mercoledì 28 giugno 2017

Il delfino, un gioioso capolavoro della natura


Quando ero piccolo non mi perdevo un episodio di Flipper, la serie televisiva che è andata in onda sulla Rai dal 1964 al 1967. Ne era protagonista l’omonimo delfino addomesticato – amico di Porter Ricks, guardia di una riserva marina della Florida, e dei suoi figli Sandy e Bud – che incarnava le straordinarie virtù di questo mammifero. Virtù già note nell’antichità, per altro. Secondo Omero, Apollo assunse le fattezze di un delfino più volte, anche quando accostò ai lidi di Crisa, che gli aprirono la via per Delfi. Lo stesso Omero cantò il delfino per la sua voce accattivante e per il salvataggio dei naufraghi (Telemaco, figlio di Ulisse, fu salvato da un delfino). Come il simpatico Flipper televisivo, i delfini amano gli esseri umani ed è innato in loro l’istinto di soccorrere chi rischia di annegare. Sono gli angeli del mare. Questo istinto compassionevole emerge nel mito del citaredo Arione, raccontato da Erodoto. Costui, costretto a buttarsi in mare, fu infatti salvato da un delfino e condotto in salvo sulle rive del Tenaro. Oppiano, invece, ha riportato la storia vera della tenera amicizia tra un fanciullo e un delfino che accorreva verso la riva quando sentiva il richiamo dell’amico, prendeva il cibo dalle sue mani e in segno di gratitudine lo portava sul dorso a fare un giro in mare aperto. Quando il ragazzo morì, anche il delfino morì di dolore. Difficile credere che un delfino non addestrato si presti a fare da cavalcatura a un essere umano? Eppure, nell’arte greca l’uomo è spesso scolpito a cavallo di un delfino. Gli antichi greci attribuivano al delfino la funzione di psicopompo; il nobile animale si caricava sul dorso le anime dei morti e le trasportava nell’oltretomba. È solo una credenza, sia chiaro, ma Plinio il Vecchio testimonia di come uomini e delfini comunicassero fra loro per catturare i pesci nella laguna di Sète, nella Gallia narbonese. E questo è un fatto vero, per quanto inverosimile. 
La simbologia del delfino ci fa comprendere il peso specifico di questo cetaceo gioioso e giocoso che non è considerato solo l’allegoria della salvezza, in virtù delle leggende che lo vogliono soccorritore e amico dell’uomo, ma anche il simbolo della rigenerazione. Valenza, quest’ultima, che deriva dal mito secondo cui i pirati, dopo avere legato il dio Dioniso all’albero della loro nave, si ubriacarono e caddero in mare, dove si pentirono, trasformandosi in delfini. Il delfino è anche associato alla saggezza, alla prudenza e alla velocità, prerogative facilmente osservabili. Forse, nessuno meglio di Plutarco ha descritto con precisione l’insieme delle qualità che ci fanno amare i delfini. Si tratta, però, di un’attrazione reciproca. “È il suo amore negli confronti degli uomini che lo rende caro agli dei” scrive Plutarco nel Banchetto dei sette saggi “…nel delfino soltanto si trova, in relazione all’uomo, quella cosa che vanno cercando tutti i migliori filosofi, ovvero l’amore disinteressato. Questo animale, infatti, non ha bisogno di ricevere nulla dagli uomini e, dal canto suo, nei confronti di tutti gli uomini mostra la sua benevolenza e amicizia”. 
Se usciamo dall’ambito letterario, scopriamo che anche scienziati ed etologi da una parte e spiritualisti dall’altra sono affascinati dai delfini. I primi hanno studiato a lungo le eccezionalità caratteristiche di quello che potrebbe essere definito “signore della navigazione”. I delfini, infatti, possiedono un metodo di propulsione straordinario che li rende velocissimi (possono raggiungere i 30 nodi marittimi) e sanno nuotare come nessun’altro animale marino, riducendo al minimo la frizione e le turbolenze dell’acqua. La loro capacità di orientamento è senza pari in natura, grazie a un sonar che percepisce l’eco dei segnali acustici e gli ultrasuoni. In effetti, i delfini emettono fischi modulati in una grande variazione e comunicano fra loro utilizzando almeno trentadue segnali chiave. Tanti ne hanno individuati gli studiosi fino ad oggi ma non è escluso che siano molti di più. D’altra parte, l’intelligenza dei delfini è proverbiale. Anche la loro vista e il loro udito sono eccezionali. E che dire della loro eleganza? Konrad Lorenz rimarcò che “il corpo affusolato del delfino è una di quelle cose esistenti in natura nelle quali la bellezza e l’utilità, come la perfezione artistica e tecnica, si combinano in modo quasi incomprensibile. In sostanza, è lecito definire il delfino “capolavoro della Natura”. Nobile e gentile, così ci appare. E capace di emozionarci come pochi altri animali sanno fare. 
Ho avuto la fortuna di avvistare molti delfini in mare e di nuotare in mezzo a loro in acque tropicali. Devo ammettere che mi sono sentito felice come un bambino ogni volta che mi sono trovato accanto ai delfini. Relazionarsi con loro è un’esperienza unica, che ci fa sentire bene e ciò mi fa pensare che gli spiritualisti non abbiano torto quando affermano che il delfino è quasi umano senza averne i difetti. Quasi, perché in realtà è originario di Sirio e delle Pleiadi. Lo so, rischio di entrare in un terreno minato. Mi limiterò a considerare che i delfini sono anime elevate, evolute, perciò “sanno”. Essi hanno il compito di collegare la griglia oceanica con quella terrestre. A buon intenditor poche parole. In più, voglio rimarcare la loro grande potenzialità guaritrice. Alcune università stanno studiando come utilizzare in ambito medico la capacità dei delfini di interagire beneficamente con le cellule del corpo umano. È ormai assodato che i delfini siano in grado non solo di risvegliare il nostro centro emotivo, che risiede nel limbo, ma anche di proiettare nei recessi del corpo umano raggi sonar dall’elevato potere guaritore. Il loro canto non è solo rilassante, dunque, ma terapeutico. Lo dimostra il lavoro svolto sui bambini autistici. A Miami, in Florida, la delfinoterapia viene applicata anche ai malati di cancro e ai terminali, ai paraplegici, ai ragazzi ciechi e sordi. Per ultimo, lo sapevate che il delfino ha poteri telepatici? Teniamolo presente, ogni volta che ne incontriamo uno, anche quelli costretti in un delfinario o in un parco acquatico per il nostro divertimento. Non so cosa pensi di noi un delfino costretto alla cattività, ma so che pensa e, probabilmente, soffre per la sua condizione e insieme per il nostro egoismo. Offriamogli un sorriso, possibilmente la nostra empatia. Ma voglio sperare che il suo amore per il genere umano gli renda meno dure le privazioni, a cominciare dalla perdita della libertà. 
A pensarci bene, uno strano destino unisce i capolavori; affinché siano ammirati li si chiude a chiave.

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