martedì 11 aprile 2017

L'impagabile fardello della consapevolezza


Sovente, le persone che conoscono il mio cammino umano e spirituale si rivolgono a me per schiarirsi le idee. Ma io non sono un faro e, forse, nemmeno una pila tascabile. Tuttavia, comprendo le ragioni per cui mi fanno quel tipo di domanda la cui risposta non è facilmente reperibile, non sui mass media e neanche su wikipedia. In sostanza, le persone di cui parlo credono che la mia consapevolezza possa essere loro d’aiuto. Un aiuto per lo più cognitivo o spirituale. Nei limiti di ciò che ho sperimentato nella vita o conosco, dono senza reticenze, senza secondi fini. Penso sia la cosa giusta. 
Ma cos’è la consapevolezza? È più facile comprenderla che spiegarla. Voglio provarci comunque. Il filosofo John Locke diceva che essa “fa sì che un uomo sia se stesso a se stesso”. Non è scontato capire il senso di queste parole, ma ci avvicinano a una definizione più chiara, un omaggio di Tiziano Terzani che certamente espanse la sua coscienza e conquistò la consapevolezza: “vivere una vita in cui potersi riconoscere”. Siamo ancora nel vago, per quanto si possa intuire che essere consapevoli significa capire, comprendere, compenetrare la conoscenza delle cose e soprattutto di se stessi (il famoso “Gnozi te autòn” del santuario di Delfi) in maniera non superficiale ma profonda. I mistici indiani sostenevano che noi viviamo ottenebrati giacché il velo di Maya ci impedisce di vedere oltre la realtà sensibile. Quando questo velo cade, iniziamo a vedere, cioè a comprendere in modo diverso, più intimo e insieme ampio. Si espande la coscienza e quindi la visione di ciò che siamo e che ci circonda. La consapevolezza, in definitiva, è una cognizione limpida e profonda della vita e dell’universo. 
Ma come ci si arriva? Non citerò i sapienti che in varie epoche e a diverse latitudini ci hanno fornito il viatico e le coordinate per acquisire una maggiore consapevolezza. Ma consentitemi di parafrasare un uomo che ha dedicato la sua vita ad aiutare il prossimo a districarsi nel labirinto che la mente costruisce per rallentare il cammino verso la messa a fuoco. Parlo di Jung, secondo cui “la tua visione diventa chiara solo quando guardi dentro il tuo cuore. Chi guarda fuori, sogna. Chi guarda dentro, si risveglia.” In effetti, la consapevolezza coincide con il risveglio della coscienza, che può essere alimentato sia da fonti empiriche (le esperienze che cambiano la vita) sia da sorgenti spirituali e culturali (l’apprendimento del sapere misterico ed esoterico). Fin qui, mi pare di avere scritto cose note, quasi ovvie. Quello che è meno ovvio, purtroppo, è che la consapevolezza è un fardello gravoso. Jung metteva in guardia i suoi pazienti: “Non c’è presa di coscienza senza dolore”. Ecco il punctum dolens: per raggiungere la consapevolezza bisogna fare tanta fatica e prima ancora di ottenerla (anche se in parte) si innesca la spirale della sofferenza. La consapevolezza, infatti, non ci rende la vita più facile, non fa di noi persone fortunate o ricche, non ci garantisce la felicità terrena.
Vorrei lo capisse e accettasse chi chiede il mio aiuto, i miei consigli. Perciò rispondo con una metafora. Immaginate di avere scelto di salire su una montagna altissima e impervia, e di doverlo fare a mani nude, poco attrezzati, senza il supporto di guide o sherpa (se non virtuali e teorici, giacché i maestri indicano la via, non la percorrono con voi). Avete intuito che raggiungere la vetta vi permetterà di scoprire ciò che non potete vedere rimanendo a valle, dove vive la stragrande maggioranza del genere umano. Ciò vi dona la forza per scalare l’altura, vivere con il naso puntato verso la cima, gli occhi febbricitanti che scrutano fra le nubi che circondano la montagna. Vi arrampicate con grandi sacrifici, cadendo e ricadendo più volte, e più salite di quota più la vostra coscienza si evolve e il vostro anelito si fa pressante. Nel contempo, crescono i disagi e la respirazione diventa difficoltosa. Intorno a voi si fa il vuoto e gli agenti atmosferici si abbattono su di voi. Provate la tentazione di tornare a valle, dove il clima è migliore e i rischi minori. Invece no, insistete e salite ancora, abbagliati dalla luce, abbracciati dal vento. E finalmente, il diradare delle nuvole annuncia che vi state avvicinando alla vetta, su cui splende il sole. Avete raggiunto la meta (ma forse è solo un grado) e vi godete un panorama impagabile. Il vostro sguardo spazia ovunque e ammira ciò che non avevate mai visto e di cui non conoscevate l’esistenza. Come sono piccole le case e ancora più piccoli gli esseri umani con le loro miserie! I fiumi sembrano strisce di raso d’argento, i boschi e le valli sono pennellate d’artista. La vostra nuova specola vi fa capire i limiti della percezione, i limiti delle unità di misura, i limiti delle concezioni umane. Sapete che lassù il mondo è completamente diverso da come credono quelli che vivono laggiù. Vi sfiora un pensiero: chissà come dev’essere la realtà osservata da un astronauta? Improvvisamente, capite ciò che la Fisica ha scoperto da tempo, che è l’osservatore a creare la realtà. Capite che il tutto si configura così come i vostri sensi lo colgono. Vi sentite liberi e pensate che da ora in poi sarete felici perché avete stracciato il velo di Maya. Ahimè, vi illudete. Da questo momento, non potrete più affrancarvi del fardello della consapevolezza. Vivendo in mezzo a uomini e donne comuni, avviluppati nella loro insipienza, sarete condannati ad essere incompresi e quindi infelici. La vostra coscienza sarà prevaricata dall’incoscienza della massa ipovedente, la vostra consapevolezza non accrescerà la stima altrui nei vostri confronti. Al contrario, rischierete d’essere messi alla gogna come è sempre successo e sempre succederà a chi vuole donare le perle ai porci. 
Che fare, dunque? Me lo hanno chiesto in tanti. E poco importa se a chiederlo erano viaggiatori all’inizio dell’ascesa o alpinisti giunti a quote significative. La verità imprescindibile è che non esiste la vetta. La consapevolezza non ha limiti né confini ma una costante: il dolore. Chi sa, soffre. Chi espande la propria coscienza acquista lo status di alieno agli occhi degli altri. E gli alieni, benché siano pacifici ed evoluti, ci fanno paura. Mettetevi il cuore in pace. Se vi siete incamminati sul lungo sentiero che porta alla gnosi e quindi alla consapevolezza, dovete essere pronti a portare un fardello che in certi momenti vi sembrerà insopportabile. Dovete accettare lindifferenza, lincomprensione, la solitudine. Ma come ben sanno i viandanti che percorrono a piedi l’intero cammino per Santiago de Compostela, non solo la meta ma ancor più la bellezza del viaggio rende impagabile sostenere ogni sforzo e incomprensione. Ve lo assicuro, arrivare alla consapevolezza, per quanto essa sia relativa, non ha prezzo.

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