lunedì 23 gennaio 2017

Elogio del bradipo, il maestro dell'antistress


Alcuni anni fa, in Brasile, ebbi modo di tenere in braccio e coccolare un bradipo per alcuni minuti. Fu un’esperienza emozionante. Ho ancora impresso negli occhi lo sguardo tranquillo e mansueto di questo animale che meriterebbe il titolo di campione del mondo della lentezza, se non fosse che ad accaparrarselo è la lumaca. A osservarli entrambi, però, si ha la sensazione che la velocità (o meglio, la lentezza) della lumaca sia fisiologica e ineludibile, mentre quella del bradipo sia una scelta di vita e dunque filosofica. Comunque, il bradipo è così lento che solo a fissarlo viene il latte alle ginocchia. Si muove a una velocità di 250 m. all’ora, con una flemma sconosciuta agli stessi inglesi, che della flemma sono i maestri, o dei santoni indiani, che bisogna rivederli al rallenty per capire se si sono mossi. Adoro il bradipo, mi fa tenerezza. È così simpatico e intelligente che il fatto d’essere un tardigrado diventa un pregio, secondo il principio affermato da un proverbio persiano per cui la fretta è del diavolo mentre la lentezza è di Dio. D’altra parte, nomen omen. Il nome bradipo deriva, infatti, dal greco antico βραδύς (bradús), lento, e πούς (poús), piede.  Ergo, “piede lento”. Naturalmente questo adorabile mammifero non è solo lento di piede. Calma e lentezza sono le prerogative che scandiscono la sua esistenza, che mediamente si protrae fino a 12 anni. Il bradipo è lento in ogni circostanza: quando cammina, gioca, mangia, copula e fa la cacca. A tale proposito, è risaputo che può capitargli di addormentarsi mentre espleta i suoi bisognini. Succede anche a certi bambini piccoli che, messi a sedere sul vasino, crollano con la testa in avanti e si addormentano. Il bradipo dorme diciannove ore al giorno e non si allontana mai dal suo albero, la fissa dimora dove vive. Le femmine lo abbandonano solo quando il loro cucciolo ha raggiunto la maturità sessuale, mentre i maschi alloggiano tutta la vita sulla stessa pianta, generalmente una cecropia. Impensabile vederlo saltare da un ramo all’altro. Non è nemmeno un parente lontano della scimmia, ma piuttosto del formichiere e dell’armadillo. 
Sta di fatto che ci sono forme di lentezza che incantano. A quella del bradipo assegnerei la medaglia di bronzo, dopo il sorgere del sole (o il tramonto) e l’osservazione del mare calmo. Se fosse un essere umano, il saggio bradipo sarebbe un filosofo o un eremita il cui motto potrebbe essere lo stesso di Lao Tzu: “La natura non ha fretta, eppure tutto si realizza”. Mi viene anche da pensare a Simeone Stilita, un asceta cristiano che visse per 37 anni seduto in cima a una colonna. In effetti, ci sono esseri umani che assomigliano troppo al bradipo. Ma se per l’animale bradipo ho simpatia e ammirazione, non posso dire altrettanto dell’uomo bradipo, una specie irritante. E qui, il mio elogio della lentezza va in crisi. Pur avendo letto i testi sacri della tarditas – fra cui “La lenteur” di Kundera e “La lumaca e l’elogio della lentezza” di Sepulveda” – confesso che faccio fatica a sopportare la categoria cui appartengono i “pièveloce”, i perditempo, gli Oblomov e le tartarughe umane. Anzi per dirla giusta, sottoporrei costoro al rito del “canc”, che come ben sanno i fruitori del computer può far nascere il rimorso ma non concede il ripensamento. A chi mi riferisco? Alla fauna che incontriamo sulle strade, negli uffici postali, in banca, nelle farmacie, alle casse del supermercato e via di seguito. Ora, alzi la mano chi non ha mandato a quel paese almeno una volta nella vita il bradipo col cappello che guida a 30 km. orari su una strada dove non è possibile superare e forma una lunga colonna di auto dietro di lui. E chi non si è mai spazientito a causa degli indugi parossistici di certi bradipi che negli uffici pubblici ci precedono e si comportano come se dopo di loro non ci fosse nessuno oppure il diluvio? Ho pazienza quando vedo che i bradipi sono anziani ma la pazienza la perdo quando il bradipo è giovane e fatica a collegare il cervello, sicché nella terra dei neuroni si annidano le ragnatele. È vero, viviamo in una società troppo frettolosa, in tempi frenetici, per cui fatichiamo a tollerare chi ha i riflessi lenti. Ma come in tutte le cose, è la misura che determina la tolleranza o l’intolleranza. Schopenhauer diceva che tutto ciò che è squisito matura lentamente. D’accordissimo per quanto riguarda la frutta di stagione, ma a volte penso che certe persone non ce la possono fare. Sono destinate a morire acerbi. Un altro grande della letteratura, il brillante Hemingway, sosteneva la necessità di compiere qualcosa in un tempo minore di quanto in realtà ne occorrerebbe. Splendida idea, purché il vezzo non vada a discapito degli altri, soprattutto di quelli che hanno la necessità di fare le cose rapidamente. A questo punto, non posso che citare la famosa frase che Svetonio attribuisce all’imperatore Augusto: Festina lente, cioè “affrettati lentamente”. Questa locuzione è forse la quintessenza della visione del mondo del bradipo (il mammifero!). In realtà, questo animale carinissimo non è lento in assoluto, sa affrettarsi lentamente, realizzando la fusione degli opposti. Agisce senza indugi ma con la massima cautela. La sua lentezza è l’alter ego della velocità con cui molti animali cercano di sfuggire al predatore. Occorre essere molto veloci per svignarsela o molto lenti per non essere notati. Che sia questa la ragione per cui i bradipi umani se ne fregano della nostra fretta e ci ostacolano impudentemente, con indifferenza e meraviglia quando ci lamentiamo di loro? 
Chi può dire da che parte stia la ragione… In effetti, dovremmo riscoprire i ritmi lenti che ci permettono di assaporare ogni momento e aspetto della vita, anziché correre come folli. Insomma, dovremmo bradipicizzarci. A proposito, qualcuno dei miei lettori ha mai visto “L’era glaciale”, il bellissimo film di animazione? Uno dei protagonisti è l’imbranatissimo bradipo di nome Sid. Illuminante è il breve dialogo che ha con un altro personaggio, il solitario mammut Manfred detto Manny. Durante il loro rocambolesco viaggio per sfuggire il grande freddo, Sid corre sul ghiaccio ma senza riuscire ad andare avanti e intanto grida “Forza, statemi dietro!”, al che Manny replica “Se tu ti muovessi!”. Basterebbe questo breve scambio di battute per riconoscere che il bradipo è un maestro illuminato dell’antistress.

domenica 15 gennaio 2017

Togliete il "Non" dalla frase "Non posso"


Quando ero un bambino, mia nonna mi insegnò che se qualcuno mi domandava “come vai a scuola?” dovevo rispondere “me la cavo” o “mi arrangio” anziché “bene”. Perché? Perché chi si loda s’imbroda, mi ammoniva con amore. In questo modo, avrei evitato di vantarmi, sembrare presuntuoso e suscitare invidia. L’insegnamento, in linea con virtù e valori che oggi sembrano obsoleti, era inteso a plasmare il carattere all’aurea mediocritas, alla gentilezza, alla modestia, alla mansuetudine, all’equilibrio. A distanza di tanti anni, preso atto che il mondo è cambiato profondamente e la società contemporanea è fondata su archetipi diversi da quelli di mia nonna, credo che la sua lezione non fosse del tutto valida. Oggi risulterebbe addirittura sbagliata. Il punto debole, infatti, è nell’implicito tentativo di soffocare l’autostima. Non era certamente voluto questo effetto collaterale, ma esisteva. Essere umili, tenere un basso profilo e accettare i propri limiti invece di focalizzarsi su come superarli, non aiuta lo sviluppo autoreferenziale. Il più delle volte lo frena, o forse lo castra.
Adesso che sono nonno, comprendo quanto sia importante nutrire nei miei nipoti l’autostima. Sono ancora in età prescolare, ma cerco di insegnare loro, al momento con gli atteggiamenti e l’esempio, che devono credere fermamente nelle proprie capacità, sviluppare i talenti di cui sono dotati, avere fiducia nella capacità di superare le piccole prove. Li convincerò che non c’è alcun ostacolo o limite che risulti insuperabile, che non spetta che a noi. E possiamo riuscire nonostante le difficoltà. Ripeterò loro le parole di Samuel Johnson: “Togliete il non dalla frase non posso”. Voglio che crescano forti, sicuri, coraggiosi, adeguati a un mondo che non ha pietà dei deboli, degli insicuri, dei pavidi. Attraverso il successo e maggiormente le sconfitte, io ho imparato quanto sia importante credere in sé e quando i miei cuccioli avranno l’età per apprezzare certi autori non proprio leggeri, gli farò conoscere Ralph Waldo Emerson, una figura centrale nella cultura americana, autore di opere che costituiscono il manifesto dell’individualismo americano e della libertà. Emerson esaltò la fiducia in se stessi e la sua influenza sugli americani fu notevole. È anche grazie a lui che gli Stati Uniti sono la nazione dei “self made man”, dove nulla è impossibile, nemmeno realizzare i sogni più grandi. Per riuscirci però, bisogna avere così tanta fiducia in sé da uscire dal coro. Pertanto sosteneva che il conformismo è la virtù più ricercata mentre la fiducia in se stessi ne è la piena antitesi. Ottima osservazione. 
È indubbio che una forte autostima renda liberi e intraprendenti. Non abbiamo bisogno di imitare gli altri, uniformarci al pensiero forte e alle mode, nasconderci nel gregge per essere apprezzati e realizzarci. La persona che crede in se stessa può fare a meno dell’approvazione altrui, procede fiduciosa sulla propria strada, confida nelle proprie risorse. Confucio predicava che occorre mettere la fiducia (e la lealtà) sopra ogni cosa. Non credo vaneggiasse. Un altro grande pensatore orientale, Lao Tzu, ci ricorda che quando siamo contenti di essere semplicemente noi stessi e non facciamo confronti e non entriamo in competizione con gli altri, tutti ci rispettano. Provare per credere. L’uomo che ha fiducia in sé ha uno sguardo diverso e ispira fiducia negli altri. Pur tuttavia, devo rimarcare che l’autostima non può avere i piedi d’argilla. Deve possedere fondamenta solide altrimenti non regge. Purtroppo siamo circondati da individui che fingono sicurezza e ostentano fiducia nelle proprie capacità (e mezzi). Gente la cui autostima è alta come un grattacielo ma si tratta solo di una proiezione olografica. La loro autoreferenza finisce per alimentarne l’arroganza, la stupidità, il senso di onnipotenza, salvo crollare alla prima scossa tellurica. Sono colossi di Rodi. Costoro sono cresciuti convinti di essere più belli, più intelligenti e più furbi degli altri. Forse non è colpa loro, non hanno avuto nonni o genitori come i miei. Forse, quando erano bambini plasmabili nessuno ha suggerito loro che il compito principale nella vita di ognuno è dare alla luce se stesso. Sono parole di Erich Fromm, il grande psicologo di cui voglio citare un’altra frase significativa “una persona piena di fiducia ha un sorriso smagliante”. Fateci caso, le persone la cui autostima non è fasulla ma fondata su principi solidi, sulla conoscenza, sul saper fare, sull’intuizione e l’audacia, hanno il sorriso sulle labbra. Non sono divorate dal dubbio né dai sensi di colpa, non recitano un ruolo, non si atteggiano, non elemosinano il consenso. 
Lavorerò perché l’autostima dei miei nipoti non sia figlia delle lusinghe, del compiacimento, della proiezione e della rivalsa di chi, nella vita, è amareggiato o sconfitto, ma sia il frutto dell’impegno, della crescita lenta ma continua, della consapevolezza che si acquisisce attraverso l’apprendimento, l’esperienza e il superamento delle prove. La vera autostima ha i suoi tempi e prescinde dal denaro e dalla bellezza. Si erige giorno dopo giorno, mattoncino dopo mattoncino, come le costruzioni di Lego. Ma se è ben costruita, risulterà indistruttibile. Mi accorgo che ancora oggi, se qualcuno mi chiedesse come vado a scuola, risponderei senza enfasi o presunzione benché potrei farlo in modo più spettacolare. Non ho mai smesso di andare a scuola, la vita stessa è una grande scuola, e per quanto abbia imparato tantissimo e potrei insegnare, mi piace credere di non avere bisogno di alcun riconoscimento esterno, del successo, della fama. La fiducia che ho in me stesso è tale da avere scelto di vivere nascosto, dedicandomi alle cose che contano veramente. Tale da sapere che qualunque prova dovrò affrontare, qualunque sorpresa mi riserverà la vita nell’autunno inoltrato, saprò fare la cosa giusta. Ecco, credo sia questa l’essenza della fiducia in se stessi: non avere paura del futuro, confidare sulle risposte che sono già dentro noi, fare le scelte migliori. Ne consegue, d’accordo con Fromm, che probabilmente ho saputo dare alla luce me stesso. Adesso vorrei aiutare i miei nipotini a riuscirci. Perciò dovrò abituarli a usare l’avverbio di negazione in maniera appropriata.