lunedì 17 ottobre 2016

Onore al merito, purché sia adeguato



L’assegnazione del premio Nobel per la Letteratura 2016 a Bob Dylan ha suscitato scalpore e vibrate proteste. Non poteva essere diversamente. Aldilà dei meriti artistici del cantautore statunitense, autore di ballate raffinate come Just like a woman e brani immortali come Like a Rolling Stone, Blowin’ in the Wind, Knocking on Heavens door e tanti altri, non poteva non suscitare perplessità un riconoscimento che appare fuori luogo. O, se preferite, improprio, non attinente, ingiusto. La questione non è riconducibile alla domanda: “Ci sono scrittori che meritavano il Nobel più di Dylan?” – è scontato che ci siano letterati meritevoli, basti pensare a Philip Roth e Haruki Murakami, che strameriterebbero il Nobel – bensì alla constatazione che il menestrello di Duluth non è uno scrittore e nemmeno un poeta. Insomma, anche se i testi delle sue canzoni sono belli, Dylan c’entra con il Nobel per la Letteratura come il cavolo a merenda. Tanto varrebbe assegnare il premio Nobel per la pace a Massimo Bottura, probabilmente il miglior cuoco del mondo, con la motivazione che è capace di riappacificare mariti e mogli e mettere d’accordo figli e fratelli con i suoi manicaretti, e quello dell’Economia a Cristiano Ronaldo, che guadagna 88 milioni di dollari all’anno dando calci a un pallone. Azzardo che se fosse in vita, oggi offrirebbero il Nobel per la Fisica a Marylin Monroe. 
Non conosco le ragioni che hanno spinto gli accademici di Stoccolma a prendere una decisione quanto meno avventata, ma presumo si possano ricondurre alla deriva socio-culturale dei nostri tempi, segnati da un relativismo imperante, dal sensazionalismo e dalla sfrenata ambizione di innovare ad ogni costo, anche pisciando fuori dal vaso. Nulla di grave, sia chiaro. Il successo di Dylan è meno scandaloso delle porcherie cui assistiamo, ogni giorno, nel mondo che ci circonda. Possiamo affermare, infatti, che il merito non rientra nella classifica “Top Ten” delle valenze che occorre possedere per avere successo. Ben più importanti del merito, nella nostra società, sono i soldi, un fisico bestiale, le amicizie, la fortuna e via di seguito. Il discorso diventa ancora più attuale se pensiamo al merito in Italia. Indro Montanelli scrisse che “il bordello è l’unica istituzione italiana dove la competenza è premiata e il merito riconosciuto”. Parole sacrosante ed evergreen. D’altra parte, lo avevano già capito i nostri antenati che un pelo di fica tira più di un carro di buoi. La realtà è davanti agli occhi di tutti e non sarebbe necessario ricordare agli smemorati che da noi avere dei meriti è quasi una iattura mentre è utile avere i contatti giusti e il culo al posto della faccia. Siamo o non siamo il Paese del nepotismo sfrenato (ce l’hanno insegnato i Papi), del favoritismo, del clientelismo, delle oligarchie, delle lobbies e delle corporazioni? Il vero merito, in Italia, è seguire l’onda, salire sul carro del vincitore, fare comunella coi potenti, sfruttare il  prossimo e procacciarsi la fortuna. Che c’entra la fortuna? C’entra eccome. Goethe diceva che “agli stupidi non capita mai di pensare che il merito e la buona sorte sono strettamente correlati”. Siamo stupidi a pensare che la fortuna è cieca. In realtà ci vede benissimo e premia gli sfrontati, i furbi, quelli che non hanno scrupoli e non si fanno scrupoli di calpestare il prossimo. La fortuna non considera se vali e meriti, premia chi la cerca con fermezza, la lusinga, la seduce. 
Alla mia età, ho smesso di pensare che ognuno ha ciò che merita. In realtà i meriti servono a poco se non sono supportati da una grande determinazione e dalla sfacciataggine. Come dare a torto a Jean de la Bruyere quando afferma che “gli uomini sono troppo occupati di se stessi per concedersi lo svago di cogliere e distinguere gli altri; perciò accade che con un grande merito e una modestia più grande si possa rimanere a lungo ignorati”? Ma forse non è un male vivere nell’ombra, ignorati dai potenti e dalla massa. Peccato che la desistenza di chi vale e merita produca conseguenze disastrose. Se le nostre menti migliori scappano all’estero perché in Italia non viene riconosciuto il loro talento e non c’è lavoro, i mediocri si avvantaggiano. Succede in ogni ambito sociale, a cominciare dalla politica. Siamo governati da gente alla quale, cinquant’anni fa, non avrebbero offerto nemmeno il posto di usciere nei palazzi del potere. Ovunque, dalle stanze romane fino agli uffici comunali più piccoli, trionfano la mediocrità, l’incompetenza, l’ottusità, la furbizia, il menefreghismo, la disonestà. Ci sono le eccezioni, ovviamente. Nel nostro Paese esistono ancora le persone capaci ma, il più delle volte, vengono affossate. Se qualcuno vale e merita è ostacolato, umiliato, attaccato con cattiveria. A determinare ciò è l’invidia, la paura, l’impossibilità di controllare e manipolare chi non si piega al sistema. Fare il proprio dovere e farlo bene, così come avere le idee giuste, non è un merito ma un limite, praticamente una colpa. I miei lettori sanno bene come funzionano le cose; chi non ha visto misconosciuti i propri meriti? Chi non ha assistito, impotente, al trionfo dei quaqquaraqua, dei profani, dei marpioni, degli stronzi? Ci abbiamo fatto l’abitudine e quasi non ci arrabbiamo più. D’altra parte, basta accendere il televisore per assuefarsi alla prevalenza dei cretini, dei vuoti a perdere, dei campioni senza valore. In ogni campo, ripeto, dalla cultura (anche uno scemo più scemo, purché famoso, può firmare un libro) alla politica, dall’economia alla vita quotidiana. Oggi il vero merito è apparire in televisione, e chissenefrega se hai compiuto una strage o balli come uno scimpanzé, se la tua conoscenza della lingua italiana è inferiore a quella di un bracciante del XIX secolo o fai sesso in ascensore. Oggi vanno di moda meriti inimmaginabili quand’ero piccolo. La meritocrazia ha cambiato pelle.
Ogni tanto, mia moglie mi ricorda che se volessi veramente pubblicare con un grande editore e avere il successo che (forse) merito, dovrei gettare nel sacco dell’immondizia i miei valori e uniformarmi ai tempi. Sì, in effetti potrei fingermi stupido, snaturare il mio stile, dichiararmi di sinistra, fare outing, accettare i compromessi e leccare il culo a chi di dovere. Ma non lo farò mai. A volte penso che il mio vero, grande merito, è non avere mai finto, essere me stesso senza mai essere stato padrone o servo di nessuno, come diceva con orgoglio Marco Aurelio. Detto ciò, non ho mai invidiato chi merita. Anzi, sorrido quando una persona meritevole ce la fa. Onore al merito, dunque, purché sia adeguato. E non me ne voglia Bob Dylan. Sono dell’idea che il Nobel non renda giustizia a chi ha scritto “faccio del mio meglio per essere come sono ma tutti vogliono che sia come loro” (da Maggie’s Farm, in Bringing it all back Home).

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