martedì 22 novembre 2016

L'odiosa faccia tosta degli indemocratici.


Credo che la democrazia sia la più grande illusione dei tempi moderni. Esaltata come la massima conquista in ambito politico dell’umanità, nel corso dei secoli si è trasformata in una frode perpetrata ai danni del popolo, che si illude di governare perché glielo si fa credere attraverso le elezioni e i referendum, mentre è vessato e preso per il culo da coloro che si definiscono i suoi “rappresentanti”. Le democrazie occidentali (e non solo) sono oligarchie travestite, in mano a lobbies che esercitano la sopraffazione del ricco sul povero, del forte sul debole, delle minoranze sulla maggioranza silenziosa. Sovente, come aveva messo in guardia Platone, “la democrazia si muta in dispotismo”. Perché ciò avvenga non è necessario agire con violenza né proclamare un dittatore. Basta scivolare verso le derive autoritarie. Le democrazie contemporanee sono regimi a volte più illiberali delle dittature illuminate. Nella maggior parte delle nazioni democratiche, la democrazia è finta. Forse che negli Stati Uniti d’America decide il popolo? No, il popolo è bue, in Oklahoma come a New York City. È illusorio pensare che sia il bue – sorry, il popolo – a comandare. È una prerogativa dei plutocrati, dei poteri forti, delle banche centrali, delle multinazionali. A proposito, che sensazioni vi ha dato il post-elezione di Trump a Presidente della nazione che si vanta di essere la più grande democrazia del mondo? Comunque la pensiate, dovrebbe farvi riflettere la reazione stizzita dei democratici, usciti sconfitti dalle urne. Per “democratici” non intendo solo i politici appartenenti al Democratic Party, il partito dell’asinello che sosteneva la candidatura di Hillary Clinton, bensì quei cittadini americani che si considerano migliori a priori, cioè i radical chic, i salottieri, i giornalisti e gli intellettuali, le star del mondo dello spettacolo, i docenti universitari, ecc. Storditi e affranti, i progressisti sono caduti in depressione e insieme in uno di quei paradossi così comuni quando la democrazia ci sorprende: Trump non è il nostro presidente, non accettiamo il responso delle urne, lo contesteremo in modo accanito, ce ne andiamo via. Questa è stata la reazione di quei democratici che faticano ad accettare la sconfitta, dimostrandosi antidemocratici. Non è il caso di stupirci; incongruenze e intolleranza sono peculiarità dei democratici di tutto il mondo e gli States sono solo l’ultimo esempio. 
Se guardiamo le storie italiche dal dopoguerra in poi, notiamo che i democratici amano ed esaltano i valori democratici soprattutto quando sono emarginati, all’opposizione. Ma quando entrano nella stanza dei bottoni, gettano la maschera e si uniformano, mostrandoci il ghigno della democrazia. I democratici nostrani pensano di essere il meglio del Paese per grazia ricevuta, più colti, intelligenti, lungimiranti e giusti di chi non la pensa come loro, ma basta che abbiano in mano il bastone di maresciallo perché si rivelino peggiori di quelli che disprezzano e combattono senza esclusione di colpi. Anzi, spesso sono così falsi, arroganti e avidi da indurmi a pensare che la loro idea di democrazia assecondi il principio machiavellico “il fine giustifica i mezzi”. Dov’è, infatti, il rispetto della morale, delle regole, della Legge e delle idee altrui da parte dei pseudemocratici? Personalmente, non l’ho mai ravvisato nei giacobini, nei riformisti ad oltranza, nella gauche ipocrita che cita Marx ma predilige il cachemire e lo champagne. Ecco un florilegio di pensieri comuni sia ai democratici un tempo legati allo scudo crociato sia a quelli schierati a sinistra. “Quello che è tuo dev’essere di tutti ma quello che è mio resta mio”. “Sono i nostri nemici che rubano, noi siamo gli eredi di Robin Hood”. “L’immigrazione fa bene, in particolar modo alle cooperative e alle onlus su cui esercitiamo il controllo”. “Taci tu, che non capisci niente”. “Bisogna sradicare la corruzione, il clientelismo e i malaffari, ma solo quella degli altri”. Ma torniamo al fine che giustifica i mezzi. Voglio ricordare a chi mi legge che nel 2011 in Italia è avvenuto un colpo di Stato orchestrato da forze extranazionali (UE, BCE, FMi e Gruppo Bilderberg) e appoggiato dal Presidente della Repubblica, che ha portato al potere le forze politiche di sinistra. L’attuale governo è illegittimo, non rappresenta la volontà della maggioranza del popolo italiano, che aveva scelto di essere governato dal centro-destra. Renzi e i suoi scherani stanno governando l’Italia senza diritto né merito, grazie a una manovra antidemocratica. Il Capo del Governo è un nocchiero abusivo e noi siamo gli schiavi di una democrazia sempre più autoritaria e simile a un regime assolutista
Bisogna riconoscere, però, che ai millantatori della democrazia non manca il senso dell’umorismo. Ricordate la Germania dell’Est, scioltasi con la caduta del muro di Berlino? Era un inferno comunista eppure i suoi padri fondatori ebbero la sfrontatezza di chiamarla Repubblica “Democratica” Tedesca. Ancora più paradossale è la situazione dell’ex Congo belga, che oggi si chiama Repubblica “Democratica” del Congo. Credo che a Kinshasa e dintorni, come accadeva a suo tempo a Berlino est, non abbiano la più pallida idea di cosa sia la democrazia. Così va il mondo. Attribuirsi i valori e i crismi democratici è una precauzione. Difficile accusare di essere liberticida chi sventola la bandiera della pace e impugna la scudo della democrazia. Non voglio arrivare al punto cui giunse Winston Churchill, che disse “la democrazia è la peggior forma di governo”, ma ho sempre diffidato di quei democratici di facciata che predicano bene ma razzolano male e hanno un istinto prevaricatore. Pensano di essere unti dal Signore e s’incazzano se li accusi di doppiezza, corruzione e ipocrisia. Ho sempre pensato che i veri democratici, qualunque sia il loro orientamento politico, siano coloro che rispettano e tollerano (non a parole ma coi fatti) chi non la pensa come loro, che accettano il dissenso, che non remano contro né sbraitano per imporsi se non ne hanno il diritto, che non fanno i moralisti ma rispettano l’etica, che danno il buon esempio. Dubito che tale quadro corrisponda agli Indemocratici al potere in Italia. 
Orsù, fate l’esame di coscienza, insopportabili facce toste sempre pronte ad accusare di fascismo e razzismo chi ha una visione politica diversa dalla vostra. Sì, voi che parlate ancora di resistenza settantuno anni dopo la fine della guerra civile e vi arrogate il diritto di essere i custodi della democrazia, che secondo voi è sempre in pericolo. Voi non siete il meglio del Paese né i depositari della verità, siete solo un’accozzaglia (è così che Renzi ha definito chi non la pensa come voi, vero?) di approfittatori cinici e bari. Ma forse vi meritiamo, perché noi poveri “antidemocratici” siamo ormai indifferenti allo sfacelo, incapaci di scendere in piazza e fare un quarantotto per spazzarvi via. Meritiamo una classe politica che disprezza l’elettorato, la fatica quotidiana della gente comune, la patria e i valori della costituzione, tant’è che vuole cambiarla per rafforzare il proprio potere. 
Probabilmente aveva ragione George Bernard Shaw, quando definiva la democrazia l’assicurazione di non essere governati meglio di quanto ci meritiamo, per poi precisare che il predominio del sistema democratico ha fatto sì che la nomina di pochi corrotti fosse sostituita dall’elezione di molti incompetenti. Magari fossero solo dei poveri incompetenti, gli indemocratici italioti…

martedì 1 novembre 2016

Il terremoto, la forza incompresa di un "memento"


Avete letto bene, ho volutamente scritto memento, e non momento. In latino, significa “ricordati”. Memento mori - cioè “ricordati che devi morire” - ammonisce una locuzione che si rifà a un’antica usanza romana. Quando un generale vittorioso entrava in Roma per ricevere il trionfo, c’era sempre qualcuno che camminava dietro di lui e gli ripeteva: hominem te memento, “ricordati che sei un uomo”. L’eco di questo avvertimento è nel Vangelo, che ci ricorda una triste verità: siamo polvere e polvere torneremo. Di polvere ne sollevano sempre tanta i terremoti, un incubo atavico del genere umano. Il terremoto, di fatto, non si limita a sollevare la polvere a causa del crollo delle case, dei ponti e di altre strutture, ma produce un polverone socio-mediatico scandito da sterili sproloqui, accuse, polemiche, sprechi e scandali. In queste ore non si parla che dello sciame sismico che fa tremare l’Italia centrale. Purtroppo, l’argomento è di moda. Non voglio andare controcorrente ma mi va di fare un paio di considerazioni non proprio banali. 
In primis, vorrei citare una frase di Elias Canetti che calza a pennello con il nostro attuale stato d’animo. “Sembra che gli uomini provino più sensi di colpa per i terremoti che per le guerre che essi stessi fomentano”. Fateci caso, la notizia di un terremoto – e poco importa quale sia la sua magnitudo e quante vittime faccia – ha il potere di turbarci, di suscitare in noi un profondo disagio. Ma perché ci impressionano di più i 300 morti di Amatrice e degli altri borghi appenninici che i 25.000 reietti che muoiono di fame ogni giorno nel mondo? Immediatamente, benché “ai terremoti non v’è rimedio alcuno”, come diceva il Petrarca, cerchiamo i presunti colpevoli anziché provare semplicemente pietà per le persone vittime della natura. Anzi, andiamo a caccia di capri espiatori con accanimento, per sollevarci da quel senso di colpa che avvertiamo nei meandri della coscienza. Come se la nostra impotenza fosse un reato. Lo è certamente speculare sui terremoti, ricostruendo in economia o rinunciando alla salvaguardia del territorio e alla manutenzioni degli edifici a rischio, ma non è colpa nostra se la terra è ballerina. Lo è sempre stata e sempre lo sarà, almeno finché non troveremo il modo di bloccare la tettonica delle placche, un’ipotesi che nemmeno la fantascienza più ardita prende in considerazione. A suo tempo, Darwin fece un’osservazione intelligente: “La terra, simbolo stesso della solidità, può muoversi sotto i nostri piedi come una sottile pellicola su un liquido”. Purtroppo ce ne dimentichiamo troppo facilmente. Come ci dimentichiamo della nostra precarietà sulla terra, ergo che dobbiamo morire. 
Ma ecco la mia seconda considerazione: abbiamo smarrito il senso della misura. Nell’esprimere la mia solidarietà alle vittime degli episodi tellurici che hanno colpito l’Italia centrale, voglio rimarcare che i danni e le vittime di questi terremoti sono risibili. Ma come, direte, i morti non fanno ridere e perdere la casa non è uno scherzo! Non fraintendetemi. Voglio dire che dovremmo mettere al bando il catastrofismo, il sensazionalismo e la retorica di cui pare non si riesca a fare a meno nei nostri tempi “esagerati”. La storia del genere umano è piena di terremoti terrificanti e bisognerebbe tenerlo presente quando ci tuffiamo nella cronaca. Perché il sisma che ha colpito Le Marche, l’Umbria e il Lazio viene descritto come un’apocalisse biblica? Mi infastidisce, ad esempio, che un giornalista inviato in un paesello colpito dal terremoto affermi con enfasi che il centro abitato è completamente raso al suolo, mentre le immagini mostrano che solo il 30% delle case è stato danneggiato o distrutto. Mi chiedo quali parole avrebbe usato quel solerte inviato se si fosse trovato nello Shanxii, in Cina, nel 1556, quando un terremoto di magnitudo 8 fece oltre 800.000 vittime. Oppure come si sarebbe comportato il giorno dopo il terremoto di Messina del 1908, che provocò 123.000 morti e la distruzione del 93% degli edifici della città. 
Terza considerazione: ho la fortuna di abitare in un territorio in cui il rischio sismico è insignificante. Eppure, ho vissuto indirettamente alcuni terremoti importanti, come quello che colpì il Friuli nel 1976 e l’Irpinia nel 1980. In realtà, la mia conoscenza dei terremoti è più che altro letteraria. Mi feci un’idea generica di cosa fosse un terremoto nel 1974, quando presentai all’esame di maturità classica una tesina su Ignazio Silone e il terremoto della Marsica del 1915. Quel terremoto fece 28.000 vittime e il giovane Secondino Tranquilli (Silone è uno pseudonimo), allora studente del ginnasio, ne fu profondamente colpito. Egli avrebbe scritto poi: “Nel terremoto… morivano ricchi e poveri, istruiti e analfabeti, autorità e sudditi. Nel terremoto, la natura realizzava quello che la legge a parole prometteva e nei fatti non manteneva: l’uguaglianza.” Fu per questo, forse, che si dice abbia accolto il cataclisma al grido “Viva la libertà!”. Molti autori hanno raccontato il terremoto, che nei tempi antichi agiva in modo imparziale, come un livellatore poiché colpiva ogni ceto sociale, anche chi avrebbe dovuto prevedere gli eventi. Penso, ad esempio, agli ebrei che avevano letto il capitolo del 29 del Libro di Isaia, dove è predetto che un terremoto avrebbe distrutto Gerusalemme. Le mie letture mi hanno spesso fatto immaginare gli scenari e gli effetti dei grandi terremoti passati alla storia ma senza che un Omero potesse descriverli. Mi vengono in mente il terremoto di Sparta del 454 a.C., che causò la rivolta degli schiavi, i cinque terremoti che cambiarono la faccia di Roma fra il VI e il IX secolo e il terremoto di Lisbona del 1755, sul quale ebbero modo di scriversi e dialogare Rousseau e Voltaire. E ripercorro le pagine di Aristotele, Lucrezio, Seneca, San Tommaso, Kant, Defoe, Pirandello e Singer, per citare gli autori che ho letto. I terremoti di cui parlano non risparmiavano nessuno. Un tempo, dicevo. L’impressione è che oggi il terremoto colpisca solo i ceti più bassi, la gente più semplice e umile. Forse il terremoto si è imborghesito e risparmia i ricchi, i potenti  e - ahimè -  i politici. Per costoro, il terremoto è un’opportunità per mettersi in mostra e blaterare. Grazie alle disgrazie altrui, la gente senza scrupoli ottiene visibilità e profitti, come ben sa la criminalità organizzata. Viva il terremoto! – pensano quelli che voglio ricostruire a tutti i costi, anche le casupole che erano fatiscenti e i capannoni deserti. 
Per ultimo, confesso che amo le definizioni. Mi piace quella di Guido Ceronetti, che definì il terremoto ”una specie di refrigerio per le città malate d’uomo”. Mi ha fatto riflettere, invece, quella recente dello scrittore napoletano Erri De Luca, che nel commentare il sisma nell’Italia centrale, l’ha definito “naufragio in terra”. Splendida immagine! Purtroppo, i terremotati sono naufraghi e spesso si finge di soccorrerli. Anziché tirarli a bordo ci si limita a lanciare loro un salvagente con l’augurio di cavarsela. Il problema è che la nostra memoria è labile. Chissà se capiremo mai che il terremoto è un drammatico “memento” di cui non riusciamo ad afferrare il senso.