lunedì 4 aprile 2016

L'ombra, meglio tenerla stretta


Propongo un indovinello. Vive accanto a noi e non ci abbandona mai. Siamo inseparabili, tuttavia ci comportiamo come se non ci fosse. In effetti, esiste solo con la luce, mentre l’oscurità la fa svanire. Raramente ci accorgiamo della sua presenza e se non la riconosciamo come nostra, può metterci in ansia. Ci preoccupa quando striscia o avvolge una persona o un fatto. Risposta: l’ombra, cioè l’area scura proiettata su una superficie da un corpo o da un oggetto che frapponendosi fra la superficie stessa e una fonte luminosa impedisce il passaggio della luce. Bene, ma cos’altro sappiamo di lei? Quali sorprese può rivelarci?
Ieri ho focalizzato l’attenzione sulla mia ombra proiettata in giardino. L’ho studiata a lungo, divertendomi nel gioco che più mi appassiona: aprire i cassetti del mio archivio mentale in cerca di memorie e suggestioni. Non pensavo di trovare così tanti elementi e spunti da indurmi a una riflessione scritta. Fin dai tempi remoti, l’umanità è guardinga nei confronti dell’ombra. Confessiamolo, le strisce e i coni d’ombra non ci fanno stare tranquilli. Ci angustia chi cammina o trama nell’ombra e chi ci mette in ombra, ma sospettiamo persino delle divertenti ombre cinesi. Le ragioni della diffidenza sono tante ma si possono riassumere in due ordini di idee. 
Ecco il primo; poiché l’ombra rappresenta tutto ciò che si oppone alla luce, la associamo alla cecità e all’oscurità, al mistero foriero di minacce e al dubbio. È infatti considerata il doppio negativo del corpo fisico. Gli antichi pensavano che fosse il suo alter ego (salvo Platone, il cui mito della caverna non finisce mai di farci riflettere e per il quale le cose reali sono ombre delle idee che si trovano nell’iperuranio) e la indagavano attraverso la geomanzia. Quando vedevano la propria ombra riflessa nell’acqua o in uno specchio pensavano di riconoscere la propria anima. Tant’è che smarrire la propria ombra gettava nel panico chiunque. Ci fu un tempo in cui si credeva che l’uomo privo d’ombra avesse venduto l’anima al diavolo. Esserne privo o perderla era motivo d’imbarazzo, come scoprirono il povero Peter Schlemil di Chamisso o Peter Pan nei giardini di Kensington. Per estensione, l’ombra è associata alle tenebre, al regno delle ombre eterne. Basti pensare all’inquietante Ombra di Banco che terrorizza Re Lear nell’omonimo dramma di Shakespeare. Anche Macbeth è minacciato e ossessionato da un’ombra, la sua. 
Ed ecco il secondo ordine di idee. L’ombra è il simbolo della vacua apparenza, delle cose fuggevoli e irreali, che si dileguano. Ma anche dell’illusione, della simulazione, dell’inganno. In più, diventa metafora delle quantità minime, degli aspetti irrisori della vita. A tale proposito mi viene in mente l’ombra de vin che un tempo veniva servita dai venditori ambulanti di Venezia in piazza San Marco. 
Nell’insieme, attribuiamo all’ombra quasi solo accezioni negative. È sinonimo di dubbio, corruccio, tormento, incertezza, sospetto, intrigo. Eppure, l’ombra ha qualità evidenti. Ci fa comodo quando i raggi del sole sono troppo forti, ad esempio, l’apprezziamo quando gioca con la luce o ci nasconde. Tolstoj rimarcò che “tutta la verità, tutta la delizia, tutta la bellezza della vita è composta d’ombra e luce”. In effetti, la luce non sarebbe completa se non ci fosse l’ombra. Per quanto riguarda la nostra ombra, non dobbiamo ignorarla né temerla. Prima di tutto perché è innocua. Secondariamente perché è rassicurante. Nasce e muore con noi, non abbandonandoci mai. Infine, è la proiezione della nostra figura. “Ombra profonda siamo” riconobbe Giordano Bruno, mentre Orazio si lamentava che pulvis et umbra sumus. Jung definì Schatten, cioè “Ombra” la parte primitiva-istintiva dell’individuo. Rudyard Kipling ammetteva che “una persona spesso finisce con l’assomigliare alla sua ombra”. 
Da sempre, le arti si sono misurate con il tema dell’ombra. Secondo il mito, la pittura sarebbe nata dal tentativo di fissare l’immagine umana disegnando i contorni della sua ombra. Nei graffiti preistorici, questo tentativo è allargato al regno animale. Le arti visive si sono sforzate d’immortalare l’ombra, di cui, però, hanno preso reale coscienza solo nel Rinascimento. Fu allora, infatti, che i pittori compresero il ruolo topico dell’ombra nella rappresentazione della realtà, nei ritratti come nelle scene. I giochi di luce e ombre sono la quintessenza di molti dipinti famosi, fra cui la Vocazione di San Matteo, dove Caravaggio ha creato effetti simili alle tecniche fotografiche e cinematografiche. Le ombre geometriche sono un tratto della pittura metafisica di Giorgio De Chirico e le protagoniste nell’estetica di Andy Warhol, che dipinse sessantasei tele dal titolo Shadows. La letteratura in particolare ha trattato con vitalità e dovizia il tema dell’ombra, fin dai primordi. Penso ad Archippo e a Luciano di Samosata, per proseguire con gli autori medievali e Dante, gli scrittori romantici come Wieland e il già citato Chamisso, ma anche Dostoevskij, Maupassant, Conrad, Dürrenmatt fino ai romanzi più recenti come L’ombra del vento di Carlos Ruiz Zafón e Inseguendo un’ombra di Andrea Camilleri. Per tacere degli innumerevoli romanzi rosa e gialli, della letteratura dell’orrore, dei testi esoterici e occultistici di cui l’ombra è un ingrediente base. Nemmeno Hans Christian Andersen, universalmente noto per le sue fiabe, ha saputo resistere al suo richiamo, scrivendo il racconto L’ombra. Ricordo che da studente universitario approfondii la lettura de La cognizione del dolore di Carlo Emilio Gadda, dove l’ombra diventa un espediente narrativo per riflettere sulla condizione umana. Gonzalo Pirobutirro, il vero protagonista della storia, prende cognizione di sé e dei suoi limiti “solo guardando l’ombra che incombe sullo sfondo”. Infine, non posso non citare Il suono dell’ombra della poetessa Alda Merini, che confessò “ecco l’unica cosa che mi piacerebbe veramente di tenere in pugno: il suono dell’ombra”.  
Riconosco che mi ha allietato ascoltare il suono dell’ombra, ricamando un divertissement. Ogni tanto, un po di leggerezza aiuta. È piacevole divagare su cose apparentemente insignificanti ma non prive di riverbero, e invito i miei lettori a considerare con occhi nuovi la propria ombra (come Gonzalo) e più in generale le ombre. 
Un’ultima nota. Ringraziamo il cielo (e incrociamo le dita) che nessun governante abbia ancora pensato di tassarci in quanto possessori di un’ombra. Demostene, infatti, racconta che un tale, per andare da Atene a Megara, aveva noleggiato un asino e verso mezzogiorno si riposò alla sua ombra. Il padrone della bestia, saputo ciò, pretese un ulteriore compenso sul nolo dell’ombra. In conclusione, teniamoci stretta la nostra ombra. In futuro potrebbero confiscarcela qualora non pagassimo l’eventuale tributo.

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