lunedì 21 marzo 2016

Nel cigno scorre sangue blu


Ho la fortuna di vivere a Como, una bella città impreziosita dal suo lago. Nello specchio d’acqua del primo bacino vive una folta e pacifica colonia di cigni. Costituiscono un’attrazione per bambini e turisti. Ogni tanto mi capita di ammirarne l’eleganza e apprezzarne la natura armoniosa. Non è casuale che i cigni, il cui candore ne fa l’epifania vivente della luce solare, siano l’allegoria della purezza e della perfezione. Sono creature atemporali, indifferenti ai grandi cambiamenti planetari. Conservano l’aplomb aristocratico in un mondo conformato dal populismo. Nelle loro vene scorre sangue blu. Icone del desiderio e dell’amore, confidano ancora nella fedeltà di coppia (quando il compagno o la compagna muore, si struggono di dolore) e diventano aggressivi solo se è necessario. Aristotele scrisse che “hanno facilità a prosperare e buon carattere. Si prendono cura dei loro piccoli e invecchiano bene. Quando li attacca, essi sono capaci di difendersi anche dall’aquila, sortendo la vittoria. Non sono mai loro, però, a ingaggiare battaglia per primi”. Non c’è da stupirsi che il cigno sia assurto a simbolo universale di nobiltà e coraggio. È un giusto che va per la sua strada, indifferente al fatto che i valori portanti siano affondati nella palude del relativismo. Continua a credere che la bellezza salverà il mondo. E forse ha ragione. 
Confesso che non ho mai avuto una grande confidenza coi cigni. Da piccolo mi spaventava la foga con cui si avvicinavano per prendere il boccone di pane che gli offrivo, per cui dovevo lasciarlo cadere, pena l’incolumità della mano. Mi inquietava come sbattessero violentemente le ali pattinando sull’acqua e restavo perplesso nell’udire il vasto repertorio di versi di cui sono capaci. Si crede che il cigno canti, mentre in realtà fischia, sibila e latra. Il suo grido è un suono flautato. Si tramanda che il canto del cigno annunci la morte imminente. Nel Fedone, Platone immagina che Socrate, discorrendo con i suoi compagni, rimarchi che in punto di morte i cigni cantano più del solito e con maestria perché sono felici di andare nell’aldilà e desiderano congedarsi con un estremo, illustre ricordo di sé. Lo pensava anche un acuto osservatore come Leonardo Da Vinci, che nei suoi taccuini annotò che il cigno “dolcemente canta nel morire; il qual canto termina la vita”. Non so se ciò corrisponda al vero, però mi piace immaginare che prima di morire vorrò emettere il mio canto del cigno per esprimere inconsciamente la gioia di iniziare il viaggio verso la luce eterna.
Quel che so per certo è che il legame fra il cigno e la musica è strettissimo. Intanto, questo uccello uranico è associato ad Apollo e il giorno in cui il dio della musica, della poesia e della divinazione nacque a Delo, alcuni cigni fecero sette volte il giro dell’isola. In seguito, Zeus gli affidò un carro trascinato dai cigni. Il cigno maschio è dunque l’inseparabile compagno di Apollo ma anche il vettore di Afrodite, il cui cocchio era trainato da una coppia, ed è l’alter ego in cui si tramutò lo stesso Zeus per sedurre Leda. Gli dei hanno sempre avuto un debole per il cigno. Brahma nacque da un uovo deposto da un cigno, di cui amava prendere le sembianze. Il cigno Hamsa era la sua cavalcatura e il suo volo rappresenta il desiderio intenso dell’anima di liberarsi in cielo. Anche la dea Sarasvati cavalcava un cigno e Paramahasa, cioè l’Io, è rappresentato dal Cigno supremo. Il cigno è un animale iperboreo, legato alle divinità nordiche e ricorrente nella cultura celtica. Era l’emblema del druido vestito di bianco e del sole. I celti credevano che quando gli abitanti dell’Altro Mondo decidono di entrare nella dimensione terrena, assumono l’aspetto del cigno. Ma torniamo nell’alveo musicale. La lettura etimologica è istruttiva: cigno (dal greco kyknos e dal latino cano) significa “cantante”. Impossibile non pensare subito a Il lago dei cigni, il celeberrimo balletto musicato da Čajkovskij. Non meno famoso è l’altro balletto La morte del cigno, di Mikhail Fokine, con musica di Camille Saint-Saëns. Il cigno del compositore francese è la sequenza più bella del suo Il carnevale degli animali. Voglio ricordare anche Il cigno di Tuonela, poema sinfonico del compositore Jean Sibelius che trae il tema del mistico cigno gravitante intorno all’isola dei morti dal Kalevala, il capolavoro epico della mitologia finlandese. L’equazione cigno=musica è suggerita da alcuni appellativi. Verdì è conosciuto come il “Cigno di Busseto”, Bellini era il “Cigno di Catania” e Rossini è detto il “Cigno di Pesaro”. Il cigno è fonte d’ispirazione anche in altri campi artistici. Il tema di Giove che possiede Leda è stato rappresentato da pittori famosi come Leonardo da Vinci, Correggio, Ghirlandaio, Tiziano, Tintoretto, Boucher, Cezanne, Matisse e Dalì. Anche Michelangelo Buonarroti realizzò un’opera per il Duca d’Este, ma è andata perduta. Non meno numerosi e interessanti sono i riferimenti letterari. Il cigno è l’emblema del poeta ispirato e del bardo nordico. Fu Ovidio, nel sesto libro de Le Metamorfosi, a codificare poeticamente il mito di Giove che vedendo Leda mentre si rinfresca presso un fiume, s’invaghisce di lei, le si avvicina assumendo la forma di un magnifico cigno, la ammalia e la seduce. Da allora, la letteratura si è sbizzarrita. Probabilmente, l’esito poetico più famoso è Le cygne che Baudelaire dedicò a Victor Hugo. Ma il cigno del poeta maudit non è quello tradizionale; è impacciato e prigioniero della città. Passeggia per le vie di Parigi (sineddoche del mondo) come un esule, con le piume impolverate. È parente del celeberrimo albatros. Ho un ricordo scolastico anche del cigno immortalato da Giovanni Pascoli nel poemetto Il transito, che “ l’ali grandi grandi apre, e s’allontana candido, nella luce boreale”. Ancora più remota è la memoria di due fiabe. La prima è I sei cigni dei fratelli Grimm, riproposta da Hans Christian Andersen con il titolo è I cigni selvatici. La seconda è il Brutto anatroccolo, che guardando il proprio riflesso nelle acque scopre di essere un cigno. Il giovane cigno di Andersen era goffo e aveva le piume grigie. Ciò bastava per renderlo insicuro e confuso. La diversità, invece, non è mai stata un problema per il cigno nero. Quando nel 1697 gli esploratori europei scoprirono questa variante della specie in Australia, rimasero a bocca aperta. L’eco della loro meraviglia non si è spenta del tutto. Oggi, “cigno nero” è sinonimo di evento isolato e inatteso, atto a provocare un forte impatto emotivo, come spiega nella “Teoria del cigno nero” il filosofo libanese Taleb. 
Mi chiedo quali effetti provocherebbe l’apparizione di un cigno nero nelle acque del Lago di Como. La risposta è scontata. Alla normale ammirazione – noblesse oblige – si aggiungerebbe nell’osservatore un forte stupore che scatenerebbe la selfie-mania. E pensare che il cigno nero subì la persecuzione da parte degli aborigeni, convinti che fosse un servo del diavolo.  

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