venerdì 17 marzo 2017

Una notte senza luna né stelle


A volte mi assale lo sconforto. Succede quando hai raggiunto lo spartiacque dei sessant’anni e ti accorgi che il progresso ha imposto una dialettica dove le ombre prevalgono sulle luci. Per quanto io non sia un laudator temporis acti né in me covi la vis reazionaria, ho come l’impressione che i miglioramenti avvenuti nella società civile, così come il presunto miglioramento della qualità della vita, non possano giustificare gli obbrobri di cui siamo testimoni impotenti. Mi riferisco, in special mondo, alla decadenza generale dei valori, degli ideali, dell’integrità morale, dell’intraprendenza dei giovani, della fiducia e della civiltà umanistica. Per tacere dei tanti contraltari in festa del declino dell’humanitas, su cui spicca l’ignoranza, che Confucio definì “la notte della mente, ma una notte senza luna né stelle.” 
Ahimè, con frequenza sempre più alta mi sento come un viandante nella notte. Inutilmente alzo lo sguardo verso il cielo e cerco la luna o le stelle. È come se fossero fuggite, inorridite dalla beata ignoranza in cui si crogiola la gente. O meglio, il popolo bue. Purtroppo si tratta di un’ignoranza in espansione, che esonda come un fiume in piena, senza resistenze da parte della scuola o delle istituzioni. Gli stessi addetti alla cultura – penso alle case editrici che pubblicano un mare magnum di immondizia, alla scuola che sforna microcefali o al governo che affida il Ministero della pubblica istruzione a chi non ha titoli di studio adeguati al ruolo – contribuiscono allo sfacelo. E che dire della moda di cambiare arbitrariamente le regole e il lessico della lingua italiana in nome dell’aberrante principio secondo cui la nostra esistenza dev’essere “politicamente corretta”? A volte mi chiedo se non sto facendo un brutto sogno. Ma poi apro gli occhi e mi accorgo che sono atterrato su un pianeta diverso da quello in cui sono nato. Il pianeta della bestia trionfante. E già, sul mio pianeta natale non c’erano i computer, Internet, Facebook e Twitter…. in compenso ci si illudeva che l’istruzione fosse un bene primario perché non siamo fatti per “viver come bruti ma per seguire virtute e conoscenza”. Era una pia illusione. Oggi va per la maggiore che siamo venuti al mondo per godere intensamente e fottere il prossimo. Nell’ipotetica scala dei valori, il “Sapere” viene dopo l’aperitivo. E chi se ne frega del mens sana in corpore sano degli antichi! Un corpo modellato in palestra o in un centro estetico acchiappa più di un cervello pensante. 
Io, purtroppo, non posso cancellare il mio retaggio; ho una laurea in Lettere e sono innamorato della lingua italiana. Perciò soffro come San Lorenzo sulla graticola quando vedo che i miei connazionali (soprattutto i giovani) non conoscono l’italiano, tuttavia lo torturano benissimo, hanno un patrimonio lessicale ridotto all’osso ma la vocazione al turpiloquio, sono capre (come direbbe Sgarbi) in parte dislessiche. Le nuove tecnologie, che i più usano con abilità frenetica, hanno come atrofizzato le capacità cognitive e linguistiche. La stupidità e la pigrizia hanno fatto il resto. In verità, più del martirio della lingua italiana, mi ripugna la resa culturale. La povertà linguistica è triste ma lo è ancora di più l’ignoranza che la detta, la “sant’asinità” stigmatizzata da Giordano Bruno che accomuna le nuove generazioni, indifferenti alla visione di un domani condizionato dall’insipienza, dall’incompetenza, dall’imbecillità. Ultimamente, mi è capitato di vedere un filmato dove ai frequentatori di una nota discoteca venivano poste domande di cultura generale così semplici che era praticamente impossibile dare la risposta sbagliata. Ebbene, la generazione degli edonisti grandi firme e “Happy hour” è riuscita a strabiliarmi con risposte allucinanti, indice di un’ignoranza degna dell’uomo di Neanderthal. Poco male, direbbe qualcuno, sono altre le cose che contano nella vita. Quali? Il conto in banca, un quarto d’ora di fama, lo sballo. Il vero problema è che l’ignoranza non è più considerata una colpa o un male, come diceva il buon Socrate. Si è trasformata in motivo di vanto, soprattutto in Televisione e nei templi del successo. In fondo, l’ignoranza è più contagiosa del morbillo e un ignorante trova sempre un altro più ignorante di lui. Il che spiega perché stiamo attraversando una notte senza luna stelle. 
Ma perché l’ignoranza è così diffusa in una società dove un diploma di laurea non si nega a nessuno ma intanto si diffonde lanalfabetismo di ritorno? Primo, perché è gratis. Secondo, perché si fa fatica a imparare e i giovani hanno la cannetta di vetro. Terzo, perché il sapere non è più la nota di distinzione o lo strumento di affermazione sociale di una volta. Sorrido ripensando a quando mia nonna mi ripeteva “studia se vuoi diventare qualcuno nella vita”. Qualcuno? Mi basta essere me stesso, conoscermi più che essere conosciuto. Il resto è effimero e passa, come il tempo. A quanto pare, però, il “conosci te stesso” che ha formato decine di generazioni dai tempi del santuario di Delfi, ha perso il suo appeal. E scusate se uso il termine inglese anziché l’italianissimo “attrattiva”; è per compiacere chi pensa che la lingua italiana sia obsoleta. A tale proposito, voglio condividere una riflessione sui generi dell’ignoranza. Ne esistono tante varianti ma fondamentalmente tre specie. La prima è saper niente, la seconda saper male e la terza fingere di sapere. Ai seguaci della prima specie non so che dire. Avete scelto di equipararvi al bue e all’asinello del presepe, che degnarono il bambin Gesù di uno sguardo ottuso. Con voi non discuto, avete in mano la più grande arma di distruzione di massa e la sapete usare. Agli adepti della seconda specie vorrei tirare le orecchie. Evitate di farvi belli perché in realtà fate solo figure di merda. Rinunciate alle citazioni dotte sbagliate, alle frasi fatte, alle informazioni superficiali, alla presunzione di sapere mentre invece brancolate nella penombra. La terza specie, infine, è quella che odio. Fingere di sapere è un esercizio insopportabile. I falsi dotti, come i falsi maestri, andrebbero messi al muro e fucilati. Eppure, fateci caso, il mondo è pieno di finti sapienti, ignoranti travestiti, palloni gonfiati che vivono di conoscenza riflessa o distorta. A volte, mi chiedo quali fattori abbiano permesso ai tanti cialtroni con cui conviviamo d’imporsi in politica, negli ambienti culturali o nel mondo del lavoro. Quand’ecco, che all’improvviso, trovo la risposta in un aforisma di Mark Twain: “Tutto ciò di cui hai bisogno in questa vita è ignoranza e fiducia, poi il successo è assicurato”. 
Forse ho capito, anche se tardivamente. Non mi resta che tirare dritto, in una notte buia dove anche la stella polare è data per dispersa. Ce la farò a rivedere l’alba, considerato che non sono abbastanza ignorante e ho perso per strada gran parte della mia fiducia nel futuro?

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