lunedì 23 ottobre 2017

La strage degli innocenti e il Paradiso


In primis, è tempo di sfatare un mito. Con ogni probabilità, la “strage degli innocenti” perpetrata in Palestina da Erode il Grande non c’è mai stata. A sostenerla, per altro, è solo il Vangelo secondo Matteo, un libro teologico e simbolista, ricco di artifici letterari. Gli altri vangeli non ne parlano. Non ne fa menzione neppure lo storico Giuseppe Flavio, il principale testimone degli avvenimenti giudaici del I secolo. Tutt’al più, considerato che Betlemme, al tempo di Erode, contava non più di 1.000 abitanti, per cui i bambini maschi di età inferiore a 2 anni potevano essere una ventina, se vogliamo continuare a credere che il massacro sia avvenuto dobbiamo accettare l’idea che non ebbe alcuna rilevanza storica. Insomma, non fu una strage ma un fatterello risibile in un’epoca efferata. Nell’antichità, infatti, i genocidi erano all’ordine del giorno e i bambini stavano in prima linea. La storia è piena zeppa di massacri e stragi, oltre che di violenze contro i minori e ben più significativa del virtuale eccidio ordinato da Erode fu certamente la crociata dei fanciulli del 1212, la cui storicità si è però confusa con la leggenda. Assolutamente degni del titolo “strage degli innocenti” sono alcuni eventi storici degli ultimi cento anni, fra cui la Shoah. Si calcola che almeno 1,5 milioni di bambini e ragazzi furono trucidati dai nazisti. E quanti innocenti sono stati sacrificati sugli altari delle guerre civili ed etniche, di religione e per il predominio? Le carneficine dei bambini non sono il retaggio di un passato crudele con cui abbiamo chiuso i conti. Avvengono ancora oggi e non sono suggestive come le opere pittoriche in cui Giotto, il Ghirlandaio, Bruegel il Vecchio e Guido Reni hanno celebrato il topos evangelico. C’è molto più realismo nel quotidiano che nell’arte. Basta considerare l’ultimo report dell’Unicef e dell’OMS per rendersi conto che le stragi degli innocenti sono up to date. Ogni giorno, nel mondo, muoiono 15.000 bambini sotto i 5 anni. Nel 2016 ne sono morti 5,6 milioni. Ci induce a un cauto ottimismo considerare che nel 2000 si contarono 9,9 milioni di vittime. La mortalità infantile è infatti calata del 43% dall’inizio del XXI secolo a oggi. Tuttavia, gli innocenti continuano a cadere come foglie in autunno e ciò avviene per varie ragioni. La principale è sotto la voce malattie. Le infezioni respiratorie acute, la dissenteria, la malaria e le malattie infettive, soprattutto il morbillo, sono le cause primarie, cui va aggiunta l’HIV-Aids. I bambini muoiono di fame e sete. La malnutrizione è spesso associata alla carenza di igiene. Altissimo, poi, è il numero di minori che muoiono a causa delle guerre e di altre emergenze come le migrazioni e la convivenza forzata nei campi profughi, oppure a causa dello sfruttamento e delle violenze. Molti sono vittime di fenomeni naturali e gravi situazioni ambientali. Ritornando ab ovo, deduco che non possiamo pensare male di Erode perché nel corso della storia, e con maggiore assiduità nell’ultimo secolo, alla faccia del progresso, abbiamo calpestato e trucidato milioni di creaturine deboli e indifese, il cui grido di dolore non ci ha commosso né ha guarito la follia umana.
Ha commosso, invece, il fatto di cronaca avvenuto nella mia città in queste ultime ore. Un uomo di origini marocchine di 49 anni ha dato fuoco alla casa in cui viveva uccidendo se stesso e i propri quattro figli. Il gesto è stato dettato dalla disperazione e dalla paura che i Servizi Sociali gli portassero via i bambini in tenera età (3, 5, 7 e 11 anni). Mi astengo da ogni commento, evito di condividere le giustificazioni, le recriminazioni o le condanne che hanno riempito la bocca della gente, i social e le pagine dei giornali. Scelgo la pietas e quindi il silenzio, che è il modo migliore per impedire all’emozione di trasformarsi in rabbia e di andare alla deriva. A colpirmi come un violento pugno nello stomaco, non è stata solo la crudeltà e l’ingiustizia di un evento che rientra in quella strage degli innocenti cui abbiamo fatto il callo, bensì il fatto che ci si emoziona veramente solo quando le disgrazie accadono a pochi passi da noi. Il nostro mondo, infatti, è molto meno esteso di una cartina geografica. Forse, io per primo sarei rimasto indifferente alla notizia che quattro fratellini erano morti in una tenda che aveva preso fuoco nel Sahara marocchino. Siamo fatti così, l’empatia scatta se i fatti ci sfiorano. Altrimenti scivoliamo via come pattinatori sul ghiaccio, non permettiamo ai cattivi pensieri di importunarci. Non a lungo, per lo meno. Questa volta è successo da noi, però, e guardando la foto dei quattro angioletti sorridenti volati in cielo, ho provato una stretta al cuore e mi sono chiesto perché. Non perché sia accaduto un fatto così grave e assurdo. Il karma spiega ogni cosa. Ma perché la morte drammatica di un bambino ci arroventa le viscere. Meglio, perché ci viene da piangere per i quattro fratellini di Como ma non ce ne frega niente dei 15.000 bimbi sotto i 5 anni che muoiono ogni giorno nel mondo. Vi suggerisco quattro risposte, con l’invito a cercarne altre. 
Primo, perché la nostra mente decide che le quattro vittime che vivono sotto il nostro cielo sono reali, mentre tutte le altre sono virtuali. Potremmo cambiare idea solo facendo un giro in Eritrea o nel Niger. Secondo, perché operiamo un transfert. Per un attimo abbandoniamo la nostra comoda posizione e ci mettiamo nei panni dei familiari dei bambini che hanno perso la vita se non addirittura in quelli degli stessi bambini. Ci immedesimiamo, insomma. E sentiamo il dolore cosmico. Terzo, il transfert alimenta l’autoreferenzialità. Scatta la molla dei ricordi, della memoria perduta. Per un attimo rivediamo noi stessi bambini e proviamo tenerezza per come eravamo. Per cui, capita che nel sorriso sincero, nella freschezza, nella briosità e nelle speranze dei quattro figli di Faycal Haitot – un padre che si è trasformato in carnefice per amore – cogliamo quell’essenza perduta che un tempo ci ha reso fanciulli felici e spensierati. Ritroviamo noi stessi e proviamo tristezza, tenerezza, amore. Non illudiamoci, non è la compassione a dettare le nostre mozioni, a farci sentire fragili e inadeguati, anche solo per poche ore. La morte di un bambino ci coinvolge veramente e in maniera profonda solo se cade come un sasso nei fondali del nostro animo. Solitamente, avviene quando c’è affinità o vicinanza fisica. Quarto, la strage degli innocenti, ma se ne abbiamo coscienza, genera in noi nostalgia. Di cosa? Forse del Paradiso. Dante diceva che tre cose ci sono rimaste del paradiso: le stelle, i fiori e i bambini. Guarda caso, Siff, Soraya, Saphiria e Sophia erano bambini radiosi come fiori e adesso sono stelline che splendono nella notte.

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