martedì 14 novembre 2017

Forza Italia, svegliati e reagisci!


Cento anni fa, in questo stesso periodo, l’Italia subiva a Caporetto una disfatta epocale a cui, tuttavia, fece seguito la coraggiosa reazione sul Piave che ci portò alla vittoria. Ieri, a Milano, la Nazionale italiana di calcio ha subìto un tracollo che, fatte le debite proporzioni, presenta alcune analogie con Caporetto. Non ci sono dubbi che siamo stati esclusi dal Campionato del Mondo più per demeriti nostri che per la superiorità del nemico (ops, dell’avversario). Lascio agli addetti ai lavori i commenti tecnici sui motivi per cui una modesta Svezia ha avuto ragione dei milionari azzurri. Per altro, è inutile imputare la colpa a Tizio, Caio e Sempronio, chiamare in causa la sfortuna o lanciare invettive contro quel sistema autoreferenziale ed esausto di cui facciamo parte in quanto tifosi, spettatori o più semplicemente italiani. Ma a me del calcio non importa nulla, diranno in molti, e comunque che sarà mai se l’Italia non parteciperà al Mondiale in Russia, abbiamo problemi più seri. D’accordo, ma la nostra “apocalisse” calcistica, come l’hanno definita alcuni media, ci offre una chiave di lettura dello stato di salute del nostro Paese che non possiamo ignorare. Si dice che il calcio sia una metafora della vita. Il fatto che gli Azzurri non si siano qualificati per il Mondiale è anche uno specchio in cui rifletterci per poi riflettere. Perché lo specchio è impietoso e mostra una verità che ci ostiniamo a non vedere voltando la testa dall’altra parte oppure neghiamo, nonostante l’evidenza. 
Qual è questa verità? La verità è che l’Italia (non solo quella calcistica) è caduta in letargo da troppo tempo, si culla negli allori del passato, non sa rinnovarsi né crescere, è stanca, prevedibile e superficiale. La verità è che gli italiani sono sempre più vecchi, indifferenti e fatalisti. La verità è che siamo un popolo in via di estinzione, che ignora o quasi si vergogna delle sue radici. L’ho già scritto ma lo ripeto, abbiamo rimosso dal nostro vocabolario e dal nostro sistema di valori il concetto “patria”. La nostra Nazionale costituiva l’estremo, orgoglioso baluardo di quella italianità che riscopriamo solo in occasione dei grandi eventi sportivi, come il Mondiale o le Olimpiadi. Era l’unica, vera sicurezza rimastaci, perché gli Azzurri potevano anche deluderci ma nelle grandi occasioni si mostravano all’altezza e ci consentivano di ricompattarci e di sentirci fieri d’essere italiani. Ieri è crollata questa certezza. Consummatum est. L’Italia s’è desta, cantavano gli spettatori sugli spalti del Meazza. La verità è che l’Italia s’è persa. Si è arresa per impotenza, sbigottita dalla propria fragilità. L’Italia vincente non esiste più, è la controfigura della nazione volitiva e creativa che fu. Il peso specifico è crollato miseramente. 
Questa amara considerazione si applica a ogni ambito, ogni settore della vita civile. Abbiamo una classe politica così modesta e immorale da farci rimpiangere la Prima Repubblica. Siamo governati da gnomi ignoranti e litigiosi, cui non importa nulla del bene comune. Siamo stati venduti e traditi, consegnati nelle mani dei plutocrati e di una mafia internazionale ben più potente di quella pittoresca di Gomorra. Le nostre migliori aziende, un tempo esempio e vanto imprenditoriale, sono state svendute allo straniero. Il nostro sistema scolastico è patetico. Quando andavo a scuola, gli insegnanti erano maestri di vita. Non scholae sed vitae discimus – ripeteva il mio professore di latino citando Seneca. Oggi, la scuola sforna capri espiatori destinati alla disoccupazione. La meritocrazia è stata abolita e il successo premia i cretini, i furbi e i raccomandati. E vogliamo parlare della cultura, che riflette la statura di un popolo? Bene, allora fatemi il nome di uno scrittore italiano contemporaneo che potrebbe vincere il premio Nobel per la letteratura o più modestamente avere un grande successo internazionale. Non sforzatevi, non esiste. La nostra terra è diventata sterile, ha smesso di produrre fuoriclasse. Fra un po’, abdicheremo anche nel settore del lusso. I grandi stilisti di moda sono per metà defunti e per l’altra metà vecchi. Prima o poi, i cinesi compreranno anche la Ferrari. Il Bel Paese è incapace di affrontare la globalizzazione e i grandi cambiamenti ci destabilizzano anziché rivitalizzarci. Invece di gestire il fenomeno dell’immigrazione con la dovuta fermezza non scevra di umanità, ci facciamo gestire e condizionare dai grandi burattinai, dalla pancia e dalla paura. L’Italia è diventato un luogo surreale e insicuro, in cui si respira un’aria malsana. Chi può scappa via, per cercare una possibilità di vita. Lascia il posto ai disperati senza arte né parte che qualcuno ha la faccia tosta di chiamare “risorse”. Fra mezzo secolo, l’Italia non sarà solo uno stato multietnico ma un sultanato. Sul ponte sventola bandiera bianca. A meno che… 
A meno che non ci sia una reazione simile a quella che seguì Caporetto. Dobbiamo svegliarci, e abbiamo poco tempo per farlo. Sogno che il 2018 sia l’anno del Piave e di Vittorio Veneto. La dolorosa non qualificazione al Mondiale di calcio è l’occasione per ripartire da capo, facendo tabula rasa del marcio e delle abitudini sbagliate. Bisogna ripartire dal vivaio, sostenerlo e fare crescere chi vale. Occorre limitare l’acquisto di calciatori stranieri e il potere dei procuratori. La ricetta per risorgere e tornare ad essere una potenza calcistica è semplice: cambiare mentalità e lavorare sui giovani italiani, avere pazienza e premiare il talento. Non ci siamo dimenticati di come si gioca a pallone, abbia smesso di insegnarlo e di agire nell’interesse nazionale. Questa ricetta è applicabile anche in politica, in ambito socio-economico e culturale. Dobbiamo uscire dal letargo, spezzare il cattivo incantesimo. Mi rifiuto di credere che l’Italia non sia più in grado di generare persone oneste e di valore. Voglio credere che siamo ancora abili a fare una rivoluzione pacifica, cacciando via gli incapaci, gli infami e i disonesti. Possiamo risorgere, nello sport e nella vita. Siamo i fabbri del nostro destino e dobbiamo forgiarlo ex novo. Il 2018 potrebbe essere l’anno delle novità e molte dipenderanno da noi. Non potremo scegliere il nuovo nocchiero della Nazionale né decidere chi è degno di indossare la maglia azzurra, ma potremo stabilire a chi affidare il timone dell’Italia. Le prossime elezioni politiche saranno fondamentali per il nostro futuro, diranno se siamo degni di giocare coi grandi, come abbiamo sempre fatto, o se ci meritiamo l’anonimato delle posizioni di retroguardia, accanto a nazioni che non hanno la nostra storia e la nostra potenzialità. Le urne diranno se meritiamo di riprendere il volo o se così siamo così imbelli da rassegnarci allo status quo. Pensateci, potremo tornare a segnare (e sognare) o fare l’ennesima autorete.

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