venerdì 22 luglio 2016

Quando la gente cantava spensieratamente


Penso che Facebook assomigli sempre più alla Great Pacific Garbage Patch, la discarica più grande del mondo. È un immenso recipiente colmo di scorie e liquami insulsi, ma ogni tanto capita di scoprire immagini o frasi che inducono a riflettere. Questa mattina, ad esempio, ho letto che “cinquant’anni fa si sentiva la gente cantare. Cantava il falegname, il contadino, l’operaio, quello che va in bicicletta, il panettiere. Oggi hanno smesso. La gente non canta e non racconta più.” 
Queste parole mi hanno folgorato e insieme immalinconito. E già, perché io cinquant’anni fa c’ero, era un bambino e ricordo bene che tantissima gente cantava anche mentre lavorava. Alcuni, come mio nonno, preferivano fischiettare e non lo facevano solo fra le quattro mura domestiche. Le persone, mezzo secolo fa, non si preoccupavano del giudizio altrui e davano libero sfogo alle proprie emozioni, con un candore scomparso. Evidentemente, la pensavano come il grande mistico di origini persiane Gialal al-Din Rumi, che confessò: “Io voglio cantare come cantano gli uccelli, senza preoccuparmi di chi ascolta e di cosa pensa”. Le cose sono cambiate radicalmente. Adesso è raro per non dire improbabile sentire cantare qualcuno sul posto di lavoro. Al massimo, si canta in macchina o nei locali karaoke. Credo si sia persa persino l’abitudine di canticchiare o fischiettare in bagno, mentre ci si fa la barba. Questo cambiamento è triste e rimarca una trasformazione ancora più sconsolante. Nell’arco di mezzo secolo, la qualità della vita è cresciuta moltissimo ma la gioia di vivere è scemata. Cantare, di fatto, non era altro che l’espressione naturale di un’allegria interiore, di una letizia e di un ottimismo che ormai fanno parte del passato. Chi ha il cuore contento sempre canta, diceva Giovanni Verga. Se è vero, dobbiamo dedurre che cinquant’anni fa eravamo più poveri e meno evoluti di oggi, ma certamente eravamo più contenti. 
Che cosa è successo? Perché abbiamo smesso di cantare e quasi ci vergogniamo di farlo? Non è difficile rispondere. La gente non canta più perché ha perso la voglia di farlo. Questa voglia era dettata dal fatto che la vita fosse più docile, ci fosse molta più leggerezza e fiducia di quanta se ne trovi oggi nell’animo delle persone. Cinquant’anni fa eravamo più ingenui ma il cuore era lieve, la mente sgombra e comunque reattiva, la voglia di vivere accentuata. Riconosciamolo: la tecnologia ha migliorato la nostra esistenza ma l’ha ingrigita. Ci ha reso bolsi e afoni. Il benessere ha migliorato la nostra fisiologia ma ha indebolito la psiche. Non cantiamo più perché siamo tristi, avviliti, amareggiati, appesantiti da delusioni e preoccupazioni da cui non sappiamo distaccarci. Canta che ti passa, si diceva una volta. Facile a dirsi. Si diceva anche canta che ti passa la paura. Ecco il punctum dolens. La paura ci attanaglia, ci ammutolisce. Abbiamo paura di tutto e di tutti, soprattutto di non essere al sicuro e di non farcela. Abbiamo smesso di cantare perché la vita quotidiana ci impaurisce, ci angustia, ci fa incazzare. E uno, quando è incazzato, non canta. Al massimo sbraita e impreca. Oggi, se incontriamo nelle vie del centro un tizio che canta non pensiamo che, beato lui, ha il cuore felice, pensiamo che è scemo. Se ci imbattiamo in un panettiere in bicicletta che canta allegramente come faceva Ninetto Davoli, alias Gigetto, in un carosello degli anni Settanta, lo guardiamo infastidito, con fare riprovevole. Peccato che non succeda quasi più. 
Nel Don Chisciotte si legge un consiglio evergreen: “Chi canta scaccia la pena”. Dovrebbe essere il punto di partenza. Se il nostro cuore è in pena, cantare potrebbe rivelarsi un palliativo se non addirittura un buon rimedio. Alcuni fa, in un’intervista rilasciata a Vanity Fair, Mina dichiarò che “cantare fa bene al cuore e all’equilibrio psichico”. La pensano così anche i medici e gli psicologici. Il canto fa bene alla salute e all’animo. Dal punto di vista fisico, i benefici sono notevoli. Cantare rafforza il sistema immunitario, favorisce il rilascio di ormoni e di serotonina, dilata i vasi sanguigni, abbassa il livello di cortisolo, riduce le tensioni muscolari, rallenta il decadimento cognitivo, migliora la respirazione e le funzioni cardiache. I vantaggi psicologici sono altrettanto importanti. Chi canta migliora il proprio umore, vede le cose in modo diverso, comunica spensieratezza e crea energia positiva. Poco importa essere intonati o stonati, l’importante è dare fiato alle proprie emozioni. Per altro, uno studio scientifico realizzato da alcuni esperti universitari americani ha dimostrato che solo una piccolissima parte dell’umanità è realmente stonata, in quanto patologicamente incapace di distinguere i toni musicali. Per tutti gli altri, imparare a cantare in maniera melodiosa non è un’utopia. Teniamolo presente. 
Da oggi voglio convertirmi alla religione della spensieratezza perduta. Mi manca troppo, ho nostalgia di quando il cielo era roseo. A dire la verità, pochi minuti fa il cielo si è oscurato e un forte temporale estivo sta per abbattersi sulla città in cui vivo. È una buona ragione per mettermi a canticchiare. Tanto pe cantà, come ci ricorda il brano scanzonato di Petrolini ripreso fra gli altri da Alberto Sordi, Nino Manfredi, Lando Fiorini, Gabriella Ferri e Gigi Proietti. Vi ricordate cosa dice? “Se po’ cantà pure senza voce, basta ‘a salute, quanno c’è ‘a salute c'è tutto.” Di questi tempi, godere di una buona salute è un motivo più che sufficiente per imitare i falegnami, i contadini, gli operai e i panettieri di una volta. Per questo motivo è doveroso che io canti e non smetta di raccontare.

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