mercoledì 24 maggio 2017

Il gabbiano, impeccabile guardiamarina del cielo


Ho trascorso qualche giorno al mare e il mio soggiorno è stato allietato da uno spettacolo fuori programma. Qualche settimana fa, sul tetto di una casa sottostante la mia, si sono schiuse due uova di gabbiano e i pulcini venuti al mondo, pur avendo già messo le penne, non hanno ancora raggiunto la maturità per spiccare il volo. I loro genitori, due splendidi gabbiani reali, vegliano su di loro notte e giorno, senza soluzione di continuità. I progressi dei neonati sono veloci e strabilianti, per quanto zampettino sulle tegole in modo maldestro, e la loro audacia, come il loro appetito, segnalato da un pigolio continuo, cresce di giorno in giorno. I piccoli del Larus michaellis – il gabbiano reale zampegialle o gabbiano mediterraneo – assomigliano a pollastri di colore grigio-marroni e confermano la strabiliante capacità della natura di stupirci con le sue metamorfosi. È difficile, infatti, immaginare che crescendo cambieranno livrea, assumendo quella bianca, grigia e nera da guardiamarina degli adulti, che sono straordinariamente eleganti e fieri, a terra come in cielo. Ritengo che pochi altri uccelli marini siano altrettanto armoniosi e insieme vezzosi, grazie al massiccio becco giallo con una macchia rossa e le zampe dello stesso colore. E pochi altri volatili hanno saputo integrarsi nell’habitat umano con pari sicurezza. “Non so dove i gabbiani abbiano il nido” cantava un tempo il poeta Cardarelli. Negli ultimi decenni, i gabbiani non nidificano più solo sulle spiagge, nelle paludi, nei letti dei fiumi o sulle scogliere ma hanno scelto come riparo i tetti e le terrazze urbane meno frequentate. Sono sempre più socievoli e baldanzosi.
Confesso che li ho sempre ammirati e poiché vivo in una città lacustre ho una discreta familiarità con loro. Ma i grandi gabbiani mediterranei costituiscono per me una sorpresa continua. In questi giorni non ho potuto fare a meno di osservarli a lungo e di apprezzarne la condotta. Papà e mamma non hanno mai abbandonato il nido, l’hanno presidiato a turno con l’atteggiamento della sentinella impassibile ma rotta a incursioni furibonde. In certi momenti, apparivano così impettiti da ricordare i commodori sulla tolda della nave. Quando uno dei due lasciava il tetto per andare in cerca di cibo, l’altro genitore diventava più inquieto e lanciava acuti degni ora di un cantante lirico ora di un ubriacone. A proposito, molti si chiederanno quale sia il verso peculiare del gabbiano. I francesi lo chiamano “le cri des muettes”, gli spagnoli lo indicano come “el chilido de la gaviota”, gli inglesi parlano di “the shrill cries of seagulls” e i tedeschi, infine, usano l’espressione “Mövenschrei”. Ho sempre pensato che i verbi della lingua italiana più corretti fossero: “garrire e stridere”. Ho dovuto ampliare la gamma. I gabbiani di Sanremo gridano, emettono schiamazzi e trilli rauchi, e spesso miagolano. Sì, avete capito bene, emettono una sorta di miagolio e ogni modulazione, come il fischio del nostromo, corrisponde a un messaggio diverso, sicché ho scoperto quanto sia articolato e complesso il linguaggio di questo signore del mare. Altrettanto sorprendente, però, è l’istinto protettivo che rende i gabbiani reali genitori irreprensibili. Romano Battaglia ha rimarcato che essi “sono capaci di gesti sublimi, di comportamenti che ci lasciano stupefatti, e si innamorano e rimangono fedeli al compagno o alla compagna per tutto il tempo della loro vita”. Mi pare siano migliori di tanti esseri umani. Mi sono emozionato, quasi commosso, a vedere con quanta delicatezza alimentano e vezzeggiano i pulcini o si coccolano fra loro, scambiandosi tenerezze. Ufficiale e gentiluomo – è così che mi va di definire il maschio. La femmina è un cuore di mamma straboccante. Immagino che entrambi lotterebbero e si sacrificherebbero se un rapace attaccasse i loro piccoli. 
Quando ero piccolo, un pescatore mi disse che i gabbiani sono le anime dei morti. È solo una credenza diffusa fra i marinai, tant’è che nelle città di mare si giura che vederne tre in volo sulla testa di un uomo sia un presagio di morte. Per altro, i miei ricordi de Il gabbiano di Cechov avvalorano quel tasso di mestizia che ho sempre colto nei gabbiani. Belli e raffinati, sì, ma inclini alla malinconia. Avete mai fatto caso, ad esempio, alle loro orme impresse sulla sabbia bagnata? C’è una poesia di Pablo Neruda che dice “le mie parole si fanno sottili, a volte, come impronte di gabbiani sulla spiaggia”. Bè, non so voi, ma a me ha sempre stretto il cuore questa sottigliezza esistenziale, questa precarietà e volatilità intima. Ma quel che è certo, non credo di sbagliarmi, è che nell’immaginario collettivo il gabbiano non richiama l’uccello invadente e famelico che volteggia sopra le discariche o il predatore minaccioso, ma il fantastico Jonathan Livingstone, che associamo a una “infinita idea di libertà, senza limite alcuno”, una creatura che non “vacilla né stalla mai”. Chi ha letto lo splendido libro di Richard Bach sa che Jonathan Livingstone è l’eccezione che conferma la regola. Non tutti i gabbiani amano la libertà e il volo fine a se stesso, i più sono ossessionati dall’idea di procacciarsi il cibo. Ma a noi piace credere che il gabbiano sia un cultore della vita inimitabile, assetato di conoscenza, un viaggiatore incallito e indipendente. Secondo Bach “ci sono gabbiani che aspirano alla perfezione, anche senza intraprendere alcun viaggio, e arrivano ovunque e in un baleno”. Ho come l’impressione che i due gabbiani reali ai quali mi sono affezionato appartengano a questa specie. Pur amando la libertà e il volo, sanno sacrificarsi in nome dell’amore e della continuità della vita. Cosa c’è di più eroico? 
Non so quale sia l’aspettativa di vita di un gabbiano ma so che i guardiamarina del cielo vivono pienamente e con intensità il tempo concesso loro dal creatore degli oceani. E mentre seguo con gli occhi apprensivi il timido attacco di un grosso ratto, messo in fuga da papà gabbiano, non posso fare a meno di recitare in camera caritatis la strofa di Cardarelli a cui accennavo. “Non so dove i gabbiani abbiano il nido./ io son come loro / in perpetuo volo. / La vita la sfioro / com’essi l’acqua ad acciuffare il cibo”.

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