venerdì 1 aprile 2016

Lo scherzo va condito con sale e zucchero


Rieccolo il beffardo 1° Aprile, giorno consacrato agli scherzi. Quando andavo a scuola si appendeva sulla schiena di un compagno un pesce di carta. Era un modo ingenuo e candido di burlarlo. Il malcapitato non se ne accorgeva e tutti ridevano di lui. Oggi, la varietà degli scherzi, complici i mass-media, è infinita e a volte la burla è cattiva, impietosa. Chi pensasse che il “pesce d’aprile” è una tradizione italiana, sbaglierebbe di grosso. In Francia si festeggia il Poisson d’Avril, nel Regno Unito e negli Stati Uniti d’America si celebra The April Fool’s day (“il giorno degli sciocchi”) e in Germania c’è l’Aprilscherz. Gli scozzesi chiamano questa ricorrenza Gowkie Day (“giorno del cuculo”) e irridono la vittima appendendo alla sua schiena un cartello con la scritta Kick me (“Calciami”). L’India anticipa tutti di un giorno. Il 31 marzo, infatti, ha inizio l’Holi, la festa della primavera in cui sono protagonisti i colori, i sorrisi e gli scherzi. Mi sono sempre chiesto quali siano le origini del pesce d’aprile e perché ricorra il 1° Aprile. Non esistono risposte certe ma diverse supposizioni. Intanto, è plausibile che sia un retaggio delle antiche celebrazioni romane all’insegna del divertimento e della beffa. Penso soprattutto ai Veneralia, una festa pagana in onore di Venere Verticordia e della Fortuna virile, che cadeva proprio il 1° Aprile. Mentre l’Hilaria, la festività in onore della dea Cibele, era festeggiata qualche giorno prima, il 25 marzo. Quel giorno era lecito travestirsi e fare ogni tipo di scherzo, compresi quelli di pessimo gusto. Va considerato che fino al 1582, data della riforma del Calendario Gregoriano, dal 25 Marzo al 1° Aprile si celebrava il Capodanno, per cui gli scherzi abbandonavano. Ma perché usiamo prevalentemente la sagoma di un pesce per canzonare il malcapitato su cui abbiamo posato gli occhi? Perché si credeva che Gesù fosse morto il 1° Aprile e i suoi denigratori scelsero il pesce, che è il simbolo primigenio del cristianesimo, per schernire i cristiani. 
Dicevo che oggi, grazie ai mass-media e a Internet, i pesci d’aprile possono essere trasversali, contagiosi, clamorosi. Ma già nel 1957, la BBC fece credere che in Svizzera crescevano gli alberi degli spaghetti e molti cercarono di acquistarli. Nel 1977, The Guardian pubblicò uno speciale su un’isola inesistente e i suoi lettori ci cascarono. Nel 2012, la Peugeot annunciò una versione speciale del modello RCZ capace di cambiare colore a secondo delle emozioni del pilota. L’abitudine di fare passare come vere le bufale più incredibili resiste, per quanto la gente si sia fatta furba (ma non troppo). La verità è che ci piace molto scherzare e un po’ meno essere presi in giro. Lo scherzo appaga il nostro bisogno di divertimento, la nostra voglia di rompere gli schemi. Semel in anno licet insanire, dicevano i latini. Una volta all’anno è lecito uscire fuori di testa. Ne siamo certi? Mi pare che oggi, benché ci sia poco da ridere, le occasioni per fare e subire scherzi siano moltiplicate. Carnevale resta la ricorrenza in cui prevalgono gli scherzi per antonomasia ma Halloween ha guadagnato punti. La televisione ha spettacolarizzato la burla. Chi non ha mai riso per una Candid Camera, guardando trasmissioni come Scherzi a parte e Specchio segreto o ascoltando uno scherzo telefonico? Ci piace ridere degli altri, vederli sbigottiti, inermi, umiliati. Ci divertono soprattutto gli scherzi pesanti, quelli che provocano reazioni divertenti o forti. Jean de La Bruyère, il celebre moralista francese, suggeriva che “i provinciali e gli sciocchi sono sempre pronti a irritarsi, a credere d’essere presi in giro o d’essere disprezzati. Non bisogna mai azzardare uno scherzo, anche il più innocente e lecito, se non con gente educata e di spirito”. Giusto, ma che gusto c’è a scherzare con chi ci sta? Oggi, scherziamo coi fanti ma anche coi santi, evitiamo di scherzare coi potenti ma facciamo scherzi di cattivo gusto ai deboli. Ci inalberiamo se qualcuno ride di noi o delle situazioni che ci riguardano, lo zittiamo con un categorico “Non è il momento di scherzare!” o “Bada che non scherzo!”. Temiamo gli scherzi del destino e diffidiamo degli scherzi di natura e di chi scherza con tutti e su tutto. Eppure, scherzare è un’arte sopraffina. Detestiamo gli scherzi da prete e chissà quanti moccoli tiravano giù nel XVIII secolo le suore parigine del Convento di Santa Maria della Bastiglia quando la reclusa e annoiata duchessa di Mazzarino riempiva d’inchiostro le acquasantiere e si scompisciava di risate spiando le religiose mentre si imbrattavano il viso. Amiamo gli scherzi d’acqua e di luce però non apprezziamo più gli scherzi musicali. In effetti, Claudio Monteverdi non ha l’appeal di un concerto rock. Mi chiedo quante persone amino ancora lo scherzo intelligente, sapido, originale. Chi volesse attingere alla fonte dell’ilarità artistica può sempre leggere il pirotecnico Gargantua e Pantagruel di Rabelais e il meraviglioso Don Chisciotte di Cervantes. Ma temo che il professore che proponesse questo impegno ai suoi allievi farebbe loro uno scherzo atroce. I giovani preferiscono trastullarsi coi videogiochi e l’IPhone. Le facezie non sono più di moda, il fioretto è stato sostituito dalla clava e penso che certi autori del passato oggi farebbero la fame. Peccato, una volta si scherzava con la testa, con le parole, con garbo. E l’eco delle burle non si spegneva facilmente. Penso, ad esempio, allo scherzo che Ulisse gioca a Polifemo. Un capolavoro! Oppure alle burle di cui è pieno il Decamerone di Boccaccio e a quelle degli animali delle favole di Fedro, agli scherzi di cui è vittima il povero Bertoldo e alla divertenti marachelle di Giamburrasca. Se dovessi scegliere lo scherzo più geniale di cui ho memoria, non avrei dubbi. È quello ordito alla radio da Orson Welles il 1° Aprile 1938. Il celebre regista americano progettò, infatti, una finta invasione dei marziani la cui cronaca non poté andare in onda quel giorno per motivi tecnici ma fu trasmessa il 30 ottobre. La radiocronaca della “Guerra dei mondi” fu così realistica da provocare il panico nella popolazione. I centralini delle stazioni di polizia e dei giornali andarono in tilt a causa delle telefonate e molti, temendo che i marziani fossero realmente atterrati sulla Terra scesero in strada con le maschere antigas e riempirono le chiese. Fu uno scherzo ben riuscito, forse il più spettacolare di sempre. 
E adesso? Gli scherzi per riuscire devono essere volgari, gratuiti, pericolosi. Anche il conte Mascetti, il Melandri, il Perozzi, il Necchi e il professor Sassaroli – straordinari protagonisti del film Amici miei – non andavano per il sottile. Ma quanta ironia c’era nei loro scherzi conditi con il sale e lo zucchero! La zingarata di prendere a schiaffi i passeggeri dei treni in partenza alla stazione di Firenze, è ormai obsoleta. Ahinoi, adesso va di moda il “knockout”, cioè prendere a pugni un passante e fuggire dopo averlo steso. In fondo, è lo specchio dei tempi. Tempi amari in cui lo scherzo è privo di zucchero.

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