martedì 1 novembre 2016

Il terremoto, la forza incompresa di un "memento"


Avete letto bene, ho volutamente scritto memento, e non momento. In latino, significa “ricordati”. Memento mori - cioè “ricordati che devi morire” - ammonisce una locuzione che si rifà a un’antica usanza romana. Quando un generale vittorioso entrava in Roma per ricevere il trionfo, c’era sempre qualcuno che camminava dietro di lui e gli ripeteva: hominem te memento, “ricordati che sei un uomo”. L’eco di questo avvertimento è nel Vangelo, che ci ricorda una triste verità: siamo polvere e polvere torneremo. Di polvere ne sollevano sempre tanta i terremoti, un incubo atavico del genere umano. Il terremoto, di fatto, non si limita a sollevare la polvere a causa del crollo delle case, dei ponti e di altre strutture, ma produce un polverone socio-mediatico scandito da sterili sproloqui, accuse, polemiche, sprechi e scandali. In queste ore non si parla che dello sciame sismico che fa tremare l’Italia centrale. Purtroppo, l’argomento è di moda. Non voglio andare controcorrente ma mi va di fare un paio di considerazioni non proprio banali. 
In primis, vorrei citare una frase di Elias Canetti che calza a pennello con il nostro attuale stato d’animo. “Sembra che gli uomini provino più sensi di colpa per i terremoti che per le guerre che essi stessi fomentano”. Fateci caso, la notizia di un terremoto – e poco importa quale sia la sua magnitudo e quante vittime faccia – ha il potere di turbarci, di suscitare in noi un profondo disagio. Ma perché ci impressionano di più i 300 morti di Amatrice e degli altri borghi appenninici che i 25.000 reietti che muoiono di fame ogni giorno nel mondo? Immediatamente, benché “ai terremoti non v’è rimedio alcuno”, come diceva il Petrarca, cerchiamo i presunti colpevoli anziché provare semplicemente pietà per le persone vittime della natura. Anzi, andiamo a caccia di capri espiatori con accanimento, per sollevarci da quel senso di colpa che avvertiamo nei meandri della coscienza. Come se la nostra impotenza fosse un reato. Lo è certamente speculare sui terremoti, ricostruendo in economia o rinunciando alla salvaguardia del territorio e alla manutenzioni degli edifici a rischio, ma non è colpa nostra se la terra è ballerina. Lo è sempre stata e sempre lo sarà, almeno finché non troveremo il modo di bloccare la tettonica delle placche, un’ipotesi che nemmeno la fantascienza più ardita prende in considerazione. A suo tempo, Darwin fece un’osservazione intelligente: “La terra, simbolo stesso della solidità, può muoversi sotto i nostri piedi come una sottile pellicola su un liquido”. Purtroppo ce ne dimentichiamo troppo facilmente. Come ci dimentichiamo della nostra precarietà sulla terra, ergo che dobbiamo morire. 
Ma ecco la mia seconda considerazione: abbiamo smarrito il senso della misura. Nell’esprimere la mia solidarietà alle vittime degli episodi tellurici che hanno colpito l’Italia centrale, voglio rimarcare che i danni e le vittime di questi terremoti sono risibili. Ma come, direte, i morti non fanno ridere e perdere la casa non è uno scherzo! Non fraintendetemi. Voglio dire che dovremmo mettere al bando il catastrofismo, il sensazionalismo e la retorica di cui pare non si riesca a fare a meno nei nostri tempi “esagerati”. La storia del genere umano è piena di terremoti terrificanti e bisognerebbe tenerlo presente quando ci tuffiamo nella cronaca. Perché il sisma che ha colpito Le Marche, l’Umbria e il Lazio viene descritto come un’apocalisse biblica? Mi infastidisce, ad esempio, che un giornalista inviato in un paesello colpito dal terremoto affermi con enfasi che il centro abitato è completamente raso al suolo, mentre le immagini mostrano che solo il 30% delle case è stato danneggiato o distrutto. Mi chiedo quali parole avrebbe usato quel solerte inviato se si fosse trovato nello Shanxii, in Cina, nel 1556, quando un terremoto di magnitudo 8 fece oltre 800.000 vittime. Oppure come si sarebbe comportato il giorno dopo il terremoto di Messina del 1908, che provocò 123.000 morti e la distruzione del 93% degli edifici della città. 
Terza considerazione: ho la fortuna di abitare in un territorio in cui il rischio sismico è insignificante. Eppure, ho vissuto indirettamente alcuni terremoti importanti, come quello che colpì il Friuli nel 1976 e l’Irpinia nel 1980. In realtà, la mia conoscenza dei terremoti è più che altro letteraria. Mi feci un’idea generica di cosa fosse un terremoto nel 1974, quando presentai all’esame di maturità classica una tesina su Ignazio Silone e il terremoto della Marsica del 1915. Quel terremoto fece 28.000 vittime e il giovane Secondino Tranquilli (Silone è uno pseudonimo), allora studente del ginnasio, ne fu profondamente colpito. Egli avrebbe scritto poi: “Nel terremoto… morivano ricchi e poveri, istruiti e analfabeti, autorità e sudditi. Nel terremoto, la natura realizzava quello che la legge a parole prometteva e nei fatti non manteneva: l’uguaglianza.” Fu per questo, forse, che si dice abbia accolto il cataclisma al grido “Viva la libertà!”. Molti autori hanno raccontato il terremoto, che nei tempi antichi agiva in modo imparziale, come un livellatore poiché colpiva ogni ceto sociale, anche chi avrebbe dovuto prevedere gli eventi. Penso, ad esempio, agli ebrei che avevano letto il capitolo del 29 del Libro di Isaia, dove è predetto che un terremoto avrebbe distrutto Gerusalemme. Le mie letture mi hanno spesso fatto immaginare gli scenari e gli effetti dei grandi terremoti passati alla storia ma senza che un Omero potesse descriverli. Mi vengono in mente il terremoto di Sparta del 454 a.C., che causò la rivolta degli schiavi, i cinque terremoti che cambiarono la faccia di Roma fra il VI e il IX secolo e il terremoto di Lisbona del 1755, sul quale ebbero modo di scriversi e dialogare Rousseau e Voltaire. E ripercorro le pagine di Aristotele, Lucrezio, Seneca, San Tommaso, Kant, Defoe, Pirandello e Singer, per citare gli autori che ho letto. I terremoti di cui parlano non risparmiavano nessuno. Un tempo, dicevo. L’impressione è che oggi il terremoto colpisca solo i ceti più bassi, la gente più semplice e umile. Forse il terremoto si è imborghesito e risparmia i ricchi, i potenti  e - ahimè -  i politici. Per costoro, il terremoto è un’opportunità per mettersi in mostra e blaterare. Grazie alle disgrazie altrui, la gente senza scrupoli ottiene visibilità e profitti, come ben sa la criminalità organizzata. Viva il terremoto! – pensano quelli che voglio ricostruire a tutti i costi, anche le casupole che erano fatiscenti e i capannoni deserti. 
Per ultimo, confesso che amo le definizioni. Mi piace quella di Guido Ceronetti, che definì il terremoto ”una specie di refrigerio per le città malate d’uomo”. Mi ha fatto riflettere, invece, quella recente dello scrittore napoletano Erri De Luca, che nel commentare il sisma nell’Italia centrale, l’ha definito “naufragio in terra”. Splendida immagine! Purtroppo, i terremotati sono naufraghi e spesso si finge di soccorrerli. Anziché tirarli a bordo ci si limita a lanciare loro un salvagente con l’augurio di cavarsela. Il problema è che la nostra memoria è labile. Chissà se capiremo mai che il terremoto è un drammatico “memento” di cui non riusciamo ad afferrare il senso.

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