sabato 10 dicembre 2016

Siamo viandanti sul mare di nebbia



Non è famosissimo, eppure Der Wanderer über dem Nebelmeer (“Il Viandante sul mare di nebbia”) l’olio su tela del pittore tedesco Caspar David Friedrich, è un dipinto stupendo e magnetico, che amo particolarmente. Una di quelle opere che ho inserito nella mia pinacoteca personale e poiché non potrò mai avere l’originale, salvo compiere un furto nella Hamburger Kusthalle di Amburgo, dove è custodito, ho fantasticato di possedere la sua copia perfetta. In verità, ho immaginato che a possederla fosse il protagonista del mio romanzo “La Frontiera”. Chi ha letto il libro ha certamente intuito che un po’ mi riconosco in Leone Gabaglio, che descrive il dipinto di Caspar alla sua ospite, la giornalista Francesca, spendendo queste parole pregnanti: «L’uomo è inquieto, il suo animo tormentato, il suo sguardo (che possiamo solo intuire) si smarrisce nell’infinito, che brama ardentemente. La grandiosità della natura lo riempie di una stupefatta ammirazione e in cuor suo sente nascere le risposte di cui va in cerca. Io sono quell’uomo. Anche tu lo sei. Siamo tutti epigoni del Viandante. Mi chiedi dove vado e sarei tentato di risponderti, se non fosse che ignoro ciò che troverò alla fine del viaggio. Ma che importa? Quello che rende la vita degna d’essere vissuta è il viaggio. Godere di ogni istante del cammino è ciò che dobbiamo tenere in massima considerazione. Preoccuparci di quello che ci attende al termine della strada, non serve. In realtà, non c’è una vera fine». 
Ricomincio da qui, dalle parole dell’uomo del faro. La magia del Viandante sul mare di nebbia di Friedrich non è solo nell’immagine romantica, nelle atmosfere languide e fosche, nell’intimità malinconica dell’uomo colto di spalle, ma nella sua forza evocativa, che è contagiosa. In effetti, Friedrich ha dipinto ciò che siamo. Tutti, senza distinzione. La vita è un misterioso viaggio di cui non comprendiamo quasi nulla, salvo rammaricarci che è troppo breve e fuggevole. Sovente ci troviamo nella situazione di guardare davanti e sopra di noi, cercando di cogliere nel mare di nebbia che ci avvolge qualcosa o qualcuno che possa dare un senso superiore al nostro cammino, al nostro destino. Ma facilmente, ogni tentativo di vedere la valle, oltre che l’orizzonte, si rivela inutile. Ci resta, allora, un profondo rammarico oltre che il sentore della nostra finitezza e della vacuità esistenziale. Molti rinunciano a priori a questa prerogativa, vale a dire la possibilità di fermarsi un attimo ed emulare il viandante errabondo che ammira estasiato l’infinito e insieme medita. Molti evitano di interrogarsi e considerare il mistero e il significato della vita. Costoro preferiscono volare basso. Sono interessati solo alle cose concrete; il successo, il denaro, il potere, il godimento dei sensi... Sono viandanti a cui non piace la condizione  umana. Sono viaggiatori inconsapevoli d’esserlo e ancora più inconsapevoli che il viaggio è un’esperienza meravigliosa, per quanto possa risultare arduo, il più delle volte deludente. 
Mi piace immedesimarmi nel Viandante di Friedrich. E allora mi capita di azzardare domande pericolose, di fare riflessioni profonde. Alla prima serie appartengono quesiti come: “Cosa c’è oltre la foschia?”. Della seconda fanno parte pensieri pungenti, considerazioni scomode. Amo credere, ad esempio, che lo sforzo per raggiungere i nostri obiettivi sia più importante dell’esito finale. Nello stesso modo, il viaggio ha più valore della meta. Mi piace pensare che l’infinito non sia diverso da noi. Ne facciamo parte, pur nella nostra finitezza. E poi, mi capita di sentire chiaramente, con forza, che ritornerò. Sono già stato qui, tante volte, e quando me ne andrò non sarà per sempre. Ammirando l’infinito, alla maniera di Leopardi, mi consola il pensiero che la mia anima è sempre esistita e farà ritorno ancora una volta nella carne per continuare il suo viaggio  verso la consapevolezza. Sì, siamo tutti viandanti sul mare di nebbia e troviamo il tempo per soddisfare il ventre e divertirci, per cazzeggiare e coltivare i beni effimeri, ma non sappiamo più fermarci per un istante, per ammirare la bellezza del creato, compiacerci d’essere frammenti di Dio, assaporare l’idea che ci attendono grandi avventure dello spirito (basta volerlo). Siamo incapaci di affondare lo sguardo nel domani, assecondare la nostra brama di grandezza, tuffarci nel vuoto con la fiducia che planeremo invece di precipitare. 
Chissà quante domande si fece il Viandante di Friedrich? Che poi, è giusto saperlo, non è una figura fantasiosa. Sembra che il pellegrino raffigurato nel dipinto fosse Friedrich Gotthard von den Brinken, un defunto colonnello di fanteria sassone amico del pittore, che volle conservarne vivo il ricordo. Anche la montagna e il panorama che si ammira dalla vetta scalata dal Viandante non sono immaginari ma ispirati a un massiccio montuoso al confine fra la Germania e la Repubblica Ceca, l’Elbsandsteingebirge. Abbiamo tante cose in comune con il Viandante ed è un peccato rinunciarvi. Mai rinunciare alla bellezza e alla ricerca del sublime, anche se la quotidianità ci costringe a strisciare anziché camminare con la fronte alta. Mai rinunciare al coraggio, all’intraprendenza, alla fede, anche se intorno a noi è una valle di lacrime. Mai rinunciare alle domande, alla ricerca, all’anelito, anche se siamo delusi, preoccupati, vinti. Mai rinunciare al dialogo con noi stessi, con la natura, con Dio, anche se abbiamo smarrito la bussola. Mai rinunciare ad arrampicarci verso la vetta, anche se non la raggiungeremo mai perché siamo deboli, stanchi, soli. Mai, infine, rinunciare al viaggio, anche se non conosciamo la meta. Perché viaggiare, non necessariamente con il corpo e in luoghi esotici, ci cambia, ci rende leggeri come le nuvole, distrugge le paure, medica gli sbagli, ci spiega quello che non possiamo comprendere restando fermi. La verità è che siamo tutti viandanti sul mare di nebbia e non dovremmo dimenticarlo. Nessuno può toglierci questo privilegio né privarci della consolazione che tale condizione ci offre. Rinunciare ad essere viandanti significa arrendersi. Ergo, morire prima del tempo.

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