venerdì 22 dicembre 2017

Il Natale e la spina dorsale




Qualcuno non ci sta. Chiama in causa l’archeologia e i rotoli di Qumran per sostenere che Gesù è nato proprio il 25 dicembre. La verità, però, è diversa: il Natale è un falso clamoroso. Lo stesso papa Giovanni Paolo II, durante l’udienza generale del 22 dicembre 1993, dichiarò che si tratta di una data convenzionale. I Vangeli non ci illuminano su quando venne al mondo Gesù e fu solo nel IV secolo che la Chiesa decise di festeggiarne la nascita pochi giorni dopo il solstizio d’inverno. Per alcuni studiosi, la scelta del 25 dicembre fu dettata da considerazioni simboliche e astronomiche. In realtà, fu una decisione di natura politico-ideologica, finalizzata alla soppressione dei culti pagani. Il 25 dicembre, infatti, i latini erano soliti festeggiare la nascita del Sol Invictus. La religione predominante nell’impero (e soprattutto tra le forze armate, colonna vertebrale di Roma) era il mitraismo e si credeva che il dio Mitra fosse nato quel giorno. Sovrapporsi a un culto diffusissimo, appropriandosi di una festività popolare, si rivelò un’abile mossa strategica. Gesù fu osannato come il vero sole che diffonde la luce della verità nel mondo e piano piano si sostituì al suo rivale, lo sloggiò dal podio. Missione riuscita perfettamente. 
Benché il Natale sia una data artificiale, siamo tutti affezionati a ciò che rappresenta, alla sua atmosfera che evoca affetti e care memorie, salvo quando i ricordi siano infelici, e perciò trascende il fatto religioso. Nel nostro immaginario, il Natale non è solo il bambinello che nasce in una grotta o in una stalla, circondato dal bue e dall’asinello, ma l’intimità del focolare domestico, la gioia di baci e abbracci sinceri, la sorpresa dei doni tanto attesi, il pranzo luculliano, la neve, le luminarie, i canti sacri o popolari che accarezzano il cuore, il fascino del bene e del bello. A Natale ci sentiamo più buoni e fortunati, e inconsciamente riscopriamo le nostre radici. Va detto che il Natale, nel corso dei secoli, ha sublimato la sua semantica. Il significato natalizio si è arricchito di valori laici e sfaccettature culturali, sociali e mondane che ce lo fanno amare non tanto perché è il compleanno di Gesù ma perché costituisce una coordinata spazio-temporale grazie alla quale ci orientiamo e connettiamo con le nostre origini, il nostro passato, la nostra identità giudaico-cristiana o, se preferite, occidentale. Fecero bene gli strateghi della Chiesa a scippare il dies natalis all’energico Mitra, adorato dalle legioni romane. I cristiani del IV secolo ebbero la forza di prendere il toro per le corna e abbatterlo. Basterebbe che i cristiani di oggi avessero un terzo della loro fede e determinazione per porre fine agli attentati al Natale che ogni anno crescono di intensità, nell’indifferenza generale. Basterebbe ribellarsi all’ignavia, alla mala fede, al leviatano chiamato “politically correct”, al falso buonismo, all’ipocrisia di chi vuole uccidere il Natale. Basterebbe reagire con orgoglio e fermezza per difendere questa cara, vecchia ricorrenza. 
Non ne faccio una questione di fede. Ho la massima stima di Gesù ma la penso come Ernest Renan. Per me, Gesù di Nazareth era un Illuminato, un grandissimo maestro, un riformatore religioso eccezionale, ma non un Dio. Era figlio di Dio, ma come lo siamo tutti. Il processo della sua divinizzazione fu opera umana ispirata dalla sete di potere e non dall’adesione ai suoi valori. Detto questo, non toccatemi il Natale, sebbene in passato ne abbia parlato male, comportandomi come il Grinch. Ho cambiato idea. Perché per me – che sono agnostico e libero pensatore, ma non un dissacratore – il Natale merita rispetto non in virtù delle credenze religiose ma per l’importanza della tradizione spirituale che ci ha forgiato, il baule della rimembranza, il filo magico che ci unisce all’Innato immortale che è dentro di noi. Avere quattro nipotini ha favorito il mio ripensamento. Ogni bambino ha diritto di credere nella favola del Natale e di viverlo con gioia e spensieratezza. Perciò metterei alla gogna, bersagliandolo con pigne secche e bocce natalizie piene di… (a voi la scelta), chi professa l’abolizione del presepe e dei canti natalizi a scuola, delle rappresentazioni sacre e del nome stesso del Natale, giustificando le cancellazioni con l’assurdo, abominevole motivo che le tradizioni e i simboli natalizi offendono chi non è cristiano. Ma perché mai dovrebbe offendersi un musulmano, un induista o un buddhista? Solo un imbecille può sostenere una cretinata del genere, solo chi è in mala fede può condividerla. Intendiamoci, il mondo è bello perché è avariato ma stiamo esagerando. E ogni anno è peggio. Quando leggo che il preside di una scuola ha cancellato la recita natalizia e il presepe per non urtare la suscettibilità degli studenti “che non amano Gesù” – e che molti plaudono all’iniziativa – mi viene da pensare che tanta gente ha il cervello imbottito di segatura. Mi chiedo chi o cosa determina la furia iconoclasta dei riformisti fasulli, dei falsi paritari, dei profanatori privi di rizoma? Sono degli idioti tout court, dei felloni o una manica di cacasotto? Cosa li spinge ad agire come servi sciocchi; la moda o la paura? Che traumi hanno subito da piccoli per diffidare dei re Magi in terracotta o farsi venire le convulsioni ascoltando “Tu scendi dalle stelle”? Perché temono lo spirito del Natale, che dovrebbe albergare in ogni cuore e non solo in quello dei cristiani? Ognuno avrà le sue ragioni per demonizzare il presepe e Babbo Natale, ma credo che la motivazione principale sia legata ai disturbi dell’ego. Forse è il bisogno di sembrare più avanti degli altri quello che spinge i guastatori a dissacrare e irridere i valori tradizionali, a fare gli isterici e i prepotenti, a offendere il comune sentire della gente semplice con trovate demenziali. E se si trattasse, invece, di penuria di midollo spinale?
Di una cosa sono certo, in Italia e maggiormente in Europa abbiamo bisogno di rafforzare la spina dorsale con esercizi opportuni. Dobbiamo ritrovare l’orgoglio della nostra storia, della nostra civiltà, dei nostri costumi. A volte, sembra che ci vergogniamo di noi stessi. Non siamo noi, in casa nostra, a dover cambiare abitudini e usanze millenarie. Sono gli altri a doverlo fare e qualsiasi compromesso o concessione che pregiudica la nostra civiltà è un errore. Io la penso così e fortunatamente credo di essere in buona compagnia. 
Il Natale 2017 mi offre l’occasione per esprimere un desiderio. Vorrei che gli italiani raddrizzassero la schiena. Dobbiamo smetterla di piegarci di fronte all’arroganza e all’ignoranza di chi vuole cassare la nostra identità, indebolirci e asservirci! Occorre ritrovare la dignità che ci spetta, andare fieri di ciò che siamo e dei nostri avi. Lo dobbiamo ai nostri figli, ai nipoti che erediteranno i nostri valori. Ergo, lunga vita al Natale e ai suoi simboli, alla faccia dei cinici e dei sabotatori, e ovviamente Buon Natale a tutti.

lunedì 11 dicembre 2017

L'ironia è una pistola che può scoppiare in mano


“Come va?”, domandò un cieco a uno zoppo. “Come vedi”, rispose lo zoppo. Questo scambio di battute fulminanti di Lichtenberg, il fisico e scrittore tedesco conosciuto per i suoi aforismi, cattura l’essenza dell’ironia, la sua capacità di farci sorridere ma insieme riflettere. Perché l’ironia, diversamente dall’umorismo, non è finalizzata al riso gratuito ma ha uno scopo più sottile: stigmatizzare un vizio o una situazione, esprimere un disagio, una critica velata o aperta. Generalmente, le persone ironiche ricorrono all’ironia quando sono irritate, cioè di fronte a un rapporto invertito delle cose. Nasce da uno stato d’animo disturbato dalle anomalie della vita. Secondo Freud, essa consiste nel dire il contrario di ciò che si pensa e si vuole suggerire. Vero, ma non solo. L’ironia è una modalità elegante e più o meno mascherata per affermare il proprio dissenso apertamente e in modo brillante. Per questa ragione può essere pungente (e sfociare nel sarcasmo) e sovente è fondata sulle figure retoriche. Antifrasi, ossimoro, iperbole, litote e metafora sono gli strumenti che rendono l’ironia affascinante e catturano l’attenzione. Non è un caso che in ambito letterario, l’ironia sia il pinzimonio del teatro. 
Amo l’ironia e ne faccio uso quando il caso lo richiede. Ricorro anche all’autoironia, ma in dosi omeopatiche, perché è più arduo imbandirla. La mia esperienza mi induce a credere che l’ironia sia difficile da capire e tanto più da accettare. L’unica ironia che molti, troppi esseri umani comprendono, è quella della sorte. L’ironia verbale è una navicella spaziale che si pensa contenga un equipaggio di alieni malvagi. Quando ricorro ad essa, è facile che debba registrare reazioni sconsolanti. Vengo frainteso, accusato di arroganza, sottoposto a giudizi frettolosi e inappropriati nella migliore delle ipotesi. Oppure scateno reazioni demenziali, risposte piccate, e sono travolto da folate di ignoranza, permalosità, stupidità. Mea culpa, dovrei dire. So da sempre che solo la persona dotata di un’intelligenza fine può capire l’ironia e tuttavia mi ostino a farne un uso indiscriminato, scordando che l’ironia è una facoltà a numero chiuso. La verità è che non piace ai più, anzi dà proprio fastidio e i motivi per cui ciò accade sono molteplici. Voglio esporli con leggerezza, perché farlo troppo seriamente tradirebbe lo spirito di questo scritto. 
Bisogna essere elastici per fare e accettare l’ironia. Ma quante persone conoscete con un intelletto flessibile, agile, duttile? E quante, invece, sono rigide e ottuse? Va da sé che l’ironia può trovare terreno fertile soltanto dove i neuroni giocano e si divertono, non dove sono mummificati. Bisogna saper vedere oltre il proprio naso per cogliere l’ironia. Essa è simile al gioco degli scacchi. C’è chi vede solo il nero e il bianco e chi, invece, capisce il gioco. Per altro, è una questione di cromatismo. La maggior parte delle persone, intellettualmente parlando, vede il mondo in bianco e nero, come nei vecchi film, per cui ha familiarità solo con l’infinita scala dei grigi. Ebbene, l’ironia è una spruzzata di colore sulla tavola bigia. Ma il colore infastidisce chi non è abituato alla sua luminosità. In linea di massima, la gente è ingabbiata da opinioni, strutture mentali e abitudini che impediscono la libera uscita. Victor Hugo sosteneva che la libertà comincia dall’ironia. E qui cade l’asino. Le persone hanno paura di essere libere, preferiscono soffocare questo istinto innato per accucciarsi docili all’ombra delle istituzioni, dei dogmi, delle regole rassicuranti. A suo modo, l’ironia fa saltare gli schemi, è trasgressiva, pericolosa. È una landa inesplorata e insidiosa. Meglio stare alla larga dai suoi trabocchetti e diffidare dei suoi abitanti. Un altro motivo per cui è raro che l’ironia sia apprezzata è che abitualmente la gente si prende troppo sul serio. Quando mi esprimo in maniera ironica, mi capita di interrogarmi sulla natura del mio interlocutore di turno, che pur avendo le sembianze umane può evocare l’immagine dello stoccafisso in un barile. È incredibile come gli individui abbiano di se stessi una considerazione che non corrisponde alla realtà. Toccarne l’importanza personale, metterne in discussione il sistema di pensiero equivale a fargli esplodere una bomba carta sull’uscio di casa. L’ironia li disturba come un petardo fatto deflagrare nel cuore della notte. Ciò che non capiscono è che l’ironia insegna a buttarla sul ridere anziché buttarsi sul presunto avversario. Ed è esattamente quello che fanno. Alcuni, poi, preferiscono buttarsi per terra. E qui ricasca l’asino. La ragione per cui troppe persone vedono l’ironia come il fumo negli occhi è che non stanno bene con se stesse e con gli altri. In sostanza, sono fragili, frustrate, soggette a sindromi comportamentali. L’ironia, infatti, è un sintomo di salute. Farla fa bene e accettarla con il sorriso sulle labbra ancor di più. Comunque, serve accortezza. Fare ironia sulla politica e la religione espone a grandi rischi. Non è facile ironizzare nemmeno in campo sportivo. Provate a farlo con un tifoso di calcio avvelenato da una sconfitta; si rischia grosso. Naturalmente, affinché l’ironia sia giustificata ma soprattutto meritevole dev’essere garbata, facilmente riconoscibile come tale. Basterebbe essere bravi la metà di Achille Campanile ed Ennio Flaiano per tagliare questo traguardo. Insomma, bisogna far capire al prossimo in ascolto che si tratta di ironia, perché se non lo capisce apriti cielo! Come chiarisce Umberto Eco ne Il nome della rosa “si deve sempre usare facendola precedere dalla pronunciatio che ne costituisce il segnale e la giustificazione”. Inoltre, non bisogna dimenticarsi che è una dissimulazione in qualche misura derisoria e perciò va caricata con munizioni a salve. Meglio se è socratica, basata cioè su un sottile gioco di domande e insinuazioni, o ariostesca, per cui risulta condita di scherzi innocui. Per contro, non è prudente ricorrere all’ironia pariniana, che è canzonatoria e satirica, o a quella troppo beffarda, amara, crudele. Si rischia di puntare contro la vittima una pistola difettosa, che potrebbe scoppiare in mano. 
Ho imparato che a taluni l’ironia fa lo stesso effetto di un calcio negli attributi e giustamente s’incazzano. Nel dubbio, è opportuno astenersi. Oppure fare un applauso, naturalmente ironico.