domenica 19 febbraio 2017

Internet, termometro della rabbia umana


Se dovessi rispondere alla domanda “fra i tanti segni del nostro tempo qual è il più comune?” non esiterei. Ho l’impressione che l’elemento che meglio di altri esprima l’attuale stato d’animo di milioni di esseri umani sia la rabbia. La gente è arrabbiata, fino alle viscere, e oscilla tra la capacità di sfogare la propria rabbia e trattenerla. In ogni caso, nessuno è esente dalla rabbiamania. Siamo (quasi) tutti arrabbiati, o se preferite incavolati, infuriati, inviperiti, incazzati. Perché e per cosa? A voi la scelta. Viviamo in una realtà dove la rabbia prospera per tantissimi motivi ed è superfluo che li elenchi. 
Volendo considerare come la rabbia abbia reso velenosa la nostra vita, chiarisco che è un’emozione primitiva e fondamentale. Gli psicologi la ritengono necessaria, purché si riesca a tenerla sotto controllo, domarla, incanalarla. Philip Roth diceva: “la rabbia serve a renderti efficiente. Questa è la sua funzione per la sopravvivenza, ecco perché ti è stata data. Se ti rende inefficiente, mollala come una patata”. Il problema è che è una patata bollente. Peggio, un tizzone. Buddha insegnava ai suoi discepoli che trattenere la rabbia è come tenere in mano un carbone ardente con l’intento di gettarlo a qualcun altro ma senza farlo. In questo modo finiamo per scottarci. Comunque, esiste la rabbia funzionale, produttiva, che genera soluzioni e sistema le cose. È la rabbia degli oppressi, dei creativi, dei giusti. Il grande poeta William Blake rimarcò che “la rabbia del leone è la saggezza di Dio”. Ma esiste anche la rabbia devastatrice e autodistruttiva, che ci logora e dilaga, non ha soluzione di continuità né misura. È come una violenta raffica di vento che spegne la lampada dell’intelligenza. Questo tipo di rabbia, sovente repressa, è la peggiore. Esplode all’improvviso, anche per motivi futili, e facilmente si trasforma in ira, nel furor brevis di Orazio. Tutti noi siamo stati, almeno una volta, spettatori attoniti (si spera non coprotagonisti) delle manifestazioni della rabbia umana. Mi riferisco ai diverbi stradali che si trasformano in litigi violenti, alle zuffe fuori dallo stadio e nelle discoteche, ai tumulti durante gli scioperi o i cortei, alle risse verbali e non in parlamento, in televisione e nei luoghi dove si ammassano tante persone, ecc. Per tacere degli atti di rivolta delle classi sociali inferiori, dell’aggressività dei disadattati e dei clandestini stipati nei centri di accoglienza. Se poi consideriamo la sfera privata, dove è ancora più facile sfogare la propria rabbia, ecco che assistiamo a manifestazioni odiose di sopraffazione che conducono alla violenza familiare di ogni genere. Lo stesso accade nel mondo del lavoro e a scuola, dove il bullismo è solo la punta dell’iceberg. La rabbia cova ovunque e in ognuno di noi. Ciò che ci rende diversi è la capacità di renderla inoffensiva. Ma è sempre più difficile riuscirci perché mala tempora currunt
La frustrazione è cresciuta in maniera esponenziale, e così i modi per dare sfogo alla rabbia. Abbiamo scoperto opzioni in linea coi tempi. Mi riferisco alla rete, cioè i nuovi strumenti con cui oggi ci relazioniamo con il prossimo e l’ecumene. I social sono diventati un ring dove ci si può affrontare a mani nude, senza esclusione di colpi. Facebook e Twitter hanno assunto la funzione dell’arena in cui vomitiamo la nostra intolleranza, la collera, l’astio, il rancore e l’insofferenza che macerano nel nostro animo afflitto. Siamo così insoddisfatti, nervosi, preoccupati e frementi da ricorrere alla squallida liturgia della tastiera come se fosse l’unica valvola di sfogo. Ci rifugiamo dietro a un computer o un iPhone per offendere senza ritegno, insultare, attaccare chiunque ci dia fastidio o non la pensi come noi. E non importa se non conosciamo di persona la nostra vittima. Sfoghiamo l’astio a prescindere, trasformandoci in obici. Voglio fare un esempio. Ieri, mia moglie mi ha detto che ha deciso di togliersi da tutti i gruppi FB alla quale era iscritta. Non ne posso più, ha detto, di tanta volgarità e schiuma rabbiosa. Voglio precisare che mia moglie non è una black bloc, non è dedita alla ruminazione mentale e non frequenta i centri sociali. Non si è mai comportata da ultras e ha sempre saputo modulare la sua rabbia, invero modesta. Lei è vegana, animalista e ambientalista. Ha scoperto che la rabbia non è una prerogativa delle persone meno evolute spiritualmente e culturalmente. Al contrario, la ritrova in chi dovrebbe agire con più raziocinio, forte di una coscienza espansa. La verità è che tanti vegani, animalisti e ambientalisti non sono immuni da questa emozione né sanno controllarla. La rete offre loro la possibilità di scagliarsi con veemenza contro chi la pensa diversamente e per quanto sia difficile immaginarlo, ci sono vegani animalisti potenzialmente più pericolosi di un killer di professione. Colti in un momento di furore potrebbero uccidere. Per la loro causa? Più facilmente per placare l’Ego inferocito. Ma che senso ha, mi chiedo? Amare ogni forma di vita e la natura dovrebbe indurre alla calma e alla tolleranza. Non è sempre così, invece, perché la rabbia non fa distinzioni. La conferma che rende ciechi la offre da sempre la Politica. Non ho mai capito, ad esempio, perché le persone schierate a sinistra siano mediamente più rabbiose delle altre. Era così ai tempi delle Brigate Rosse, Lotta Continua e Potere Operaio. Le cose non sono cambiate più di tanto con la caduta del muro di Berlino. Il comunismo è defunto, fortunatamente, ma il cuore di tenebra esiste ancora. La lezione è chiara: non basta professarsi vegani, ambientalisti, progressisti o pacifisti per scongiurare le insidie della rabbia. 
Scagli la prima pietra chi non si è mai fatto cogliere dalla rabbia che annebbia la vista. È capitato anche a me di reagire come se fossi stato morsicato da un cane rabbioso e ancora oggi devo impegnarmi per impedire ai cromosomi dell’uomo di Neanderthal di avere la meglio su quelli dell’Homo Sapiens. Perciò capisco la rabbia e la giustifico in parte. Non giustifico gli eccessi, sia chiaro, e concordo con mia moglie quando dice che Facebook è diventata una latrina. Purtroppo, la rete è il termometro della rabbia che dilaga nella nostra società e non c’è modo di cambiare le cose, nemmeno spegnendo i tablet e i telefonini. 
Concludendo, voglio condividere il pensiero di Aristotele. “Chiunque può arrabbiarsi” ipse dixit. “Ma arrabbiarsi con la persona giusta e nel grado giusto, al momento giusto e per lo scopo giusto, non è nella possibilità di chiunque”. Più volte, lo confesso, mi sono chiesto se è nelle mie corde. Nel dubbio non fatemi arrabbiare, sono come l’acqua cheta che rompe i ponti. Le mie coronarie ringraziano.

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