martedì 18 aprile 2017

Self expression, la liturgia della personalità


Potremmo definirla la generazione della “self expression”, vale a dire il bisogno impellente di esprimere se stessi, la propria personalità. Mai come negli ultimi tempi, infatti, il genere umano ha manifestato in maniera parossistica la liturgia di autoespressione che non è poi così diversa dall’istinto animale di marcare il terreno con la propria urina o con gli escrementi. Tuttavia, non è corretto parlare di generazione. La febbre che riscontro soprattutto nei giovani è trasversale, contagia anche persone meno giovani per non dire anziane. È come se, con l’avvento del nuovo millennio e delle tecnologie innovative, la necessità di apparire abbia preso il sopravvento sull’essere, il bisogno di timbrare la vita con un marker della propria presenza abbia prevalso sul quieto vivere. Ma forse c’è sempre stato, questo istinto che nasce dalla paura di passare inosservati. In fondo, la febbre del selfie, un rituale così ossessivo da poterlo definire l’epitome della self expression, è solo la manifestazione contemporanea di quelle che una volta erano manie più rare. Già nell’antichità, e maggiormente nei secoli XVIII e XIX, al tempo del “Grand Tour”, i viaggiatori, non necessariamente incolti, incidevano il loro nome sulle pietre e i monumenti, a imperitura memoria della loro visita, della loro esistenza. Oggi, ci si illude che un selfie, scattato nel posto giusto e con il giusto corollario, ci consegni alla storia. Vale un’incisione, un graffito, una firma. E comunque, è preferibile a un atto vandalico. 
In realtà, il selfie con il telefonino è un mero aspetto della questione. I mezzucci per esprimere la propria identità sono tanti. Gli atteggiamenti trasgressivi, l’abbigliamento eccentrico, lo stile di vita inimitabile che riempie il vuoto interiore si rivelano strumenti efficaci per affermare non solo la propria personalità ma una presunta superiorità. Come se un vestito firmato, un’auto di lusso, una comparsata in televisione o il linguaggio del corpo (i tatuaggi, la nail art, ecc) facessero di noi persone migliori di chi non ha bisogno di eccessi o espedienti. Paradossalmente, la liturgia della self expression coinvolge specialmente chi di personalità ne ha poca. Sembra quasi che a motivare le tante teste di legno che nutrono il bisogno spasmodico di affermare la triade effimera dell’Ego – “io sono”, “io c’ero” “io posso” – sia un bisogno ancora più profondo del desiderio di approvazione da parte degli altri o di un posticino al sole, anche solo per cinque minuti. Dostoevskij ha scritto che “manifestare la personalità è un’esigenza di autoconservazione”. Credo abbia intuito la natura del problema. Tutti vorremmo lasciare un segno del nostro passaggio, tutti desideriamo l’approvazione sociale. Chi si fa prendere la mano, però, è angosciato dalla paura di essere invisibile, di perdere la propria identità (ammesso che ne abbia una), di essere vivo. La self expression è il grido disperato di chi ha una scarsa personalità e cerca aiuto all’esterno. 
A questo punto, mi chiedo cosa sia realmente la personalità. Va da sé che questo termine indichi l’insieme dei caratteri primari e delle modalità comportamentali di un individuo, in sostanza ciò che lo rende unico nell’universo. Esistono persone con una personalità precisa, accentuata, a volte forte. Ma ci sono individui senza personalità (in realtà ne hanno una, ma è labile) o con una personalità aleatoria. I romani avevano capito che la personalità è spesso legata all’inganno. Si finge d’essere ciò che non si è, in virtù di caratteri e comportamenti che non ci appartengono. Cicerone metteva in guardia i coevi dicendo che la personalità di un individuo è la sua dignità ma anche la parte che recita nella vita. In effetti, nell’antica Roma, “Persona” era il nome della maschera indossata dagli attori in teatro. Lo stesso avviene nel teatro giapponese. Jung ha ripreso il concetto della “Persona” nella sua ricerca psicologica. Da sempre, assistiamo agli sviluppi più o meno comici o drammatici di una esasperata “self expression” di cui nessuno è esente o immune. Ha ragione Proust: “la nostra personalità sociale è una creazione del pensiero altrui”. Molti preferiscono uniformarsi alle aspettative socio-culturali anziché sviluppare una propria personalità originale. È più facile imitare che creare e in una società piena di pecore matte, indossare la maschera del cane lupo ci valorizza. Viviamo in un’epoca segnata dal culto della personalità e dal bisogno di imporre agli altri la propria personalità. Senza contare che siamo circondati da una miriade di individui dalla doppia personalità. È merce rara essere se stessi e apparire per quello che si è realmente. Quando ti relazioni con una persona ti viene subito il sospetto che reciti un ruolo. E se ti accorgi che sprizza personalità da tutti i pori, ti chiedi quanto sia fittizia la sua identità. Uno, nessuno o centomila? 
Quel che mi dispiace è riscontrare che i mattoncini per costruire la parvenza di una personalità siano fatti dello stesso materiale del Lego. Una volta, erano la cultura, l’etica e la virtus a dettare i comportamenti, formare la personalità e renderla unica. Oggi, si ricorre a valori dozzinali, alla plastica. Si considera importante esprimere la propria personalità attraverso l’abito mentale e materiale e il ricorso a pseudo valori aggiunti. La liturgia della self expression si nutre di beni vacui, effimeri e ingannevoli. Credo che le persone che sfoggiano personalità fasulle dovrebbero fare un esame di coscienza. Chi sono in realtà? – sarebbe il caso si chiedessero quando si ritrovano in camera caritatis, privi di trucco e orpelli. A che serve fingere di essere un altro, attingendo a modelli e archetipi di successo? Me lo chiedo perché sono infastidito dalla proliferazione dei cultori della self expression sempre più convinti che l’unica cosa che conti sia apparire. Eccomi, ergo sum. Passi il selfie, che in definitiva è innocuo, ma come si fa a sopportare gli imbecilli ossessionati dalla smania di affermare un Sé impalpabile? Spiegatemelo perché non riesco più a frequentare gli ambienti affollati né a guardare i programmi televisivi dove gli ospiti si azzannano per mostrare chi ce l’ha più duro o ne sa di più. Bisognerebbe smorzare i toni. Ma capisco che non è facile. La gente ha smesso di parlare sottovoce, adesso grida, anzi gracchia e starnazza a oltranza. Che sia anche questo un aspetto della liturgia che evoca nella mia mente il re nudo di Andersen?

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