabile come Achille


“Corri più veloce del vento / il vento non ti prenderà mai / corri ancora adesso lo sento / sta soffiando sopra gli anni tuoi. / Dammi la mano fammi sognare / dimmi se ancora avrai / al traguardo ad aspettarti / qualcuno oppure no.” (L’ultima salita, Nomadi). 
Giustizia è fatta. O forse no, l’inchiesta sul grande ciclista Marco Pantani ha solo fatto affiorare la verità che i suoi tifosi già sapevano e reclamavano da tempo. Le indagini della polizia giudiziaria della Procura della Repubblica di Forlì hanno appurato che il 5 giugno 1999, la Camorra agì per impedire al campione romagnolo, che stava dominando il Giro d’Italia, di arrivare a Milano in maglia rosa. Un medico fu minacciato affinché alterasse il suo test antidoping dopo la tappa di Madonna di Campiglio, così da fare risultare i valori del suo sangue (ematocrito) fuori norma e costringere la giuria a squalificarlo. Perché la Camorra si accanì contro un atleta per cui l’Italia impazziva? Per avidità e interesse, naturalmente. I camorristi avevano fatto ingenti puntate sulla sconfitta del “pelatino” – è così che un membro della Camorra in carcere definì Pantani parlandone con Vallanzasca – che doveva essere fermato a ogni costo. Era impossibile batterlo in salita ma fu uno scherzo fargli lo sgambetto. Invano Pantani protestò che “era stato fregato”. A molti non parve vero di potersi accanire contro l’uomo che quando le pendenze si facevano impossibili volava, il cavaliere che sapeva affrontare la vita con l’audacia dei guasconi. Non tutti amano i forti né sopportano il merito. La sua caduta ripagò i mediocri e i meschini. Qualcuno lo crocefisse e da quel momento la pressione mediatica lo schiacciò e iniziò per lui un lento calvario. 
Madonna di Campiglio costituisce l’apogeo e insieme l’incipit della fine sportiva e umana di quello che gli esperti considerano come uno dei più grande scalatori nella storia del ciclismo – forse più grande di Coppi, Bartali e Gaul – il più emozionante e coinvolgente in virtù del suo modo di correre e scattare, indifferente alla legge di gravità e alla fatica. Purtroppo, l’esito dell’inchiesta non farà giustizia. La Procura di Forlì ha chiesto l’archiviazione per prescrizione. Nessuno pagherà per avere colpito al cuore un campione immenso ma fragile che avrebbe potuto compiere molte altre imprese straordinarie, entrando nel mito sportivo. Eppure, avere riconosciuto che l’indomito omino in bicicletta che ha fatto sognare e fibrillare milioni di appassionati e tifosi di ciclismo era pulito, ci riconsegna un campione ancora più grande. L’ingiustizia che gli ha tolto non solo la vittoria del Giro d’Italia ma la credibilità, la fiducia e la forza per ribellarsi alle trame di un destino vigliacco, ha fatto sì che Pantani fosse accolto nell’Olimpo dei più grandi, gli eroi che si staccano dagli umani in virtù della loro tragica sorte. Da lì, nessuno potrà più scalzarlo. 
Seguo il ciclismo da quando sono un bambino. Fu mio nonno, che corse come dilettante ai tempi di Binda e Girardengo, a trasmettermi questa passione. Naturalmente ho visto succedersi molte generazioni di campioni, ho fatto il tifo per Gimondi, Moser e oggi Nibali, e quando mi chiedono chi è il più grande di tutti mi adeguo al pensiero dei critici: Eddy Merckx. Pur tuttavia, voglio precisare che Merckx è il numero uno degli umani. Marco Pantani è il più grande fra i semidei, quelli che hanno tratto dalle proprie disgrazie più che dalle vittorie la materia che li rende immortali. Concedetemi un paragone. Merckx appartiene alla categoria di chi nasce con la vittoria nel DNA, come Giulio Cesare, Gengis Khan, Napoleone Bonaparte. Pantani fa parte di quel parterre de rois che accomuna gli eroi invincibili e romantici ma vulnerabili. C’è un precedente: Ottavio Bottecchia, il primo italiano a vincere il Tour de France.  Fu trovato agonizzante su una strada e si pensa che sia stato ucciso per motivi politici. La morte non è una livella, come sosteneva Totò. Certe morti nobilitano, sublimano le vicende umane e le rendono leggendarie. Pantani è come il pelide Achille. Lo hanno colpito al tallone, lo hanno fatto cadere e poi hanno infierito su di lui con i giudizi maligni e la diffamazione, privandolo dell’onore e della dignità, facendolo cadere nella depressione, nel tunnel senza fine della droga. Così come il figlio di Peleo e della nereide Teti poteva essere abbattuto solo con un colpo fortunato e vile, cioè la freccia avvelenata scagliata da Paride, il povero Pantani poteva essere fermato soltanto da un’azione sciagurata, fraudolenta, impietosa. 
Confesso che mi ha fatto molto piacere la conclusione cui sono giunte le indagini. Riabilitano il Pirata, lo rimettono sul piedistallo da cui era stato tolto, ne ribadiscono la grandezza e il talento evocativo. Era il mio campione preferito. Le sue vittorie mi entusiasmavano, mi rendevano orgoglioso d’essere italiano, mi facevano gioire. Ho ancora negli occhi i suoi trionfi più belli: Merano, l’Aprica, l’Alpe d’Huez, Morzine. Piancavallo, Les Deux Alpes, Gran Sasso, Oropa, Mont Ventoux… Madonna di Campiglio. Era il conquistatore delle Alpi e dei Pirenei, l’uomo della bandana, della follia orfica negli occhi. Indimenticabile, come gli anni in cui fu protagonista di una epopea senza pari. Che altro potrei aggiungere? Ho scelto un’istantanea, le parole di un grande cantore dello sport di cui si sente la mancanza, per ricordarlo a chi mi legge.Dalle Alpi francesi solcate da una tempesta, si leva solenne, al di là delle nuvole della fantasia, un dio dello sport: si chiama Marco, il nome forte di un evangelista. È andato lassù, in una bugiarda giornata di luglio, a predicare sulle montagne il mistero eterno dell’uomo ai confini della più spietata fatica. Eccolo, con i rivoli di forza vitale che gli restano addosso, nel suo ultimo gemito soave. È finita. Lo straordinario miscuglio di gioia e sofferenza che agita la sua anima produce una sorta di trasfigurazione nel volto di Pantani. C'è un senso profondamente drammatico nel suo trionfo. Ne ho viste tante in quasi mezzo secolo di sport, ma l'abbraccio di Marco con quel traguardo che gli sta davanti e che gli cambia la maglia e la vita, è un'immagine baciata dall'eternità.”  
Nel giorno in cui ha vinto la verità, mi piace ricordarlo così, Marco Pantani, spossato ma felice come lo descrisse Candido Cannavò sulle pagine della Gazzetta dello Sport. Fulgido e immortale, come Achille.

mercoledì 9 marzo 2016

Il cappio al collo nel Paese di Maramaldo


Chi mi conosce personalmente sa che da parecchi anni faccio volontariato nell’ambito del soccorso sanitario come autista o capo equipaggio di ambulanze. Ieri ero di turno e intervenendo dopo una chiamata del 112 mi sono trovato di fronte a un uomo di mezza età che si era impiccato. Ogni tentativo di rianimazione sarebbe stato inutile; il corpo penzolava inerte, il volto era cinereo. L’esperienza mi ha fatto capire che il suicidio risaliva ad alcune ore prima e che la morte non era avvenuta per asfissia ma per la rottura del collo. Benché abbia visto ogni tipo di evento medico e traumatico, per me il suicidio è ancora un fatto inspiegabile ed emozionale. So restare calmo e distaccato quando intervengo sulla scena di un incidente stradale cruento o di un arresto cardiaco, ma il suicidio, soprattutto per impiccagione, mi turba. Ieri, raccogliendo i lamenti della madre del suicida, una povera donna disperata, mi ha ulteriormente rattristato e frustrato sapere che la causa primaria del gesto del figlio era di natura economico-finanziaria. L’uomo aveva infatti ricevuto una cartella esattoriale da fare tremare i polsi. L’Agenzia delle Entrate esigeva una cifra che il suicida e sua madre non erano in grado di pagare. Non so quale piega avesse preso la faccenda ma forse il figlio temeva che Equitalia gli avrebbe portato via la casa. 
Quante situazioni simili e precedenti ci sono in Italia? Quante persone – imprenditori, artigiani, pensionati ecc. – si sono suicidati a causa delle ristrettezze economiche, dei debiti, della frustrazione che fa vedere buia anche una giornata di sole? Quanti morti pesano sulla coscienza del Leviatano statale che stritola il contribuente, infierisce sul debole, calpesta la sua dignità e lo costringe a una resa incondizionata e inumana, mettendogli un cappio al collo? Certo, la colpa di togliersi la vita è principalmente di chi ha deciso di farlo e non sarebbe corretto attribuirla agli altri. Eppure, pensare che un essere umano possa ricorrere al suicidio per sfuggire ai tentacoli di una piovra – che tale è diventato l’iniquo sistema tributario del nostro Paese – suscita una pena profonda e rabbia allo stesso tempo. Non è sempre stato così. Quando ero giovane si poteva dialogare con gli apparati statali, ci si poteva ragionare. Ma poi, di pari passo con l’aumento dello spreco e del debito pubblico, lo Stato si è ingrugnito e abbruttito, perdendo di vista la realtà, il bene della comunità. Lo Stato ha progressivamente aumentato le pastoie burocratiche e la pressione fiscale, riesumando diritti e tributi feudali. L’attuale sistema tributario ci riporta al feudalesimo. Paghiamo troppi balzelli, alcuni dei quali assurdi, e in cambio riceviamo un disservizio. Non c’è molta differenza tra alcune voci fiscali del Medio Evo – decima, ius beverandi, adiutorio, ripatico, plateatico, ecc – e le imposte attuali come il canone Rai, le accise, il bollo auto, le licenze, le esazioni coatte dei gruppi corporativi e parassitari che lo Stato tutela, le sanzioni amministrative, ecc. Si combattono battaglie repressive contro l’evasione fiscale che si trasformano in guerriglia e intanto si mantengono in vita i privilegi delle caste, i soprusi di un sistema autoreferenziale. Se lo Stato, con metodi polizieschi, usando i suoi scherani e i suoi Bravi, prende di mira un contribuente presumendo che sia in difetto, costui è spacciato! Lo sceriffo di Nottingham romano ha inventato il redditometro per decidere se paghi il giusto e poco importa se questo giusto è virtuale, astratto. Il Fisco viola la privacy e la libertà, controllando i nostri conti correnti e le nostre carte di credito. Ti mette alla gogna perché hai prelevato dei contanti. Basta il dubbio o il sospetto perché un cittadino sia bollato come evasore e convocato nel castello di Kafka. Ben venga che i veri, grandi evasori paghino il dovuto ma in realtà a pagare sono sempre e soltanto i fessi e i tapini. La sperequazione è cresciuta in modo proporzionale ai prelievi fiscali. Gli inquisitori di Stato scaricano su di noi l’onere della prova d’innocenza mentre la logica vorrebbe che fossero loro a dimostrare la presunta colpevolezza. Ci tartassano anche se siamo in regola e se non sappiamo come difenderci ci umiliano. Bisogna avere una certa cultura e conoscenza del mondo e possibilmente essere amici di un bravo commercialista o di un avvocato per non subire torti, vessazioni, minacce. Se sei un povero Cristo, il sistema non ha scrupoli, prima ti schernisce e poi ti crocefigge. 
Perché lo Stato è forte coi deboli e remissivo con i forti? Perché si comporta come Maramaldo? Non tutti sanno chi è costui, ma ai miei tempi non c’era un bambino delle Elementari che non si emozionasse al racconto di come lo spavaldo e prepotente capitano di ventura Fabrizio Maramaldo avesse ucciso crudelmente il condottiero fiorentino Francesco Ferrucci nella battaglia di Gavinana del 1530, dopo che costui, ferito e indifeso, lo aveva apostrofato con le parole: “Vile, tu uccidi un uomo morto!”. Da allora, “maramaldeggiare” indica l’atteggiamento impietoso e malvagio di chi si accanisce sui deboli e su chi è in difficoltà o è stato sconfitto della vita. Come tutti i bambini degli anni Sessanta, odiai Maramaldo. Non potevo immaginare che cosa sarebbe successo molti anni dopo. 
Cosa è successo? A parte il fatto che le ultime generazioni non sanno chi è Maramaldo, e poco importa visto che l’aneddoto storico potrebbe anche non essere vero, lo Stato è diventato il Maramaldo per antonomasia. Quando vede Ferrucci a terra, non agisce con clemenza, non ne rispetta la sofferenza e tanto più lo aiuta. No, lo Stato gli toglie anche l’ultima speranza, gli dà il colpo finale. Ma la cosa più vergognosa, a mio modo di vedere, è come sia cambiata la specola. Il vile Maramaldo dei tempi in cui l’Italia era il Bel Paese, si è trasformato, nell’immaginario popolare, in un "figo", un personaggio vincente, da imitare. Oggi, agire come Maramaldo non è più una colpa ma un motivo di vanto. L’adagio “vivi e lascia vivere” è stato scalzato da un motto che fotografa la nostra società: “Mors tua vita mea”. Ne consegue, che non bisogna avere pietà per i deboli, anzi bisogna approfittare della debolezza altrui. Lo Stato per primo applica la regola, forte del tacito consenso di decine, forse centinaia di migliaia di piccoli, meschini maramaldi che sono al suo servizio o godono della sua protezione. Mi riferisco ai prepotenti, ai furbi, ai trafficanti, alle banche, agli speculatori, ai politici, agli amministratori pubblici, alle tante categorie umane che calpestano la dignità altrui. Ci vorrebbe un esame di coscienza. Ma lo Stato ha una coscienza? E hanno una coscienza coloro che hanno venduto l’anima in cambio del successo, del potere, del denaro? Ne dubito.
Ieri, mentre guardavo la misera maschera di un uomo che non ho potuto soccorrere, mi sono venute in mente le parole iniziali della Ballade des pendus di François Villon. “Fratelli umani che dopo noi vivete, non abbiate con noi i cuori induriti, perché se avete pietà di noi, poveri, Dio avrà più presto pietà di voi». Voglio sperare che Dio avrà pietà di noi, soprattutto di Maramaldo e delle sue vittime impotenti.