martedì 25 aprile 2017

Serve un vaccino contro il liberticidio


Ho sentore che le vaccinazioni siano diventate una priorità nazionale, a pari merito con l’immigrazione clandestina e il terrorismo. In effetti, c’è una certa analogia fra queste tre emergenze. In fondo, un vaccino è un corpo estraneo che ci invade ed è oggetto di terrorismo e controterrorismo ideologico. Ieri mi hanno chiesto cosa penso delle vaccinazioni e come mi comporterei, oggi, se fossi un genitore. Premesso che lo sono stato e insieme a mia moglie ho accettato che le nostre figlie fossero vaccinate, ma solo parzialmente, mi irrita vedere come la questione sanitaria si stia trasformando in una faccenda di Stato dove i potenti (le lobbies farmaceutiche, gli operatori sanitari compiacenti e i politici prezzolati) demonizzano i genitori contrari alle vaccinazioni e si accaniscono contro i medici obiettori di coscienza. Al punto che è in atto una vergognosa caccia alle streghe. I mass media cercano di inculcare nell’opinione pubblica l’idea che i genitori e i medici renitenti siano una minaccia per la società. Non è così, ovviamente.
È innegabile che i vaccini abbiano avuto un ruolo fondamentale per debellare malattie terribili e che possano prevenirne la diffusione. La loro utilità è fuori discussione, soprattutto quando sono curativi. Pur tuttavia, è altrettanto innegabile che molti vaccini siano inutili per non dire iatrogeni, per cui provocano effetti collaterali e danni permanenti. Ciò è dovuto al fatto che contengono sostanze nocive per la salute, fra cui eccipienti, metalli pesanti e additivi tossici, proteine “assassine” come il nagalese e persino tracce di DNA fetale umano. Non bisogna avere paura dei vaccini, recitano i medici e i politici che ne sostengono la proliferazione. Ma come si fa a non temere i potenti veleni che vengono iniettati nei corpicini dei neonati e dei bambini? Come si fa a negare che alcuni vaccini siano una causa documentata dell’autismo e di altre malattie, fra cui il cancro? E perché, mi domando, i medici dissenzienti, i ricercatori onesti e i giornalisti non allineati sono messi a tacere quando denunciano i rischi dei vaccini e le infamie dell’industria farmaceutica? Un caso eclatante è quello della Merck, un colosso farmaceutico che ha ammesso l’inoculazione del virus (SV40) del cancro attraverso i vaccini. C’è un solo termine per definire questo comportamento:  criminale. È lecito sospettare che le più potenti case farmaceutiche abbiano diffuso l’AIDS e la leucemia e che i vaccini abbiano provocato l’insorgere di nuove sindromi, fra cui le malattie degenerative? Lo pensano in tanti e io sono fra quelli che da sempre diffida di un’industria che alimenta la paura e si preoccupa solo del proprio tornaconto finanziario. Un’industria che se ne fotte della salute pubblica. Il vero problema è che la ricerca del profitto ha snaturato il comparto farmaceutico, che prospera sulla malattia e non sulla salute, è utile ricordarlo. Si finge di guarire, mentre si crea dipendenza dal farmaco e nuove malattie.
Ma non voglio condurre una battaglia che non mi compete. Ho scelto di non vaccinarmi (mai) e di non assumere farmaci. Mi basta e avanza per essere sano e libero. La quintessenza dell’argomento è un’altra, la libertà, per l’appunto. La campagna per imporre la vaccinazione obbligatoria è un attentato alla libertà dell’essere umano. Perciò mi irrita il crescendo di false informazioni e pressioni mediatiche di questi ultimi i tempi. Credo che l’unico vaccino di cui avremmo bisogno è quello contro il liberticidio. Viviamo, infatti, in una società sempre più asservita alle logiche economiche e di potere, dove il dissenso è considerato un obbrobrio. Ovviamente sono contrario all’obbligo delle vaccinazioni. Sono favorevole, invece, all’informazione preventiva seria e onesta, associata alla presa di coscienza. Penso che i genitori dovrebbero decidere liberamente se vaccinare i propri figli e considero illegittima, prevaricatoria e anticostituzionale la decisione di alcune regioni italiane di imporre la vaccinazione nelle scuole materne e negli asili nido. A proposito, l’articolo 22 della Costituzione Italiana recita chiaramente: Nessuno può essere obbligato a un determinato trattamento sanitario se non per disposizione di legge. La legge non può in nessun caso violare i limiti imposti dal rispetto della persona umana.” Va considerato, inoltre, che l’Unione Europea consiglia gli Stati aderenti di dotarsi di vaccini ma non prevede l’obbligo di imporli ai cittadini. In alcune nazioni, fra cui la Germania, la Spagna, l’Olanda, il Portogallo e l’Austria, le vaccinazioni non sono obbligatorie. In Italia, attualmente, sono quattro le vaccinazioni obbligatorie per legge. Si tratta dell’Antidifterica (dal 1939), dell’Antipolimelitica (dal 1966), dell’Antitetanica (dal 1968) e dell’Antiepatite virale (dal 1991). Le lobbies farmaceutiche, con la complicità dei “camici bianchi”, dei politici e dei mass-media al soldo fanno pressione perché altri vaccini siano resi obbligatori. Mi riferisco al tentativo di imporre la vaccinazione contro la pertosse, il morbillo, la parotite, la rosolia, l’infezione da Haemophilus e l’influenza B. Gli interessi economici in gioco sono rilevanti. La battaglia fra gli addottrinati e gli allarmisti infuria, lo scontro tra informazione e controinformazione è rovente e intanto si fa leva sull’ignoranza delle classi sociali meno acculturate e sulla paura per togliere agli italiani un’altra fettina di libertà in materia sanitaria. Ma l’Italia è il Paese dei compromessi, del tutto e del contrario di tutto, del paradosso. Il che comporta che l’obbligatorietà delle vaccinazioni risulti virtuale e non reale. In sostanza, chi non fa vaccinare i propri bambini rischia poco o nulla. Non sono previste o applicabili sanzioni amministrative o penali per i genitori obiettori di coscienza. In più, le vaccinazioni non possono essere imposte coercitivamente. Le scuole non possono rifiutare l’ammissione a chi non si è sottoposto alle vaccinazioni obbligatorie e le eventuali azioni punitive delle Aziende Sanitarie Locali sono illegali. Il cittadino può difendersi dalla prepotenza di chi ha deciso di decidere al suo posto. Ma fino a quando sarà possibile dire NO? 
I toni della discussione si stanno alzando e le circostanze sociali danno una mano ai liberticidi. Purtroppo, l’immigrazione selvaggia e il ritorno di malattie già debellate sono piaghe che rischiano di influenzare l’opinione pubblica e convincerla che le vaccinazioni siano un argine irrinunciabile, una necessità ineludibile.  In realtà, ci sono forme di prevenzione più efficaci, fra cui l’alimentazione sana e l’igiene accurata. Per tacere delle scelte di vita consapevoli e intelligenti. Non dimentichiamoci, infine, che le cellule del nostro corpo reagiscono a ciò che dice loro la mente. La prevenzione più efficace è mantenere la mente vigile e refrattaria ai condizionamenti e alle dottrine.

martedì 18 aprile 2017

Self expression, la liturgia della personalità


Potremmo definirla la generazione della “self expression”, vale a dire il bisogno impellente di esprimere se stessi, la propria personalità. Mai come negli ultimi tempi, infatti, il genere umano ha manifestato in maniera parossistica la liturgia di autoespressione che non è poi così diversa dall’istinto animale di marcare il terreno con la propria urina o con gli escrementi. Tuttavia, non è corretto parlare di generazione. La febbre che riscontro soprattutto nei giovani è trasversale, contagia anche persone meno giovani per non dire anziane. È come se, con l’avvento del nuovo millennio e delle tecnologie innovative, la necessità di apparire abbia preso il sopravvento sull’essere, il bisogno di timbrare la vita con un marker della propria presenza abbia prevalso sul quieto vivere. Ma forse c’è sempre stato, questo istinto che nasce dalla paura di passare inosservati. In fondo, la febbre del selfie, un rituale così ossessivo da poterlo definire l’epitome della self expression, è solo la manifestazione contemporanea di quelle che una volta erano manie più rare. Già nell’antichità, e maggiormente nei secoli XVIII e XIX, al tempo del “Grand Tour”, i viaggiatori, non necessariamente incolti, incidevano il loro nome sulle pietre e i monumenti, a imperitura memoria della loro visita, della loro esistenza. Oggi, ci si illude che un selfie, scattato nel posto giusto e con il giusto corollario, ci consegni alla storia. Vale un’incisione, un graffito, una firma. E comunque, è preferibile a un atto vandalico. 
In realtà, il selfie con il telefonino è un mero aspetto della questione. I mezzucci per esprimere la propria identità sono tanti. Gli atteggiamenti trasgressivi, l’abbigliamento eccentrico, lo stile di vita inimitabile che riempie il vuoto interiore si rivelano strumenti efficaci per affermare non solo la propria personalità ma una presunta superiorità. Come se un vestito firmato, un’auto di lusso, una comparsata in televisione o il linguaggio del corpo (i tatuaggi, la nail art, ecc) facessero di noi persone migliori di chi non ha bisogno di eccessi o espedienti. Paradossalmente, la liturgia della self expression coinvolge specialmente chi di personalità ne ha poca. Sembra quasi che a motivare le tante teste di legno che nutrono il bisogno spasmodico di affermare la triade effimera dell’Ego – “io sono”, “io c’ero” “io posso” – sia un bisogno ancora più profondo del desiderio di approvazione da parte degli altri o di un posticino al sole, anche solo per cinque minuti. Dostoevskij ha scritto che “manifestare la personalità è un’esigenza di autoconservazione”. Credo abbia intuito la natura del problema. Tutti vorremmo lasciare un segno del nostro passaggio, tutti desideriamo l’approvazione sociale. Chi si fa prendere la mano, però, è angosciato dalla paura di essere invisibile, di perdere la propria identità (ammesso che ne abbia una), di essere vivo. La self expression è il grido disperato di chi ha una scarsa personalità e cerca aiuto all’esterno. 
A questo punto, mi chiedo cosa sia realmente la personalità. Va da sé che questo termine indichi l’insieme dei caratteri primari e delle modalità comportamentali di un individuo, in sostanza ciò che lo rende unico nell’universo. Esistono persone con una personalità precisa, accentuata, a volte forte. Ma ci sono individui senza personalità (in realtà ne hanno una, ma è labile) o con una personalità aleatoria. I romani avevano capito che la personalità è spesso legata all’inganno. Si finge d’essere ciò che non si è, in virtù di caratteri e comportamenti che non ci appartengono. Cicerone metteva in guardia i coevi dicendo che la personalità di un individuo è la sua dignità ma anche la parte che recita nella vita. In effetti, nell’antica Roma, “Persona” era il nome della maschera indossata dagli attori in teatro. Lo stesso avviene nel teatro giapponese. Jung ha ripreso il concetto della “Persona” nella sua ricerca psicologica. Da sempre, assistiamo agli sviluppi più o meno comici o drammatici di una esasperata “self expression” di cui nessuno è esente o immune. Ha ragione Proust: “la nostra personalità sociale è una creazione del pensiero altrui”. Molti preferiscono uniformarsi alle aspettative socio-culturali anziché sviluppare una propria personalità originale. È più facile imitare che creare e in una società piena di pecore matte, indossare la maschera del cane lupo ci valorizza. Viviamo in un’epoca segnata dal culto della personalità e dal bisogno di imporre agli altri la propria personalità. Senza contare che siamo circondati da una miriade di individui dalla doppia personalità. È merce rara essere se stessi e apparire per quello che si è realmente. Quando ti relazioni con una persona ti viene subito il sospetto che reciti un ruolo. E se ti accorgi che sprizza personalità da tutti i pori, ti chiedi quanto sia fittizia la sua identità. Uno, nessuno o centomila? 
Quel che mi dispiace è riscontrare che i mattoncini per costruire la parvenza di una personalità siano fatti dello stesso materiale del Lego. Una volta, erano la cultura, l’etica e la virtus a dettare i comportamenti, formare la personalità e renderla unica. Oggi, si ricorre a valori dozzinali, alla plastica. Si considera importante esprimere la propria personalità attraverso l’abito mentale e materiale e il ricorso a pseudo valori aggiunti. La liturgia della self expression si nutre di beni vacui, effimeri e ingannevoli. Credo che le persone che sfoggiano personalità fasulle dovrebbero fare un esame di coscienza. Chi sono in realtà? – sarebbe il caso si chiedessero quando si ritrovano in camera caritatis, privi di trucco e orpelli. A che serve fingere di essere un altro, attingendo a modelli e archetipi di successo? Me lo chiedo perché sono infastidito dalla proliferazione dei cultori della self expression sempre più convinti che l’unica cosa che conti sia apparire. Eccomi, ergo sum. Passi il selfie, che in definitiva è innocuo, ma come si fa a sopportare gli imbecilli ossessionati dalla smania di affermare un Sé impalpabile? Spiegatemelo perché non riesco più a frequentare gli ambienti affollati né a guardare i programmi televisivi dove gli ospiti si azzannano per mostrare chi ce l’ha più duro o ne sa di più. Bisognerebbe smorzare i toni. Ma capisco che non è facile. La gente ha smesso di parlare sottovoce, adesso grida, anzi gracchia e starnazza a oltranza. Che sia anche questo un aspetto della liturgia che evoca nella mia mente il re nudo di Andersen?

martedì 11 aprile 2017

L'impagabile fardello della consapevolezza


Sovente, le persone che conoscono il mio cammino umano e spirituale si rivolgono a me per schiarirsi le idee. Ma io non sono un faro e, forse, nemmeno una pila tascabile. Tuttavia, comprendo le ragioni per cui mi fanno quel tipo di domanda la cui risposta non è facilmente reperibile, non sui mass media e neanche su wikipedia. In sostanza, le persone di cui parlo credono che la mia consapevolezza possa essere loro d’aiuto. Un aiuto per lo più cognitivo o spirituale. Nei limiti di ciò che ho sperimentato nella vita o conosco, dono senza reticenze, senza secondi fini. Penso sia la cosa giusta. 
Ma cos’è la consapevolezza? È più facile comprenderla che spiegarla. Voglio provarci comunque. Il filosofo John Locke diceva che essa “fa sì che un uomo sia se stesso a se stesso”. Non è scontato capire il senso di queste parole, ma ci avvicinano a una definizione più chiara, un omaggio di Tiziano Terzani che certamente espanse la sua coscienza e conquistò la consapevolezza: “vivere una vita in cui potersi riconoscere”. Siamo ancora nel vago, per quanto si possa intuire che essere consapevoli significa capire, comprendere, compenetrare la conoscenza delle cose e soprattutto di se stessi (il famoso “Gnozi te autòn” del santuario di Delfi) in maniera non superficiale ma profonda. I mistici indiani sostenevano che noi viviamo ottenebrati giacché il velo di Maya ci impedisce di vedere oltre la realtà sensibile. Quando questo velo cade, iniziamo a vedere, cioè a comprendere in modo diverso, più intimo e insieme ampio. Si espande la coscienza e quindi la visione di ciò che siamo e che ci circonda. La consapevolezza, in definitiva, è una cognizione limpida e profonda della vita e dell’universo. 
Ma come ci si arriva? Non citerò i sapienti che in varie epoche e a diverse latitudini ci hanno fornito il viatico e le coordinate per acquisire una maggiore consapevolezza. Ma consentitemi di parafrasare un uomo che ha dedicato la sua vita ad aiutare il prossimo a districarsi nel labirinto che la mente costruisce per rallentare il cammino verso la messa a fuoco. Parlo di Jung, secondo cui “la tua visione diventa chiara solo quando guardi dentro il tuo cuore. Chi guarda fuori, sogna. Chi guarda dentro, si risveglia.” In effetti, la consapevolezza coincide con il risveglio della coscienza, che può essere alimentato sia da fonti empiriche (le esperienze che cambiano la vita) sia da sorgenti spirituali e culturali (l’apprendimento del sapere misterico ed esoterico). Fin qui, mi pare di avere scritto cose note, quasi ovvie. Quello che è meno ovvio, purtroppo, è che la consapevolezza è un fardello gravoso. Jung metteva in guardia i suoi pazienti: “Non c’è presa di coscienza senza dolore”. Ecco il punctum dolens: per raggiungere la consapevolezza bisogna fare tanta fatica e prima ancora di ottenerla (anche se in parte) si innesca la spirale della sofferenza. La consapevolezza, infatti, non ci rende la vita più facile, non fa di noi persone fortunate o ricche, non ci garantisce la felicità terrena.
Vorrei lo capisse e accettasse chi chiede il mio aiuto, i miei consigli. Perciò rispondo con una metafora. Immaginate di avere scelto di salire su una montagna altissima e impervia, e di doverlo fare a mani nude, poco attrezzati, senza il supporto di guide o sherpa (se non virtuali e teorici, giacché i maestri indicano la via, non la percorrono con voi). Avete intuito che raggiungere la vetta vi permetterà di scoprire ciò che non potete vedere rimanendo a valle, dove vive la stragrande maggioranza del genere umano. Ciò vi dona la forza per scalare l’altura, vivere con il naso puntato verso la cima, gli occhi febbricitanti che scrutano fra le nubi che circondano la montagna. Vi arrampicate con grandi sacrifici, cadendo e ricadendo più volte, e più salite di quota più la vostra coscienza si evolve e il vostro anelito si fa pressante. Nel contempo, crescono i disagi e la respirazione diventa difficoltosa. Intorno a voi si fa il vuoto e gli agenti atmosferici si abbattono su di voi. Provate la tentazione di tornare a valle, dove il clima è migliore e i rischi minori. Invece no, insistete e salite ancora, abbagliati dalla luce, abbracciati dal vento. E finalmente, il diradare delle nuvole annuncia che vi state avvicinando alla vetta, su cui splende il sole. Avete raggiunto la meta (ma forse è solo un grado) e vi godete un panorama impagabile. Il vostro sguardo spazia ovunque e ammira ciò che non avevate mai visto e di cui non conoscevate l’esistenza. Come sono piccole le case e ancora più piccoli gli esseri umani con le loro miserie! I fiumi sembrano strisce di raso d’argento, i boschi e le valli sono pennellate d’artista. La vostra nuova specola vi fa capire i limiti della percezione, i limiti delle unità di misura, i limiti delle concezioni umane. Sapete che lassù il mondo è completamente diverso da come credono quelli che vivono laggiù. Vi sfiora un pensiero: chissà come dev’essere la realtà osservata da un astronauta? Improvvisamente, capite ciò che la Fisica ha scoperto da tempo, che è l’osservatore a creare la realtà. Capite che il tutto si configura così come i vostri sensi lo colgono. Vi sentite liberi e pensate che da ora in poi sarete felici perché avete stracciato il velo di Maya. Ahimè, vi illudete. Da questo momento, non potrete più affrancarvi del fardello della consapevolezza. Vivendo in mezzo a uomini e donne comuni, avviluppati nella loro insipienza, sarete condannati ad essere incompresi e quindi infelici. La vostra coscienza sarà prevaricata dall’incoscienza della massa ipovedente, la vostra consapevolezza non accrescerà la stima altrui nei vostri confronti. Al contrario, rischierete d’essere messi alla gogna come è sempre successo e sempre succederà a chi vuole donare le perle ai porci. 
Che fare, dunque? Me lo hanno chiesto in tanti. E poco importa se a chiederlo erano viaggiatori all’inizio dell’ascesa o alpinisti giunti a quote significative. La verità imprescindibile è che non esiste la vetta. La consapevolezza non ha limiti né confini ma una costante: il dolore. Chi sa, soffre. Chi espande la propria coscienza acquista lo status di alieno agli occhi degli altri. E gli alieni, benché siano pacifici ed evoluti, ci fanno paura. Mettetevi il cuore in pace. Se vi siete incamminati sul lungo sentiero che porta alla gnosi e quindi alla consapevolezza, dovete essere pronti a portare un fardello che in certi momenti vi sembrerà insopportabile. Dovete accettare lindifferenza, lincomprensione, la solitudine. Ma come ben sanno i viandanti che percorrono a piedi l’intero cammino per Santiago de Compostela, non solo la meta ma ancor più la bellezza del viaggio rende impagabile sostenere ogni sforzo e incomprensione. Ve lo assicuro, arrivare alla consapevolezza, per quanto essa sia relativa, non ha prezzo.