sabato 26 agosto 2017

Una bandiera azzurra sventola nel mio cuore


Ha ragione Pirandello, siamo uno, nessuno e centomila. L’immagine che proiettiamo all’esterno e l’idea che gli altri si fanno di noi non è sempre corretta o esaustiva. Ogni essere umano è come un cristallo dalle tante sfaccettature e dai riflessi cangianti a secondo della specola da cui si osserva. Chi mi frequenta, ad esempio, sa che sono stato per tanti anni un imprenditore umanista e che oggi mi dedico a tempo pieno alla scrittura. Qualcuno sa anche dei miei incredibili vissuti spirituali, conosce la parte sommersa dell’iceberg. Ma quanti sanno che nutro una passione inguaribile per la squadra di calcio di cui sono tifoso da oltre mezzo secolo? Lo so, sembra strano e foriero di imbarazzo questo aspetto della mia natura che i benpensanti potrebbero disdegnare o deridere. I tifosi sono soggetti alla forza di gravità ma io non mi sento risucchiato in basso, al contrario ho sentore che il mio animo dispieghi le ali. Alcuni credono, a torto, che il calcio abbruttisca l’uomo, lo svilisca come facevano in epoca romana i giochi nell’arena e nel circo. Pensano che sia il passatempo del popolo bue, uno svago per individui amorfi o decerebrati. Che sciocchezze! Meno male che esiste il calcio, invece, che ha reso obsoleta la guerra. Umberto Eco, pace all’anima sua, un giorno disse che “il calcio è un rituale in cui i diseredati bruciano l’energia combattiva e la voglia di rivolta”. Può darsi, e se così fosse dovremmo essere grati al pallone, che aggrega più delle religioni. A tale proposito, vorrei citare una frase di Pier Paolo Pasolini, l’intellettuale che adorava la sfera di cuoio e le partite nel fango: “Il calcio è l’ultima rappresentazione sacra del nostro tempo”. Lunga vita ai tifosi di calcio, ispirati sacerdoti laici, purché non impugnino la clava ma indossino i paramenti della loro squadra. 
Bene, torniamo a bomba. Nel mio cuore sventola una bandiera di seta fine, il drappo azzurro del Como 1907. Quando andavo a scuola e fra compagni ci si chiedeva “per quale squadra tifi?” e tutti rispondevano “Juventus”, “Inter” o “Milan”, io dicevo “il Como”, suscitando quei risolini stupidi e le battute mediocri di chi non può capire che il vero merito, nella vita, non è schierarsi coi forti o salire sul carro dei vincitori per farsi ammirare, ma sposare la causa dei piccoli, dei deboli, di chi mette in preventivo di potere subire torti e rovesci. Da allora, non ho mai smesso di amare e seguire il Como, di attendere l’inizio di un nuovo campionato con trepidazione e fiducia. Ora, so bene che chi non ama il calcio storcerà il naso. In fondo, può anche capire, forse giustificare l’entusiasmo per le grandi squadre – oggi più che mai visto che il calcio si è evoluto, non è più il padiglione delle meraviglie ma un fenomeno planetario, un sistema mediatico ed economico-finanziario che coinvolge interessi non solo sportivi – ma sorriderà del calcio minore e del tifo di provincia. Alla domanda come si può spendere denaro, energie ed emozioni per sostenere squadre come il Como o più piccole, con un seguito di pubblico modesto, voglio rispondere aprendo il mio cuore. 
Amo il Como perché è la squadra della mia città e io amo la mia città. Amo il Como perché è il mio passato, il mio presente e il mio futuro. Il Como è per sempre, è un diamante purissimo. Me ne sono innamorato quando “ero piccolino e mio padre mi portava al Sinigaglia”, come recita la canzone che i tifosi della curva adorano al pari di “Azzurro” di Celentano. Anzi, da prima, quando a portarmi al Sinigaglia era mio nonno e poiché ero così picinin che mi sarei annoiato a vedere una partita intera, entravamo quando mancava un quarto d’oro alla fine, di straforo. Ma di quei quarti d’ora ho un ricordo indelebile. Hanno fatto nascere in me la passione e la voglia di assistere all’intera partita. In seguito, il quarto d’ora si è trasformato in un lasso di tempo estenuante. Ricordo un Como-Genoa con il tutto esaurito in cui entrai allo stadio cinque ore prima dell’inizio della partita e mi ritrovai circondato dai camalli genovesi, per tacere di quando ospitavamo la Juventus, l’Inter, il Milan, il Torino o il Napoli in serie A. Amo il Como perché i ricordi dell’infanzia, dell’adolescenza e della giovinezza sono un altare su cui, crescendo, continuiamo a celebrare la nostra vita, onorando ciò che siamo stati e non siamo più. Amo il Como perché è come il primo amore, che ho avuto la fortuna di sposare. Un amore al quale sei fedele e accanto al quale invecchi con gioia, senza mai pentirti delle tue scelte, senza smettere di sentirti innamorato. Il Como è una passione che mi accompagnerà anche quando sarò vecchio e forse non potrò più andare allo stadio. Certi amori durano tutta la vita e la scaldano, nella buona e nella cattiva sorte. Mia moglie, le mie figlie, i miei nipoti sanno che il Como ha un posto nel mio cuore da prima che loro arrivassero, perciò rispettano il mio sentimento. Amo il Como nonostante le delusioni, le amarezze, la stanchezza, i fallimenti, gli spareggi persi, le retrocessioni, le trasferte da cui si tornava avviliti, i furti subiti in campo e fuori. E amo il Como per le gioie che mi ha dato, le splendide vittorie, le partite e i giocatori indimenticabili, le trasferte esaltanti, le promozioni. Amo il Como perché è la mia memoria storica, il baule dei sogni, lo scrigno dove ho stipato mille emozioni e pulsioni. Amo il Como perché ogni volta che varco i cancelli del Sinigaglia, uno stadio bellissimo a dispetto dei suoi acciacchi, è come se assaporassi una primizia e insieme affiorasse il ricordo atavico delle battaglie vinte contro gli eterni rivali, le squadre più blasonate o odiate. Come se si rinnovasse una magia, esplodesse il pathos e prendessi parte a una rappresentazione epica della vita che vogliamo vincere ma possiamo pareggiare e persino perdere, l’importante è lottare fino alla fine. Amo il Como perché l’azzurro è il colore più bello del mondo e sono orgoglioso di essere lariano. E nel mio cuore, che ultimamente si è messo a fare i capricci perché non sono più un giovanotto, continua a sventolare indomabile una bandiera azzurra come il lago, come il cielo, come gli occhi di chi non può smettere di sognare. 
Forza Como, amore mio, si ricomincia. Che il vento sia propizio e il sogno di tornare grandi si realizzi.

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