giovedì 30 giugno 2016

Quarantaquattro gatti in fila per sei col resto di due, marciavano compatti...


“Sei stato a vedere la passerella sul lago d’Iseo?” mi hanno chiesto in tanti. “No e non ci andrò” ho risposto. “Ma come, hai visitato mezzo mondo e non vai a camminare sulle acque?”
S’annida, nell’ultima domanda, la quintessenza del fenomeno turistico e mediatico dell’estate 2016. Un fenomeno che fa leva sulla fame di sensazionalismo e presenzialismo di cui la gente si nutre con avidità, come se a questo mondo due fossero le cose irrinunciabili. La prima è non perdersi nulla di ciò che accade intorno a noi, possibilmente in tempo reale, fosse anche la caduta di un asteroide, nel qual caso bisogna essere iperveloci a scattare il selfie. Più l’evento appare fantastico, eccezionale veramente, imperdibile – o creduto tale – maggiore è la brama di farne parte e condividerlo. Anche in qualità di semplici spettatori uniformati se non siamo in grado di essere protagonisti o comparse. E quindi ben venga la deambulazione sulle acque, che ci fa sentire dei supereroi e più vicini a Cristo (quello originale, morto in croce). La seconda, consequenziale alla prima, è esserci. Ero presente, ergo sum. È questa la chiave di lettura. E se c’ero, conto qualcosa. Per quanto riguarda gli assenti… beh, si sa che hanno sempre torto. Esserci equivale ad essere figo, al passo coi tempi, up to date. Devono averla pensata così anche quelli che due mesi fa hanno sopportato code estenuanti sulla tangenziale di Milano per assistere all’inaugurazione del centro commerciale di Arese, annunciato come il più grande d’Europa. Oltre tutto, s’era sparsa la voce che la Kfc desse in omaggio il pollo fritto. Certamente la pensano così gli “avventurieri” che in questi giorni affrontano una camminata di oltre 3 km. su un pontile adagiato sulle acque che ricorda la transumanza dei bovini. Ma voglio essere più gentile; la simpatica scampagnata sul lago di Galilea in provincia di Brescia evoca la marcia dei quarantaquattro gatti in fila per sei col resto di due che marciavano compatti. Solo che i gatti dello Zecchino d’Oro erano quarantaquattro, il che rendeva il traffico romantico, quelli di Monte Isola sono decine di migliaia. In realtà, non basta recarsi in Franciacorta. Il presenzialista DOC deve documentare la propria presenza con la macchina fotografica e il telefonino, deve diffondere le immagini che comprovano la sua impresa titanica e deve enfatizzarla come se partecipasse all’evento del secolo, tipo lo sbarco su Marte. 
Ma torniamo sul lago d’Iseo e alle motivazioni per cui non ci vado e non ci andrò. Primo, vivo a Como, affacciato sul lago più bello del mondo. Vi pare che senta il bisogno di sobbarcarmi lunghe code, disagi e vessazioni per camminare su una passerella gettata sul Sebino? Ubi maior minor cessat, dicevano i latini. Chiaro, no? Secondo, a tempo debito mi sono già fatto Disneyland e molti parchi di divertimento fra cui Gardaland. Non ho più l’età né la voglia per visitare il luna park di Christo e salire sulla sua giostra. E per favore, non chiamiamolo artista questo guitto di origini bulgare. Christo è solo un performer istrionico, un abile pubblicitario che spaccia la pirite per oro. È il guru dei gonzi, un bluff. Terzo, avendo una discreta esperienza come soccorritore sanitario, diffido di uno spettacolo che esalta la mancanza totale di buon senso. Ogni giorno, la passerella è lo scenario di malori, comportamenti incoscienti e stupidi, esibizionismi pericolosi. Per tacere dei falsi malori dei soliti furbi che cercano di scroccare una gita sull’idroambulanza. Non ci sono barriere o transenne che proteggono gli escursionisti, e il rischio di cadere in acqua non è remoto. Per fortuna, fino ad oggi, il tempo è stato clemente. Quarto, non ci vado perché non sopporto il sovraffollamento, le code, l’isteria collettiva. Via dalla pazza folla è la mia parola d’ordine. Vi pare che io possa mischiarmi con chi professa la filosofia del tutti insieme appassionatamente. Quinto, me ne sto a casa perché non mi attira il vacuo e The floating Piers è esattamente il trionfo del vacuo. Sarà possibile camminare su “il ponte galleggiante” fino al 3 luglio e poi sarà distrutto. Quando gli hanno chiesto “ma allora non resterà niente?”, Christo ha risposto “resterà nei vostri cuori”. Temo si sopravvaluti. A meno che l’esperienza sul lago d’Iseo comporti in taluni la sindrome di Stendhal. Dubito che ciò avvenga ma non posso esserne certo. Non ho timbrato il cartellino.
Comunque, confido di sopravvivere al tormentone estivo anche se non ho camminato sulle acque. A che serve? Mi piace tuffarmi, nellacqua. Non ho mai sentito il richiamo della passerella, figuriamoci se comincio adesso. 

venerdì 24 giugno 2016

Brexit, il colpo di coda della vecchia energia


Sono un po’ frastornato, questa mattina. La notizia ferale che il referendum consultativo effettuato nel Regno Unito abbia sancito – anche se, dati alla mano, in maniera risicatissima – la volontà del popolo britannico di affrancarsi dallUnione Europea, mi ha colto di sorpresa. Ero convinto che alla fine avrebbe prevalso il buon senso. Invece, si è imposto l’orgoglio nazionale, la frustrazione, l’illusione, la convinzione che l’Europa sia solo un’espressione geografica e non garantisca un futuro degno del glorioso passato ai sudditi della regina Elisabetta. Pensavo avrebbe trionfato la logica, ma non ho tenuto conto che una delle più spiccate peculiarità inglesi, soprattutto quando può condurre a gravi affanni, è l’indifferenza alla logica. Lo diceva Winston Churchill. La fanfara che da questa mattina celebra o vitupera il Brexit è già assordante e fra qualche giorno mi faranno male i timpani. Gli scribacchini, i politici di ogni schieramento e i soloni hanno già iniziato a versare fiumi di parole, a giudicare e pronosticare. Immagino leccitazione degli allibratori londinesi! Sta di fatto che ho dovuto spegnere il televisore. Fino a ieri sera gli esperti e i mercati finanziari erano certi che il “Remain” avrebbe vinto sul “Leave”. Esperti di che? Siamo tutti esperti, a posteriori. 
Non voglio entrare nel merito di un avvenimento che non è un mero fatto di cronaca, è già storia. Né intendo vaticinare sulle possibili conseguenze. Tuttavia, temo che la decisione dei britannici non porterà nulla di buono, certamente non ai cittadini italiani ed europei ma neanche agli stessi inglesi che in queste ore sono euforici per essersi sottratti a un giogo che consideravano insostenibile. Intanto, vorrei sottolineare che in Scozia e nell’Irlanda del Nord ha prevalso il “Remain”, come a Londra, per altro. Ergo, il Regno Unito non è poi così unito. A tale proposito mi vengono in mente le parole rilasciate in un’intervista da Claudio Ranieri, l’allenatore di calcio italiano che quest’anno ha fatto vincere il titolo della Premier Laegue al Leicester dei miracoli. Ha detto: “Ho capito, vivendo a Londra, che due inglesi fanno un popolo ma 57 milioni di italiani no”. Era così fino a ieri. Possiamo crederlo ancora dopo il Brexit, che ha spaccato in due la nazione? Analizzando i dati relativi al referendum è anche emersa una verità anagrafica e sociale significativa. I giovani, i liberals e i laureati hanno espresso la volontà di rimanere in Europa, le persone meno colte e gli over 65 hanno rispolverato il mito dello splendido isolamento britannico, optando per un’autonomia foriera di gravi ripercussioni. A quanto pare, le nuove generazioni desiderano fare parte di una patria allargata mentre le vecchie, ancorate al ricordo dell’impero e ai luoghi comuni, spesso banali, che equiparano l’isola albionica al sole e il resto dell’Europa ai pianeti e ai satelliti del suo sistema, preferiscono che Dio salvi la regina a scapito del mondo intero. Tipico, in fondo, l’inglese DOC è imperturbabile ed egoista. “Terremoto in Giappone, catastrofi per fame in Cina, rivoluzioni in Messico?” si chiedeva George Orwell “Nessuna preoccupazione, domattina il latte sarà come sempre davanti alla porta di casa e il New Statesman uscirà venerdì”. 
Per quanto occorra riformulare l’idea di Europa, così come è oggi, rivedere le logiche economico-finanziarie e politiche e rimuovere le sperequazioni, gli egoismi e i rigurgiti nazionalistici, ritengo sia anacronistico che una nazione europea ricca di storia e tradizioni rifiuti il progresso, il futuro ormai tracciato, la naturale evoluzione geopolitica e sociale del vecchio continente. Vorrei, dunque, esprimere la mia piccola e personale interpretazione dell’inopinata rivolta dei discendenti di Boudica e Carataco. Credo che l’esito del Brexit sia un colpo di coda della vecchia energia, che non vuole soccombere alla nuova. Sono i dati a dimostrarlo: il NO è passato grazie agli anziani, ai conservatori, ai nostalgici, a quegli inglesi da caricatura (e pub) che si taglierebbero i coglioni pur di fare un dispetto alla proprio consorte. Umiliati e offesi dalle politiche socio-economiche decise a Bruxelles, o forse a Berlino, i laudatores temporis acti si sono comportati come quando Londra era minacciata da Napoleone o bombardata dai tedeschi. Hanno scelto di essere liberi (o credersi tali) a qualunque costo. In effetti, dal punto di vista umano, i sostenitori del “Leave” meritano un plauso per la loro incoscienza. Non si sono limitati a lamentarsi, come facciamo noi in Italia, ma sono passati ai fatti, in nome di un patriottismo che fa loro onore. Peccato che il patriottismo degli inglesi sia un po’ obsoleto, non in linea coi tempi né in sincronia con il divenire della storia. La vecchia energia, ancora forte in un Paese che sa essere conservatore anche quando governano i laburisti, ha favorito una decisione che non collima con il processo evolutivo del pianeta ma risponde in pieno al karma della nazione. La Gran Bretagna, infatti, ha sempre avuto bisogno di splendidi trionfi alternati a grandi disastri. La sua alterigia l’ha penalizzata più volte e in vari ambiti. Basti pensare che gli inglesi hanno inventato il gioco del calcio ma in un secolo e mezzo hanno vinto solo un titolo mondiale. Difficile dire se la scelta di rinnegare l’Europa sarà, alla lunga, un successo o una disfatta. Fin da ora, però, significa disunione, caos, turbolenza. È anche certo che gli inglesi, refrattari ai veri cambiamenti, tant’è che mai rinuncerebbero alla monarchia, con il loro rifiuto dell’Europa hanno smentito un proverbio locale, che dice: “Go forward, and fall; go backward, and mar all.” Vai avanti e cadi; vai indietro e rovini tutto. 
Beh, ieri hanno deciso di tornare indietro e Dio solo sa cosa comporterà questa concessione alla vecchia energia che non vuole estinguersi. Per il momento Keep calm. Diamo tempo al tempo e sapremo se la tempesta nella Manica ha isolato il Regno Unito (se sarà ancora unito) o il continente. Noi, uomini della strada, non possiamo fare altro che attendere gli sviluppi del caso senza scomporci. Non ha torto Beppe Severgnini quando dice che “gli inglesi vanno esplorati con attenzione, perché ancora costituiscono un continente misterioso”. Non escluderei sviluppi clamorosi; la vecchia energia si sta consumando.

martedì 7 giugno 2016

E se avessimo tutti un cuore di tenebra?


Mi ha sorpreso, e fortemente indignato, la reazione di taluni alla notizia che Gianluca Buonanno, un uomo politico di seconda fascia, è morto in un incidente d’auto. Derisione, sarcasmo ed esultanza hanno salutato la sua scomparsa. Nemmeno fosse deceduto il brutale Vlad III di Valacchia, il perfido Don Rodrigo di manzoniana memoria o Jack lo Squartatore. Mi immagino cosa accadrà quando passerà a miglior vita Silvio Berlusconi, che per alcuni italiani (probabilmente gli stessi che hanno festeggiato la dipartita di Buonanno) è la quintessenza del male, una via di mezzo tra Nerone e papa Alessandro VI, se non la reincarnazione di Gilles de Rais, il più famoso serial killer della storia, o di Enrico VIII. 
In effetti, sono proprio un ingenuo. La cattiveria è la cifra portante dei nostri tempi, per quanto l’umanità abbia dato prova di malvagità in ogni epoca e sarebbe azzardato affermare che oggi la gente è più cattiva di una volta. Quindi, perché meravigliarsi se viviamo in mezzo agli sciacalli, ai miserabili, ai meschini e alle canaglie? Perché stupirsi se la cattiveria è trasversale e non conosce distinguo, se è contagiosa e senza limiti? La verità è che l’uomo è sempre stato sedotto dal male e rimane enigmatico il quid che lo spinge a essere cattivo. Probabilmente, perché la profondità della cattiveria è insondabile. Con l’età, e l’esperienza, mi sono convinto che in ogni essere umano alberga un cuore di tenebra. Inutile negarlo, ce l’abbiamo tutti. Solo che in alcuni è dormiente, in altri è vigile. Mark Twain ha scritto: “Il fatto che l’uomo sappia distinguere tra il bene e il male dimostra la sua superiorità intellettuale rispetto alle altre creature, ma il fatto che possa compiere azioni malvagie dimostra la sua inferiorità morale rispetto a tutte le altre creature che non sono in grado di compierle.” Imbarazzante, vero? L’uomo sa essere cattivo gratuitamente, fa il male per il piacere di goderne, non è spinto dal bisogno ma da una forza misteriosa e crudele. L’animale, al contrario, non conosce il male. Uccide perché ha fame o per assecondare l’istinto. Non ha un cuore di tenebra, un lato oscuro che governa le azioni più scellerate. Ciò dovrebbe indurci, quanto meno, a rivalutare la nostra presunta superiorità sul regno animale e il nostro arbitrario diritto di massacrare e sfruttare gli animali. 
Ma torniamo alla mia affermazione che la cattiveria è la cifra portante dei nostri tempi. Non so se sono l’unico a pensarla così, ma ho come l’impressione che negli ultimi anni le persone si siano incarognite e abbiano rinunciato alla pietas, quel meraviglioso sentimento caro ai latini che induce amore, compassione e rispetto per le altre persone. Non mi riferisco al consorzio umano in generale, perché è evidente che al mondo ci sono ancora tante persone buone, caritatevoli e amorevoli. Ma è un dato di fatto, riscontrabile attraverso i gesti e i comportamenti quotidiani, che troppe persone “parlano e agiscono senza figurarsi l’effetto delle loro parole e delle loro azioni”, come annotava Kafka, che non marchiò costoro come “malvagi” ma con il titolo poetico di “sonnambuli”.  Interessante, non vi pare? 
A volte, osservando le reazioni perfide e violente degli uomini, la facilità con cui si adirano e oltraggiano la ragione, mi chiedo se abbiano coscienza di se stessi. Sono svegli o sono vittime del sonnambulismo di Kafka? Oggi si tende a giustificare le derive antropiche, a trovare attenuanti e motivazioni in ogni dove. Si crede che la cattiveria umana sia composta in gran parte di invidia e paura, che a causarla siano fattori scatenanti come la solitudine, la frustrazione, la tristezza, la rabbia per i torti subiti, soprattutto nell’infanzia. Si è portati a credere che la cattiveria dei nostri giorni sia associabile al vuoto che hanno scavato dentro di noi con una lama affilata senza che ce ne accorgessimo. Un vuoto collegato alla perdita degli ideali, della fede, delle certezze e dell’identità, della sicurezza affettiva ed economica. Come dire: siamo diventati più cattivi perché siamo una tabula rasa, camminiamo al buio spaventati, smarriti. Può darsi. Mala tempora currunt, in effetti. Ma come si lamentava Alda Merini, “la verità è sempre quella, la cattiveria degli uomini che ti abbassa e ti costruisce odio dietro la porta socchiusa”. Oggi, come ieri, come cent’anni fa o cinquanta secoli fa, l’uomo è un lupo per l’altro uomo. Siamo capaci di amare, di renderci protagonisti di slanci straordinari, di compiere imprese indimenticabili per compiacere il prossimo. Ma siamo altrettanto disponibili a rigare la macchina del vicino di casa se ci salta la mosca al naso, a rubare ai poveri, a calpestare chi è caduto per terra, a seppellire vivi i nostri nemici, a spintonare nel burrone i nostri avversari, a barare pur di vincere, a far soffrire o dominare chi ci sta accanto, a compiere infamie e atti ignobili per il nostro piacere o tornaconto, a ridere dei vinti o dei morti che non la pensavano come noi. Bastano cinque minuti di ira per fare di noi dei mostri. Basta che ci tocchino il portafoglio o gli affetti. Tanto basta per risvegliare il nostro cuore di tenebra e trasformarci nel Kurtz di Conrad. Chi non sarebbe disposto a uccidere, o per lo meno evirare il marocchino che ha violentato nostra figlia o il pedofilo che ha abusato di una bambina di otto anni? Chi si tirerebbe indietro se, non visto da nessuno, potesse vestire i panni del giustiziere della notte e farla pagare cara al direttore della banca che ci ha messo in ginocchio, all’usuraio che ci ha rubato la vita, allo stronzo o alla stronza che ci ha dilaniato il cuore, al datore di lavoro che ci ha licenziato ingiustamente, al prepotente che ci tiene per le palle, alla classe politica che ha depredato e tradito l’Italia? Chi rinuncerebbe a fare il male se questo male fosse riparatore?   
La darkness fa parte di noi, cova sotto la cenere, dipende dal nostro sottile equilibrio, che il dolore, la rabbia, la disperazione può spezzare. Con ciò, non intendo giustificare la cattiveria né associarmi agli idioti che corrono in soccorso di Caino mentre Abele è esangue. Sono e sarò sempre dalla parte dei buoni e dei giusti. Ma assistendo impotente all’escalation della cattiveria, associata all’ignoranza e all’imbecillità dei miei simili, temo che la mia pazienza possa esaurirsi. E temo maggiormente che un giorno il mio cuore di tenebra possa svegliarsi, con effetti collaterali. A tale proposito, mi viene in mente una massima di Giulio Andreotti: “la cattiveria dei buoni è pericolosissima”. 
Tanto per sfatare la credenza che i cattivi vincono sempre.