sabato 17 giugno 2017

Il rifiuto scoraggia o tempera la volontà?


Non c’è essere umano che non abbia conosciuto la delusione che subentra dopo un rifiuto. Non fa gran differenza che il rifiuto sia di natura sentimentale o morale, legato al lavoro o alla sfera più intima; esso ci turba, provoca reazioni ondivaghe, oscillanti fra gli estremi della rabbia e la rassegnazione. Molte persone sono scoraggiate da un diniego, soprattutto se è ripetuto. Perciò rinunciano ai loro sogni, alle prospettive e ai piani congegnati. Altre non desistono. Il rifiuto diventa per loro uno stimolo ulteriore, uno sprone per l’orgoglio. Sovente, il rifiuto tempera la volontà, la rende più forte. Può essere una fortuna nel prosieguo del proprio cammino esistenziale.
Ho collezionato tanti rifiuti nella vita ma sono uno che non molla mai. I rifiuti hanno temprato la mia volontà. Lotto con tenacia, fino alla fine, anche se sono consapevole che i rifiuti continui non lasciano margine alla speranza. Il rifiuto sistematico che potrei eleggere vincitore della mia personale classifica è quello editoriale. Lo equiparo alla lotta che Don Chisciotte ingaggiò contro i mulini a vento. Da sempre busso alle porte della grande editoria e ne sono respinto come se fossi un accattone. Nemmeno gli agenti letterari hanno intuito le mie potenzialità. Ho sperimentato l’intera gamma delle argomentazioni con cui puoi essere liquidato e confesso che alcune mi hanno esasperato. Fatti salva la maggioranza dei casi in cui gli editori rifiutano le proposte ricevute perché i libri sono sgrammaticati, mediocri o indegni d’attenzione, si è rifiutati per inadeguatezza, miopia, prudenza, viltà o invidia. Ma anche per motivi ideologici o tecnici, sulla base della poetica o della linea editoriale, per causa di forza maggiore. Comprendo alcune giustificazioni ma ci rimango male quando ti elogiano, dicono che il tuo libro è speciale, scritto bene ma con troppa eleganza e quindi inadatto al mercato, oppure non ti rispondono affatto. Mi è persino capitato che un editore importante mi mettesse sotto contratto ma poi non mi pubblicasse. Aspetto ancora oggi una spiegazione. Quello che fa più male è l’indifferenza che vale una condanna e mette sullo stesso piano lo scrittore e l’opera di pregio al tentativo velleitario di chi non possiede un briciolo di talento né gli strumenti per scrivere nemmeno un necrologio. Allora subentra nell’animo la frustrazione, che non è mitigata dalla consapevolezza che gli editori non sostengono la letteratura, si limitano a dare in pasto al popolo bue ciò di cui è ghiotto. Per fortuna, panta rei. Pensi che in fondo scrivi per un tuo bisogno fisiologico, che il dovere di uno scrittore sia continuare a produrre idee e storie. Essere pubblicati sarebbe il coronamento della propria fatica ma non è la quintessenza della missione creativa. Il vero sforzo è compiuto nel dare alla luce il libro. È così che pensi, e poiché hai un animo che non si arrende trovi la forza per andare avanti, per mettere in cantiere un nuovo progetto. 
Recentemente ho provato l’ennesima delusione. Alcuni mesi proposi una nuova opera ambiziosa a una ventina di editori. A tutt’oggi, uno di loro si è detto dispiaciuto di “non potere inserire il mio lavoro nel suo catalogo perché i meccanismi del mercato editoriale sono molto legati alla effettiva capacità e diffusione e promozione dei libri”. Ci sta. Gli altri diciannove – e uso volutamente un’espressione poco letteraria – non mi hanno cagato nemmeno di striscio. Poco male, rebus sic stantibus auto-pubblicherò il mio sesto libro e lo affiderò all’universo, con preghiera di benevolenza. Mi consolano due riflessioni. La prima l’ha suggerita mia moglie: “Non trovi un editore perché non lo desideri veramente. Tu ami solo scrivere, detesti quello che viene dopo”. Come darle torto? Amo la solitudine e la libertà, non sopporto le logiche, le regole e gli impegni di cui un autore che entra in una scuderia editoriale è fatto carico. Inoltre detesto gli intellettuali, i salotti, le conventicole culturali, i compromessi e la falsità. Forse ha ragione lei, io non cerco veramente un editore. L’avrei trovato se fosse il fine ultimo del mio lavoro. In verità, desidero continuare a vivere nel mio eremo, scrivere sulla mia torre eburnea, lontano dal mondo, indifferente al giudizio degli uomini. Il secondo motivo consolatorio è che il rifiuto nobilita e a conoscerlo sono stati tanti grandi scrittori. Ho riletto Il gattopardo e non posso fare a meno di pensare alla sorte del povero Tomasi di Lampedusa. Questo romanzo fu rifiutato dagli editori, misconosciuto da Vittorini e pubblicato postumo. La storia della letteratura è piena di rifiuti e ripensamenti tardivi. Anche Moby Dick fu rispedito al mittente dagli editori e Melville dovette pubblicarlo a sue spese. I grandi editori rifiutarono Il diario di Anna Frank, Nabokov fu giudicato indegno d’essere pubblicato e Stephen King collezionò le lettere di rifiuto degli editori. Alla fine, i libri che ho citato vennero alla luce, malgrado gli ostacoli e le difficoltà. Ma finisce sempre bene? No, credo che molti grandi scrittori non abbiano visto riconosciuto il loro valore, che molti grandi libri siano marciti in un cassetto. 
Camus sosteneva che l’uomo è la sola creatura che si rifiuta di essere ciò che è. Perché meravigliarci se il rifiuto è nelle corde di gran parte del genere umano? Rifiutiamo perché è più facile dire “No!” che intuire, comprendere, riconoscere, sostenere. Non siamo capaci di essere noi stessi, come potremmo aiutare gli altri, quanto meno quelli che valgono, a diventare ciò che sono? Io sono uno scrittore, forse bravo. Ma tutto è relativo e ho deciso di affrontare il massimo sforzo letterario della mia vita. Tranquilli, non intendo scrivere un nuovo libro di spessore biblico (ce l’ho già, è nel cassetto). Sto leggendo La ricerca del tempo perduto. Ho atteso d’essere maturo, come lettore oltre che scrittore, per misurarmi con questo capolavoro impegnativo. Penso sia una reazione. Voglio tuffarmi nella grande letteratura, nelle pagine che appagano lo spirito e stimolano la mente. Mille miglia lontano dalla vacuità, ottusità e pochezza della maggior parte dei libri che gli editori pubblicano e promuovono con la pubblicità, le comparsate radiofoniche e televisive, gli scambi di favore. Anche Proust conobbe la bocciatura. Il dattiloscritto fu rifiutato dall’editore Dasquelle, dalla Nouvelle Revue Française e da Ollendorf, di cui è rimasta famosa la frase “Sarò particolarmente tonto, ma non riesco a capire come questo signore possa impiegare trenta pagine a descrivere come si gira e si rigira nel letto prima di prendere sonno”. Proust riuscì a pubblicare il primo volume del suo romanzo con un piccolo editore, sobbarcandosi tutte le spese. 
Di che mi lamento, dunque? Animo! Devo godere del fatto di essere diventato granitico grazie ai rifiuti, cui ho fatto il callo, senza rinunciare alla curiosità e alla fantasia del bambino che è ancora in me. Senza rinunciare al vizio di scrivere.

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