venerdì 2 giugno 2017

Il gioco perverso del corpo a corpo col destino


Ogni volta che si nomina la roulette russa – il gioco d’azzardo dove si punta alla testa una rivoltella nel cui caricatore è stato inserito un solo proiettile, si ruota il tamburo e infine si preme il grilletto – ci torna in mente la scena del film Il Cacciatore di Michael Cimino in cui Mick, un reduce del Vietnam, rimane ucciso durante una macabra sfida alla morte in un locale di Saigon. Impossibile dimenticare la tensione che accomuna i protagonisti Robert De Niro e Christopher Walken, ma anche gli spettatori, in questa sequenza cinematografica entrata nella storia del Cinema. Pochi sanno, tuttavia, che il termine roulette russa è legato a Il fatalista, un racconto del sec. XIX che fa parte del romanzo Un eroe del nostro tempo. Fu lo scrittore russo Lermontov a descrivere per primo una liturgia il cui fine sarebbe dimostrare la propria fiducia nell’immutabilità del destino piuttosto che il disprezzo del medesimo. 
Esistono molte varianti alla roulette russa tradizionale. In questi giorni, leggo di un gioco demenziale che si sta diffondendo a vista d’occhio fra i giovani. Si chiama Blue Whale e pare che a inventarlo sia stato un ragazzo russo. Sarà un caso o possiamo azzardare l’ipotesi che i russi abbiano una certa empatia con le sfide macabre? Sta di fatto che la “balenottera azzurra” è l’ultima moda in vigore fra gli adolescenti più labili. È una forma di azzardopatia estrema, le cui regole sono sfidare le leggi della natura attraverso cinquanta prove, farsi male e per ultimo “spiaggiarsi”, cioè suicidarsi. Demenza pura, irrazionale ma contagiosa a quanto pare. Non è proprio una novità. Da tempo, ci sono giovani che sfidano la morte lungo i binari del treno o attraverso altre forme di corpo a corpo col destino. Ci meravigliamo che ciò accada e ci chiediamo perplessi perché. Per quanto si possano azzardare diverse risposte, la spiegazione resta nebulosa. 
Fateci caso, ho usato il verbo “azzardare” due volte. Non vi suggerisce nulla? In ogni epoca, gli uomini hanno amato il rischio e lo hanno affrontato con baldanza e relativa incoscienza. Ma mai come negli ultimi tempi, segnati dalla disfatta dell’umanesimo, il rischio calcolato ha ceduto il passo all’azzardo, che è tutt’altra cosa. Viviamo in un mondo orfano di valori e principi, sedotto dalle sirene del relativismo. Priva di certezze e modelli di comportamento positivi, l’umanità è andata progressivamente alla deriva, affidandosi a palliativi come la droga, il sesso libero e spregiudicato, l’azzardo. Quest’ultimo fa leva sulle frustrazioni, il desiderio di cambiare il corso della propria vita, dai più considerata fallimentare. L’esempio più eclatante è il gioco d’azzardo. Sono sempre esistiti i giocatori e la mamma degli illusi sarà sempre incinta, tuttavia il gioco d’azzardo non è più il retaggio di pochi speranzosi sprovveduti ma la valvola di sfogo di un numero impressionane di persone. È diventata una febbre corrosiva. Lo scrittore Malraux annotò che “il gioco è un suicidio senza morte”. I dati indicano che il numero di aspiranti suicidi senza morte è in continuo aumento. L’azzardopatia crea dipendenza, come la droga, e poco importa se il malato brucia la sua fortuna al Casinò, in una tabaccheria o attraverso le scommesse online. Fa specie la diffusione e il successo dei bookmaker, la pubblicità ossessiva che passa sulle reti televisive e incita all’azzardo, come se fosse una cosa normale, giusta e gratificante. Il messaggio subliminale è: “se non giochi sei out”. Pur di giocare, la gente fa debiti e si rovina. L’euforia dell’azzardo giustifica la disperazione in cui si cade. E poi ci meravigliamo se i giovani che di soldi in tasca ne hanno pochi (li spendono tutti per l’aperitivo e i telefonini up to date), alzino il tiro. In fondo, tagliarsi le vene, sdraiarsi sui binari della ferrovia e compiere altre bravate simili non costa nulla e assicura visibilità, soprattutto se l’impresa è filmata e messa in rete. Si può morire felici se si finisce su You Tube, o no?
Mi chiedo cosa spinga realmente le persone a impegnarsi in un corpo a corpo perdente col destino. Dovrei entrare nella testa dei cerebrolesi che hanno scelto l’azzardo estremo per intuirlo, giacché ogni spiegazione psicologica e sociologica non mi convince. Chissà… forse mettere in pericolo se stessi, rischiare la propria vita per farsi belli agli occhi dei coetanei, è una forma di protesta, una sfida al mondo più che al destino. Perché si fa presto a dire “sfido il destino”, prima bisognerebbe avere ben chiaro il significato e le prospettive di questo concetto che ha causato l’insonnia a filosofi e grandi pensatori. Una cosa è certa, dal pensionato che si avvilisce con le slot machines anziché giocare a bocce, alla ragazzina che considera il suicidio più nobile della vita, l’intero universo degli azzardopatici s’illude di poter cambiare il proprio destino attraverso gesti insani, irresponsabili, autolesionistici. Come se il destino si facesse influenzare dalla stupidità umana, dalle sciocche illusioni. Come se la vita fosse disposta a premiare il primo che passa, forte del fatto di avere cercato delle scorciatoie o scelto di lanciarsi nel baratro. 
Non ho mai giocato e mai lo farò, quindi riconosco di non essere in grado di capire gli imbecilli che non possono fare a meno di impegnarsi in una lotta impari col destino. Meno cruento quello di chi butta i soldi nel cesso inseguendo l’utopia della vincita che sistema ogni cosa, letale quello di chi scarica nel cesso la propria vita, come se fosse merda. Un ultimo dettaglio. Compatisco le vittime, in fondo, ma non sopporto i mandanti. Provo indignazione per la connivenza di chi dovrebbe proteggere e invece istiga, di chi dovrebbe educare e invece corrompe. Mi riferisco allo Stato, alle televisioni e all’industria cinematografica. L’avidità di chi non ha scrupoli spinge i più deboli all’autodistruzione, la ricerca del profitto promuove il vizio, la fragilità indotta da un sistema sociale iniquo e crudele che esalta il nichilismo conduce all’autoimmolazione. Purtroppo non ho rimedi da suggerire. Sono disincantato al punto di pensare che il progresso umano abbia camminato in modo inversamente proporzionale alla capacità di accettare il destino, qualunque esso sia. Eppure, tutti veniamo al mondo con un compito che abbiamo assunto in maniera consapevole prima di incarnarci.  
Cui prodest ribellarci ad esso? Sorrido all’idea che si possa piegare al nostro volere l’Ananke, contro la quale non combattevano nemmeno gli dei.

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