giovedì 8 novembre 2018

Leonardo da Vinci e il sogno di Dedalo

Narra il mito che Dedalo, imprigionato nel labirinto che aveva costruito per il Minotauro e nel quale fu rinchiuso dal re Minosse, fuggì insieme al figlio Icaro dopo avere costruito due coppie di ali. Entrambi si librarono il volo ma Icaro disobbedì al padre, che lo aveva pregato di non avvicinarsi al sole poiché il calore avrebbe potuto sciogliere la cera con cui le ali erano saldate, e perciò precipitò in mare. Questo famoso mito era certamente noto a Leonardo da Vinci e fu la fonte di ispirazione dei suoi progetti per il volo umano. O furono altre le ragioni che lo spinsero a studiare la maniera per emulare Dedalo? È probabile che la prima molla del suo interesse per il volo fu l’osservazione della natura. Leonardo amava gli animali, e specialmente i volatili, e quando lo zio Francesco gli fece dono di una gabbietta al cui interno c’era un uccello canterino, lui gli restituì la libertà. In seguito, prevalse l’interesse scientifico e il volo divenne una fissazione ingegneristica cui Leonardo dedicò svariati disegni e progetti. Nel 1505 scrisse di getto il Codice sul volo degli uccelli, le cui vicende sono rocambolesche (attualmente è custodito presso la Biblioteca Reale di Torino, dove si trova anche il celebre autoritratto di L. in sanguigna). Purtroppo non portò a termine la stesura del trattato sul volo diviso “in quattro libri, de' quali il primo sia del volare per battimento d'alie: il secondo del volo sanza battere d'alie, per favor di vento, il terzo del volare in comune, come d'uccelli, pipistrelli, pesci, animali, insetti; l'ultimo del moto strumentale.”  
Sono stati versati fiumi di inchiostro sulla passione “ornitologica e aereonautica” di Leonardo e non saprei cosa aggiungere di nuovo. Ma posso fare una cosa diversa, lasciare che sia il Leonardo intimo del mio romanzo Le infinite ragioni a raccontare come nacque e si sviluppò la sua passione. Il volo degli uccelli mi ha affascinato fin dall’adolescenza. Ho avvertito il desiderio di emulare i volatili, che amo e di cui provo invidia, e ho iniziato a osservarli, studiarne il comportamento e l’anatomia. Allora pensavo che se un uccello può levarsi in volo fino a grandi altezze, così può l’uomo che a grandi altezze è destinato dal Sommo Fattore. Ma poiché l’uomo non dispone di ali, occorreva crearne di artificiali. Fu a Firenze che maturai l’idea d’inventare una macchina volante. Credevo che la forza muscolare di un uomo fosse sufficiente per azionarla. Al tempo in cui stavo dipingendo l’Adorazione dei Magi per i monaci di San Donato a Scopeto feci i primi disegni dei miei uccelli meccanici. In seguito, la superbia mi ha condotto a centuplicare gli sforzi e incassare insuccessi senza soluzione di continuità. Che grullo sono stato a coltivare codesta chimera! Francesco mi ha chiesto quanti studi, quante macchine per il volo e quanti tentativi io abbia compiuto prima di rinunciare. Ho perso il conto. Di studi ne ho fatti a bizzeffe, concentrandomi dapprima sull’anatomia e la fisiologia dei volatili, e in seguito sul rapporto fra l’apertura alare e il peso. Fu a Milano, a partire dal 1482, che mi dedicai a studi ancora più approfonditi e maturai l’idea che l’uomo potesse levarsi in volo e planare come un grande rapace. Intensificai le mie osservazioni e fissai una teoria del volo fondata sulla forza dell’aria. E così, tracciai i progetti delle prime macchine volanti. Non so dire quanti modellini inventai e di quante costruii il prototipo. La memoria mi tradisce. Ma se un giorno qualcuno si chiederà fino a che distanza si spinse l’ossessione di Leonardo per il volo, dovrà prendere atto che ho realizzato vascelli volanti e alianti in seta e vimini simili a un cervo volante. I miei ornitotteri hanno avuto le forme più curiose. Erano somiglianti a piroghe a bilanciere, a grossi coleotteri con quattro ali, a mostri alati. Ho anche ideato una macchina volante in grado di alzarsi in aria verticalmente grazie a un congegno a vite. Ai miei apparecchi ho fornito pedali, manovelle, timoni, staffe, vele, imbragature, navicelle, piattaforme, carrelli di atterraggio e ogni altro marchingegno atto a farli volare. Ci ho speso notti insonni, giorni in cui non mangiavo né bevevo da com’ero preso dai miei sforzi. Ho provato ogni tipo di materiale, i più leggeri e insieme flessibili e solidi, come il legno di abete rinforzato dal tiglio, il taffetà inamidato, la tela ricoperta di penne, il cuoio trattato con allume o spalmato di grasso, seta grezza e rami di giunco. Infine sono maturati i tentativi di fare funzionare le mie macchine volanti. Arrivò il tempo delle prove all’aria aperta e non ero in me. Altrimenti avrei rinunciato al volo milanese dai tetti della Corte Vecchia, agli esperimenti di Fiesole, alla follia che mi condusse sul monte Ceceri. Avrei evitato gli smacchi, i guasti irrimediabili alle cose e alle persone, il rimorso e i rimpianti. Alla fine, mi sono reso conto che non è possibile ottenere il rapporto peso-potenza necessario acciò possa volare una macchina azionata dall’uomo. Volare resta un sogno proibito a cagione dei limiti della natura umana. Eppure, il filosofo Ruggero Bacone ha affermato nel De Secretis Operibus che nell’antichità l’uomo aveva costruito grandi navi senza rematori guidate da un solo uomo che solcavano il cielo. Anche molti testi sacri testimoniano di macchine volanti velocissime le cui acrobazie erano dettate dall’intelligenza di chi le aveva costruite. Adunque, il mio sogno non si è avverato perché i tempi non sono maturi e forse meno favorevoli dei tempi antichi, quando l’uomo aveva conoscenze scientifiche avanzate che sono andate perdute e che io (né altri che mi hanno imitato, come l’ingegnere Giovan Battista Danti di Perugia) non ho saputo acquisire con l’osservazione e la sperimentazione. Al termine del mio autodafé ho incuneato un’attesa in Francesco: Amico mio, dall’ossessione del grande uccello sono guarito ma ti dico che un giorno gli uomini voleranno come uccelli e domineranno i cieli. 
In un appunto leonardesco leggiamo: “Piglierà il primo volo il grande uccello sopra del dosso del suo magno Cecero, empiendo l'universo di stupore, empiendo di sua fama tutte le scritture e gloria eterna al nido dove nacque». Purtroppo, le cose andarono diversamente da come il Genio le aveva immaginate. Il tentativo affidato al fedele Tommaso Masini detto "Zoroastro", che planò dalla collina di Fiesole cadendo rovinosamente al suolo, rompendosi una gamba, pose fine a una solida amicizia ma non spense la voglia di sognare in grande. 
Un sogno, figlio del mito, concretizzatosi quando i tempi furono maturi perché si realizzasse la visione e a un tempo la profezia di Leonardo.

giovedì 25 ottobre 2018

La mamma di Leonardo da Vinci era una contadina toscana o una schiava d'oltremare?

Leonardo da Vinci ebbe due mamme. La prima, l’umile Caterina, lo generò quando aveva sedici anni. La seconda, Albiera Amadori, se ne prese cura dopo che il marito, il donnaiolo ser Piero da Vinci, padre del bambino, lo sottrasse all’amante. Sappiamo che Leonardo amò teneramente entrambe le madri. 
Nel mio romanzo Le infinite ragioni, mi piace immaginare che ragionando del dipinto Sant’Anna, la Vergine e il bambino con l’agnellino, egli abbia annotato nei suoi fogli queste parole: “Fui messo al mondo da Caterina di Meo Lippi, una donna di modeste condizioni alla quale ser Piero mi tolse. Lei è Sant’Anna, il cui sguardo angelico copre di attenzioni il bambino, ma a distanza. Adunque fui affidato a una mamma non naturale, la matrigna Albiera, che ser Piero aveva preso in moglie in seconde nozze. E lei è Maria Vergine, che si occupa del bambino e lo ama dello stesso amore della madre naturale”. Altrove, confessando di avere agito sventatamente, le menziona accomunandole: “Fossero ancora in vita, la Caterina e l’Albiera mi sgriderebbero: O Nardo, tu un c’hai punto gnegnero!”. Mentre la sterile Albiera morì appena ventottenne, Caterina lasciò il tugurio in cui viveva con la nonna per sposare il fornaio ex mercenario Antonio di Pietro Buti del Vacca, detto l’Accattabriga, da cui ebbe cinque figli. Campò a lungo e divenuta vedova ritrovò il figlio perduto il 16 luglio 1493. Leonardo, infatti, l’aveva invitata a raggiungerlo a Milano, nella sua casa di Porta Vercellina, dove ella si spense a 66 anni il 26 giugno 1494, a causa della febbre terzana. Leonardo pagò le sue cure mediche e il funerale per il quale non lesinò le spese, ingaggiando “quattro preti e quattro chierici, i sotterratori, un medico e le candele…” 
È di lei, la “Catharina de Florenzia”, che voglio parlarvi, con buona pace della buona matrigna Albiera, perché recentemente la sua figura è salita alla ribalta grazie alla tesi che non fosse una fanciulla toscana ma una schiava di origini orientali. Partiamo da un antefatto storico. L’epidemia di peste nera che decimò Firenze e le campagne limitrofe a partire dal 1348, aveva ridotto la mano d’opera e fece sì che i fiorentini più ricchi comprassero schiavi provenienti dal vicino Oriente per affidare loro i lavori più umili. Pare che al tempo di Leonardo vivessero in Toscana non pochi schiavi o discendenti di schiavi. Alcuni studiosi hanno ipotizzato che la “Catharina mater”, indigente e orfana ma di certo avvenente visto che ser Piero la impalmò e le concesse una piccola rendita in segno di gratitudine, fosse levantina. C’è chi scommette sulle origini turche o circasse, chi sostiene l’etnia araba e qualcuno azzarda che venisse dalla Cina. Su cosa si reggono queste ipotesi? Secondo un sofisticato studio dattiloscopico del 2006 (basato sulla ricostruzione delle impronte digitali lasciate da Leonardo da Vinci su dipinti e 56 fogli) Caterina aveva sangue mediorientale. Lo indicherebbe il fatto che il dermatoglifo di Leonardo (in sostanza, il polpastrello) rivela caratteristiche comuni a 2/3 della popolazione dei paesi islamici. A sostenerlo sono Luigi Capasso, dell’Università di Chieti e Pescara, e Alessandro Vezzosi, direttore del Museo Ideale di Vinci. Vezzosi pensa che Caterina fosse giunta in Italia da Costantinopoli, il cui mercato degli schiavi era floridissimo, tant’è che si ipotizza che nel 1452 ci fossero a Firenze almeno 500 schiavi provenienti dal Bosforo. Una poteva essere quella “Catherina schiava” di proprietà del ricco banchiere Vanni di Niccolò di ser Vanni, che la vedova dello stesso potrebbe avere ceduto a ser Piero. Ancora più strabiliante, però è la tesi sostenuta dal ricercatore Angelo Paratico, il cui saggio Leonardo da Vinci: a Chinese scholar lost in Renaissance Italy sostiene che Caterina fosse una schiava cinese. Nel fare ciò, Paratico riprende un’idea di Renzo Cianchi. Si dice convinto che Caterina fu catturata dai Mongoli in Cina, poi tradotta come schiava in Crimea e da lì condotta via mare a Venezia per essere venduta come domestica. È un’idea suggestiva ma forse un po’ azzardata, degna di un fantasy.
Qual è la verità? Nel saggio Mona Lisa: The people and the painting del 2017 lo storico d’arte e professore dell’Università di Oxford Martin Kemp, una delle massime autorità in materia leonardesca, ha ricostruito la figura di Caterina ma senza dare credito alle supposizioni che oggi imperversano intorno a lei. Kemp ha definito “finzione romantica” l’attribuzione di origini orientali, chiarendo che quando Leonardo venne al mondo non c’erano schiave a Vinci. Lo deduce dagli archivi degli atti ufficiali e notarili del tempo, in cui non risultano acquisti o cessioni di servi di origine straniera. Va altresì tenuto conto che il flusso migratorio di cui ho parlato risale alla metà del secolo XIV, cento anni prima della nascita di Leonardo. Al momento le ricerche non hanno fatto emergere prove che possano accreditare l’etichetta di “schiava d’Oltremare”, attribuendo a Leonardo un DNA internazionale. Non dubito della serietà e della buona fede di chi ci crede ma io continuo a pensare che Caterina fosse una ragazza toscana di condizioni modeste con cui il donnaiolo ser Pietro aveva bellamente fatto l’amore nonostante fosse in procinto di condurre all’altare la figlia di un notaio. In ogni caso, l’unica certezza sulla sua identità si evince dalle portate catastali e da una dichiarazione dei redditi del 1451, l’anno precedente la nascita di Leonardo, dove Caterina è registrata come donna quindicenne con un fratellino di appena due anni, il cui padre era morto giovane e la madre sconosciuta. Se mai, qualora nutrissimo dubbi sulla sua vera identità e origine, dovremmo porci la domanda che si fece Edmondo Solmi, uno dei più grandi biografi di Leonardo: “La madre Caterina…è la volgare donna dei documenti oppure la giovinetta di buon sangue dell’Anonimo?”. Solmi si riferisce all’Anonimo Gaddiano, testo in cui si afferma che Leonardo “era per madre nato di buon sangue”. Cosa intendeva dire l’autore ignoto del manoscritto appartenuto alla famiglia Gaddi cui attinse il Vasari? Forse “buon sangue” è riferito al fatto che fosse sana e di buona costituzione? O forse che era figlia del possidente Antonio di Cambio e non di Meo di Lippo, perciò appartenente a una famiglia di piccoli notabili di Vinci. A questo punto, la questione si sposta sull’interrogativo dell’Anonimo. Più che domandarci se Caterina avesse radici esotiche dovremmo chiederci se era una contadinella, un’inserviente di osteria o la figlia di un piccolo possidente di Vinci. In ogni caso, è plausibile che nelle sue vene scorresse sangue toscano.

venerdì 19 ottobre 2018

L’inganno di essere o non essere nessuno

È meglio essere o non essere nessuno? Questo è il dilemma. Può sembrare una domanda retorica, stucchevole, forse inutile. Ma non lo è. A molti capita, almeno una volta nella vita, d’essere apostrofati con frasi del tipo “non sei nessuno”, di fronte alla quale entriamo in crisi. Per tacere di espressioni più colorite ma con lo stesso significato, di cui è memorabile quella del Marchese del Grillo: “Io so io e voi non siete un cazzo”. Facilmente ci si arrabbia quando ci apostrofano con odiosa sicumera, soprattutto se a pronunciare la sentenza è quel genere di uomo o donna che non ha rinunciato a sguainare il monito “lei non sa chi sono io”, o qualora lo ritenesse obsoleto ricorre all’arroganza dei toni e dei modi per marcare la sua presunta superiorità. Mentre, in realtà, è più nessuno di noi. Perché se ci guardiamo intorno ci accorgiamo che i “qualcuno” meritevoli di questo titolo sono pochissimi. Tanti si arrogano il titolo, si illudono di essere ciò che non sono, magari in virtù del fatto che hanno migliaia di follower o raccolgono miriadi di amicizie o “mi piace” sui social, fanno comparsate in televisione e nei locali pubblici, hanno posizioni sociali e prebende che non sono figlie del merito ma del maneggio, hanno una ricchezza di dubbia provenienza, si ammantano di orpelli sociali e sono vezzeggiati dai leccaculo, e via di seguito. La popolarità, al pari del successo, non è sinonimo di valore o merito, giacché il vero peso specifico di un essere umano si misura con un metro diverso da quello oggi di moda. 
Quando capita che un rospo gonfi il petto o faccia la ruota, mi coglie un dubbio. È più corretto dire “sei nessuno” (affermazione chiara e perentoria, con la quale si è fedeli al ne ipsum unus dei latini, ovvero “sei neanche uno”, cioè zero) oppure dire “non sei nessuno” (dove il “non” rafforza il concetto ma invalida l’intenzione poiché sottolinea che non sei neanche uno, a rigore di logica sei almeno uno o più di uno). Lo so, vi sto confondendo. Ma se ci pensate bene l’uso di questa seconda formula, ampiamente accettata come regola della lingua italiana, è indigesta. È come se affermare “è rotondo” equivalesse a “non è rotondo” o “sei qui” corrispondesse a “non sei qui”. Insomma, o sei o non sei, a dispetto del relativismo. Ergo, quando uno spocchioso vuole umiliarci accusandoci di non essere nessuno, dovremmo avere la prontezza di turbarlo, chiedendogli gentilmente: “Scusa ma non ho ben capito, sono nessuno o non sono nessuno?” Provateci, è divertente vedere sorgere lo sconcerto nello sguardo dell’ebete tronfio. 
Oggi più che mai si ha l’impressione di vivere in un mondo dove il genere umano è acquartierato su sponde opposte, suddiviso in due classi: su una riva siede il signor Nessuno (maggioritario) e sull’altra il signor Qualcuno (minoritario). Non esiste una via di mezzo, un ponte di collegamento, per quanto sia difficile stabilire i criteri oggettivi di appartenenza alle due categorie. Personalmente, forse perché ho quell’età in cui la saggezza prende il posto dell’ambizione, e le istanze dell’essere sbaragliano quelle dell’apparire, provo simpatia per il signor Nessuno, categoria alla quale sento di appartenere, e non mi offendo se un presunto signor Qualcuno mi taccia di non essere famoso, non avere le conoscenze giuste, vivere lontano dalle luci della ribalta e dagli impegni mondani, non appartenere a club, conventicole o lobbies, coltivare gli affetti e i valori etici anziché agire avidamente, senza scrupoli, per il mio solo interesse. Io sono fiero di essere un bel niente perché ciò mi permette di essere libero. Essere nessuno è una polizza assicurativa, una garanzia, un lasciapassare. Lo dimostra la vicenda di Ulisse. Ricordate l’episodio di Polifemo? Quando Ulisse, sbarcato coi suoi compagni sull’isola delle capre, si addentrò nella grotta dove viveva Polifemo, il gigante con un solo grande occhio in mezzo alla fronte, fu fatto prigioniero. Salvò la sua vita e dei suoi compagni con un abile stratagemma. Prima offrì da bere a Polifemo e quando costui gli chiese come si chiamasse, egli rispose con astuzia “Nessuno”. Poi accecò il ciclope dormiente, che risvegliatosi chiamò in aiuto i suoi fratelli, i quali domandarono perché urlasse di dolore. Polifemo rispose che “Nessuno” aveva cercato di ucciderlo. I fratelli, credendolo ubriaco, lo lasciarono solo e la mattina dopo Ulisse e i suoi compagni poterono fuggire. 
Questo aneddoto basterebbe per riqualificare l’attributo “nessuno” se non fosse che mala tempora currunt. Molti pensano che la vita sia una corsa ad ostacoli dove per vincere non basta correre più forte ma serve barare, bruciando la partenza, sgambettando gli avversari, schivando gli ostacoli. E ovviamente si adeguano al malvezzo generale. Vige il principio che il fine giustifica i mezzi e l’unico nostro fine sia emergere, soddisfare l’ego, e poco importa se ciò causa disagi o danni agli altri. Ho già scritto dell’insopportabile prevalenza nella nostra società dei mediocri e dei cretini, degli imbroglioni e dei disonesti, della gente senza talento ma con la “cazzimma”, come dicono a Napoli. Non voglio ripetermi. Però voglio citare una bellissima frase di Blaise Pascal, che si chiedeva: “Ma alla fine, cos’è un uomo nella natura? Un nulla davanti all’infinito, un tutto davanti al nulla, qualcosa di mezzo tra il nulla e il tutto, infinitamente lontano dal comprendere gli estremi”. C’è una profonda intuizione in queste parole. Siamo tutti Nessuno e tutti siamo Qualcuno. Siamo il nulla di fronte al mistero della vita e all’immensità del cosmo, ma siamo qualcuno al cospetto del nulla. Le etichette che ci vengono affibbiate e i vissuti esistenziali non sono tali da giustificare la divisione del consorzio umano in due schieramenti. La vita è strana e imprevedibile; le persone considerate poco o nulla potrebbero diventare qualcuno mentre quelli che si credono qualcuno potrebbero ritrovarsi improvvisamente con il cullo per terra. 
La verità, come intuì Luigi Pirandello, è che noi siamo “uno, nessuno e centomila”. Non diversamente da Vitangelo Moscarda, il protagonista del celebre romanzo, dovremmo fissare il pensiero che non siamo per gli altri quel che dentro di noi ci siamo figurati d’essere. Renderci conto che siamo unici ma anche centomila per via di come ci vedono gli occhi altrui, e quindi il nulla, ci aiuterebbe non poco a capire che essere o non essere nessuno ha poca rilevanza. A maggior ragione, l’unica cosa che conta è comprendere che “ogni realtà è un inganno”.