venerdì 13 ottobre 2017

Il mal di pancia degli Stati disuniti d'Europa


Non ho le idee molto chiare in merito alla espressa volontà d’indipendenza della Catalogna, che vuole affrancarsi dalla Spagna e diventare uno Stato sovrano e repubblicano. In realtà, non riesco a prendere posizione. Quello che sta accadendo in questi giorni, aldilà degli sviluppi e delle conseguenze geopolitiche ed economiche che la questione potrà avere, mi pone di fronte a una serie di domande che ogni cittadino europeo dovrebbero porsi, senza schierarsi a priori con Madrid o con Barcellona. Non si sta giocando un derby calcistico; si tratta, piuttosto, di una crisi epocale, ben più grave della Brexit britannica, che rischia di spezzare gli equilibri di un’Europa sempre più fragile e confusa. Il mal di pancia della Catalunya non è un fatto isolato o casuale, è la conferma che gli Stati disuniti d’Europa soffrono di una sindrome apparentemente incurabile. L’intera Europa ha l’intestino in subbuglio, i crampi e una forte emicrania. 
Che domande dovremmo farci per cercare di capire cosa sta realmente accadendo? In primis, “perché”. Già, perché la Catalogna vuole separarsi dalla Spagna? Sarebbe fin troppo facile rispondere che vuole rendersi indipendente per motivi economici. Produce il 20% del PIL della Spagna ed è convinta che Madrid la consideri una mucca da mungere. Pensa che da sola starebbe meglio. A parte questo, la Catalogna ha una identità molto forte, una storia e una lingua che la differenziano non poco dal resto della Spagna. Basti pensare al ruolo antigovernativo che ha avuto durante la Guerra Civile. Ma sono motivi sufficienti per compiere quello che il resto della Spagna considera un tradimento, una slealtà inimmaginabile in una Europa che ha adottato la moneta unica e che ha bisogno di serrare le file anziché disgregarsi a causa degli egoismi dei singoli stati? Non voglio dare risposte, ma solo porre domande. Ognuno può pensare ciò che vuole, anche nell’ambito del diritto. Ho sentito e letto che la Catalogna ha il diritto di separarsi e diventare una nuova nazione perché è il popolo a volerlo. Si cita il principio di autoderminazione dei popoli per avallare questo diritto, ma lo si fa senza cognizione di causa. Il principio in questione, infatti, sancisce l’obbligo che uno Stato consenta a un popolo di determinare il proprio destino – ottenendo l’indipendenza, l’integrazione a uno Stato differente o il regime politico che preferisce – ma purché sia sottoposto a dominazione straniera o all’apartheid. Va da sé che la Catalogna non è un territorio occupato e vessato dalla Spagna contro la volontà della popolazione catalana e che Madrid non pratica l’apartheid nei confronti dei suoi abitanti. In sostanza, Barcellona non può suffragare le proprie intenzioni separatiste sulla base di un principio giuridico internazionale non applicabile. Per altro, il principio ha dei limiti. Quando nel 1996 il Quebec manifestò l’intenzione di rendersi indipendente in nome dell’autodeterminazione, la Corte suprema del Canada analizzò civilmente la rivendicazione e la respinse definendo limiti che oggi sono considerati i giusti parametri di giudizio. Al Quebec non fu riconosciuta l’indipendenza perché venne sancito che essa spetta solo alle ex-colonie, ai popoli sottoposti a dominazione militare e ai gruppi sociali che subiscono l’oppressione politica, economica, sociale e cultura. Difficile credere che Barcellona e la Catalogna rientrino in questa categoria. Quindi? Se facciamo il tifo per la Catalogna evitiamo il populismo, che infiamma il ventre e offusca la mente. Tuttavia, aldilà dei principi giuridici, è pur lecito chiedersi se è giusto trattenere con la forza chi vuole andarsene. 
C’è una terza domanda che mi pongo. Cosa accadrebbe se in barba al diritto internazionale e contro la volontà non di una sparuta minoranza di catalani ma a quanto pare di una buona metà, la Catalogna ottenesse l’indipendenza? Apriti cielo! Forse molte altre regioni d’Europa la imiterebbero, sgretolando il vecchio continente, la cui carta geografica ridisegnata richiamerebbe le mappe del Medio Evo. Avremmo ducati, città-stato, repubbliche lillipuzziane, contee e liberi territori accomunati da una debolezza cronica. Immaginiamo lo scenario nazionale. Cosa resterebbe dell’Italia se un referendum simile a quello catalano sancisse l’indipendenza della Sardegna o della Lombardia? Come reagiremmo se i napoletani votassero per il ritorno dei Borboni e l’Alto Adige per annettersi all’Austria? Diremmo “è giusto così” e “il popolo ha sempre ragione” oppure ci opporremo alla follia antistorica che vuole dividere anziché unire il genere umano? Prevarrebbe in noi il mal di pancia o il ragionamento sempreverde che “l’unione fa la forza”? 
Mi faccio un’altra domanda. Aldilà delle motivazioni economiche, etniche, storiche e culturali che generano istanze separatiste, cosa spinge le comunità a separarsi anziché fondersi? Suggerisco una risposta plausibile: la legge di polarità. Gli esseri umani, singolarmente o in massa, sono soggetti a un dualismo doloroso che li sospinge a un tempo verso direzioni contrarie. Ci piace stare insieme ai nostri simili, sentirci forti e rassicurati dall’appartenenza al gruppo, al branco, alla società. Nello stesso tempo, amiamo uscire dal coro, sentiamo il bisogno di essere liberi, indipendenti, ribelli. Oscilliamo fra la molteplicità e la monade, fra la compagnia e la solitudine. Esaltiamo la diversità (la nostra) e insieme la temiano (quella degli altri). Per questa ragione, ci sentiamo europei e italiani solo quando ci fa comodo. Altrimenti rifuggiamo nei campanilismi, torniamo all’età dei comuni e delle piccole signorie.
Cosa spinge realmente i catalani a rinnegare la patria? Forse il fatto di non sentirsi abbastanza spagnoli? Può darsi. In questo caso, aboliamo la comunità europea. È un falso storico, un’utopia obsoleta, il pretesto con cui i plutocrati hanno soffocato la libertà e imposto l’etica dell’egoismo. A che serve stare uniti se l’unione è garantita da catene, per quanto siano invisibili, e ricatti economici. Il mal di pancia della Catalogna è paradigmatico. Non importa che i catalani abbiano ragione o torto. Fa specie che abbiano messo il dito nella piaga e ci inducano a riflettere. E se non fosse solo un mal di pancia, il loro? Se fosse il sintomo di un malessere più ampio, una sindrome trasversale alimentata da chi ha capito che per controllare e manipolare i popoli occorre applicare il principio vincente di Cesare “divide et impera”? Forse i catalani sono i primi tratti inconsapevoli di un disegno più vasto, un progetto per indebolire maggiormente l’Europa, che come un pugile all’angolo subisce senza reagire i colpi inferti dalle potenze mondiali, dall’alta finanza criminale e dalle invasioni barbariche. 
Pensiamoci. La loro indipendenza sarebbe un bene o un male?

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