domenica 15 gennaio 2017

Togliete il "Non" dalla frase "Non posso"


Quando ero un bambino, mia nonna mi insegnò che se qualcuno mi domandava “come vai a scuola?” dovevo rispondere “me la cavo” o “mi arrangio” anziché “bene”. Perché? Perché chi si loda s’imbroda, mi ammoniva con amore. In questo modo, avrei evitato di vantarmi, sembrare presuntuoso e suscitare invidia. L’insegnamento, in linea con virtù e valori che oggi sembrano obsoleti, era inteso a plasmare il carattere all’aurea mediocritas, alla gentilezza, alla modestia, alla mansuetudine, all’equilibrio. A distanza di tanti anni, preso atto che il mondo è cambiato profondamente e la società contemporanea è fondata su archetipi diversi da quelli di mia nonna, credo che la sua lezione non fosse del tutto valida. Oggi risulterebbe addirittura sbagliata. Il punto debole, infatti, è nell’implicito tentativo di soffocare l’autostima. Non era certamente voluto questo effetto collaterale, ma esisteva. Essere umili, tenere un basso profilo e accettare i propri limiti invece di focalizzarsi su come superarli, non aiuta lo sviluppo autoreferenziale. Il più delle volte lo frena, o forse lo castra.
Adesso che sono nonno, comprendo quanto sia importante nutrire nei miei nipoti l’autostima. Sono ancora in età prescolare, ma cerco di insegnare loro, al momento con gli atteggiamenti e l’esempio, che devono credere fermamente nelle proprie capacità, sviluppare i talenti di cui sono dotati, avere fiducia nella capacità di superare le piccole prove. Li convincerò che non c’è alcun ostacolo o limite che risulti insuperabile, che non spetta che a noi. E possiamo riuscire nonostante le difficoltà. Ripeterò loro le parole di Samuel Johnson: “Togliete il non dalla frase non posso”. Voglio che crescano forti, sicuri, coraggiosi, adeguati a un mondo che non ha pietà dei deboli, degli insicuri, dei pavidi. Attraverso il successo e maggiormente le sconfitte, io ho imparato quanto sia importante credere in sé e quando i miei cuccioli avranno l’età per apprezzare certi autori non proprio leggeri, gli farò conoscere Ralph Waldo Emerson, una figura centrale nella cultura americana, autore di opere che costituiscono il manifesto dell’individualismo americano e della libertà. Emerson esaltò la fiducia in se stessi e la sua influenza sugli americani fu notevole. È anche grazie a lui che gli Stati Uniti sono la nazione dei “self made man”, dove nulla è impossibile, nemmeno realizzare i sogni più grandi. Per riuscirci però, bisogna avere così tanta fiducia in sé da uscire dal coro. Pertanto sosteneva che il conformismo è la virtù più ricercata mentre la fiducia in se stessi ne è la piena antitesi. Ottima osservazione. 
È indubbio che una forte autostima renda liberi e intraprendenti. Non abbiamo bisogno di imitare gli altri, uniformarci al pensiero forte e alle mode, nasconderci nel gregge per essere apprezzati e realizzarci. La persona che crede in se stessa può fare a meno dell’approvazione altrui, procede fiduciosa sulla propria strada, confida nelle proprie risorse. Confucio predicava che occorre mettere la fiducia (e la lealtà) sopra ogni cosa. Non credo vaneggiasse. Un altro grande pensatore orientale, Lao Tzu, ci ricorda che quando siamo contenti di essere semplicemente noi stessi e non facciamo confronti e non entriamo in competizione con gli altri, tutti ci rispettano. Provare per credere. L’uomo che ha fiducia in sé ha uno sguardo diverso e ispira fiducia negli altri. Pur tuttavia, devo rimarcare che l’autostima non può avere i piedi d’argilla. Deve possedere fondamenta solide altrimenti non regge. Purtroppo siamo circondati da individui che fingono sicurezza e ostentano fiducia nelle proprie capacità (e mezzi). Gente la cui autostima è alta come un grattacielo ma si tratta solo di una proiezione olografica. La loro autoreferenza finisce per alimentarne l’arroganza, la stupidità, il senso di onnipotenza, salvo crollare alla prima scossa tellurica. Sono colossi di Rodi. Costoro sono cresciuti convinti di essere più belli, più intelligenti e più furbi degli altri. Forse non è colpa loro, non hanno avuto nonni o genitori come i miei. Forse, quando erano bambini plasmabili nessuno ha suggerito loro che il compito principale nella vita di ognuno è dare alla luce se stesso. Sono parole di Erich Fromm, il grande psicologo di cui voglio citare un’altra frase significativa “una persona piena di fiducia ha un sorriso smagliante”. Fateci caso, le persone la cui autostima non è fasulla ma fondata su principi solidi, sulla conoscenza, sul saper fare, sull’intuizione e l’audacia, hanno il sorriso sulle labbra. Non sono divorate dal dubbio né dai sensi di colpa, non recitano un ruolo, non si atteggiano, non elemosinano il consenso. 
Lavorerò perché l’autostima dei miei nipoti non sia figlia delle lusinghe, del compiacimento, della proiezione e della rivalsa di chi, nella vita, è amareggiato o sconfitto, ma sia il frutto dell’impegno, della crescita lenta ma continua, della consapevolezza che si acquisisce attraverso l’apprendimento, l’esperienza e il superamento delle prove. La vera autostima ha i suoi tempi e prescinde dal denaro e dalla bellezza. Si erige giorno dopo giorno, mattoncino dopo mattoncino, come le costruzioni di Lego. Ma se è ben costruita, risulterà indistruttibile. Mi accorgo che ancora oggi, se qualcuno mi chiedesse come vado a scuola, risponderei senza enfasi o presunzione benché potrei farlo in modo più spettacolare. Non ho mai smesso di andare a scuola, la vita stessa è una grande scuola, e per quanto abbia imparato tantissimo e potrei insegnare, mi piace credere di non avere bisogno di alcun riconoscimento esterno, del successo, della fama. La fiducia che ho in me stesso è tale da avere scelto di vivere nascosto, dedicandomi alle cose che contano veramente. Tale da sapere che qualunque prova dovrò affrontare, qualunque sorpresa mi riserverà la vita nell’autunno inoltrato, saprò fare la cosa giusta. Ecco, credo sia questa l’essenza della fiducia in se stessi: non avere paura del futuro, confidare sulle risposte che sono già dentro noi, fare le scelte migliori. Ne consegue, d’accordo con Fromm, che probabilmente ho saputo dare alla luce me stesso. Adesso vorrei aiutare i miei nipotini a riuscirci. Perciò dovrò abituarli a usare l’avverbio di negazione in maniera appropriata.

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