mercoledì 17 maggio 2017

Meglio soli o male accompagnati?


Fra le molteplici contraddizioni in cui si dimena l’animo umano merita una particolare riflessione l’antinomia che ci porta ad amare la solitudine e a un tempo cercare la compagnia. Non esiste un solo uomo sulla terra che non abbia provato queste due pulsioni opposte nel corso della sua vita. La ragione per cui ciò accade è profonda: siamo soggetti alla legge di polarità, al dualismo che condiziona non solo la nostra visione della realtà ma soprattutto il nostro comportamento. È lo stesso principio che influenza l’aspirazione al bene e l’attrazione esercitata dal male. 
Dell’istinto che ci conduce verso l’individualismo e la solitudine ho già scritto, perciò voglio approfondire le ragioni e le implicazioni della spinta verso l’aggregazione. La prima questione che mi pongo da sempre è se l’uomo sia realmente un animale sociale come lo definì Aristotele o se, al contrario, l’uomo socializza perché deve soddisfare esigenze fondamentali. La seconda opzione suggerisce che la socializzazione non sarebbe un istinto primario ma un bisogno indotto, il mezzo per soddisfare altri bisogni. Quali sono? Studiando il comportamento degli animali, Darwin individuò bisogni che potremmo riassumere nel paradigma “l’unione fa la forza”. Il filosofo Hobbes, noto misantropo, sosteneva che l’uomo è asociale e si avvinghia agli altri per mero interesse. E se fosse vero che l’essere umano prova simpatia per i suoi simili solo perché cerca protezione e consenso? Sospetto che non nasciamo “sociali”, impariamo ad esserlo giocoforza, perché ci insegnano ad esserlo, perché la socializzazione comporta svariati vantaggi. Potrebbe essere il nostro istinto di conservazione a spingerci verso gli altri? Il paradosso è che lo stesso istinto, mutuato dalla consapevolezza di quanto sia difficile convivere e condividere, ci allontana, ci induce a rinchiuderci in noi stessi, a fuggire. Le dinamiche dell’aggregazione sono spesso dolorose e comportano sacrifici che possono snaturarci. Non è sbagliato pensare che l’uomo sia un lupo per l’altro uomo. 
Confesso che ho sempre preferito la solitudine alla compagnia, salvo quella familiare. Il “prossimo” mi ha deluso e sfruttato tante di quelle volte che oggi, superata la soglia dei sessant’anni, ho scelto di tagliare quasi definitivamente il cordone ombelicale che mi lega al tessuto sociale. Non sento la mancanza dei falsi amici né dell’approvazione del mondo. Però non ho smesso di avvertire il fascino dell’appartenenza a qualcosa i cui valori o principi collimano con i miei. Non ho smesso di far parte di un’associazione di soccorso sanitario che svolge il servizio 118 o di aggregarmi ai tifosi della mia squadra del cuore sugli spalti di uno stadio. Ma ho rinunciato a ogni altro tipo di aggregazione. Non mi interessa avere un ruolo nella buona società, appartenere a club, lobbies, circoli e fazioni di varia natura, recitare a soggetto per compiacere gli altri. Benché io apprezzi alcune aggregazioni sociali, non me la sento di farne parte. Forse perché sono un uomo libero, da sempre, e non ho mai voluto rinunciare nemmeno a un spicchio della mia libertà per calcolo o interesse. D’altra parte, ho imparato che l’essere umano, quando è solo, non è cattivo né pericoloso in via di massima, però diventa un’insidia quando si unisce ai suoi simili. Potrei fare mille esempi e basta evocare la sindrome del branco o del gregge, e persino l’effetto “bandwagon”, per indicare i rischi dell’aggregazione. Non è il caso che approfondisca gli aspetti della questione. Sappiamo tutti che quando un uomo si identifica in un gruppo, una gang, una fazione o una setta, le sue azioni smettono di essere dettate dalla coscienza o dal buon senso, sono provocate da mozioni emotive a volte parossistiche. Il bravo ragazzo che da solo non farebbe male a una mosca o il gregario in cerca di riscatto o della propria identità, trova nel branco quello di cui ha bisogno: protezione, autostima e giustificazione. Purtroppo il branco pratica la violenza fisica e verbale perché è l’unico linguaggio di cui è capace. Ha una sua legge, brutale ma prevaricatrice. L’anonimato fa il resto, scioglie le inibizioni etiche che ogni membro dell’accozzaglia conserverebbe se fosse solo. Sarebbe riduttivo identificare il branco solo nei gruppi giovanili che fanno casino negli stadi, nelle discoteche, nelle scuole, in strada e ovunque ci sia modo di ululare. Esistono branchi più autorevoli. Il bullismo legato alle logiche corporativistiche ha mille sfaccettature ed è diffuso anche fra chi indossa una divisa e negli ambienti di lavoro, in politica e negli ospedali. Molte persone, però, accettano ogni tipo di mortificazione pur di appartenere al gruppo. Ancora più numerosi, a dire il vero, sono gli individui che non amano il branco ma scelgono di far parte della mandria o del gregge. Questo tipo di appartenenza è meno evidente ma molto diffuso. L’effetto bandwagon o carrozzone di cui parlavo è una caratteristica della sindrome del gregge. Consiste, infatti, nel credere o fare certe cose perché la maggioranza ci crede o le fa. Ci si conforma al comportamento e al pensiero delle altre pecore, in modo acritico ma rassicurante. Pecore matte, direbbe Dante. 
In ultimo, voglio considerare gli effetti di quella che lo studioso francese Pierre Lévy ha definito “Intelligenza collettiva”. La diffusione delle tecniche di comunicazione su supporto digitale ha cambiato il mondo e anche le dinamiche dell’aggregazione. Ai tradizionali legami sociali, fondati sull’appartenenza territoriale, economica, politica, culturale, ecc, si è aggiunta la falsa emancipazione dettata dai social network, dal gioco, dalla condivisione di un sapere effimero. Oggi c’è gente che si gonfia il petto fino ad esplodere non per le medaglie al valore che gli sono state appuntate ma per i “Mi piace” accumulati su Facebook. C’è gente che rinuncia alle proprie facoltà mentali (ammesso che ne abbia) per adeguarsi all’intelligenza collettiva. In un mondo dove ci si sente sempre più soli e alienati la cosa più importante è diventata stare in compagnia, e poco conta che sia virtuale o all’insegna dell’happy hour. Mah! Cesare Pavese, che scelse il suicidio come via di fuga, ci ha lasciato questa frase disperata: “Passavo la sera seduto davanti allo specchio per tenermi compagnia”. 
Alla luce di queste brevi osservazioni mi torna in mente un monito che la mia nonna mi ripeteva quando ero piccolo: Meglio soli che male accompagnati. Aveva ragioni da vendere. Non dovremmo avere paura della solitudine quando è il male minore. La socializzazione può avere costi molti elevati e bisogna andarci cauti. Non ce l’ha ordinato il medico di frequentare i vicini di casa, la parrocchia o il Rotary Club.

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