giovedì 27 dicembre 2018

Le ideologie e il cervello ingabbiato

Detesto le ideologie e tanto più gli ideologi. Le prime sono veleno puro, i secondi sono i cerusici fanatici che lo prescrivono convinti di avere scoperto la ricetta della felicità. In realtà, le ideologie non hanno mai dato la felicità a nessuno e mai la daranno. Una volta non esistevano. O forse sì, ma erano una categoria in cerca di teorici che si materializzarono alla fine del Settecento. Lo stesso termine “ideologia” appare per la prima volta nel 1796, all’interno dell’opera Mémoire sur la faculé de penser di Antoine-Louis-Claude Destrutt de Tracy. Nasce allora la “scienza delle idee e delle sensazioni”, e da quel momento consideriamo l’ideologia un complesso di credenze, opinioni, rappresentazioni e valori che orientano un determinato gruppo sociale. Oggi, la definiamo un sistema di idee e dottrine più o meno organizzato e assistiamo, con un certo sollievo, al suo declino. In effetti, il Novecento è stato “il secolo delle ideologie” ma è anche considerato quello della fine delle ideologie. 
Quando parlo di ideologie intendo le correnti che hanno attraversato il XIX e il XX secolo con la forza di un tifone, causando vasti conflitti e sofferenza a tutta l’umanità. In primis l’ideologia marxista, maoista e fascista. Ma siamo certi che il tempo delle ideologie sia finito o ci illudiamo che così sia? Esistono anche ideologie non politiche, che attecchiscono in ambito culturale e religioso. Un esempio attuale è come l’ideologia possa snaturare la fede religiosa e trasformarla in uno strumento di potere e oppressione. È il caso delle derive fanatiche e terroristiche dell’Islam. Ionesco diceva che “le ideologie ci separano”. Impossibile confutare questo assioma, è nel carattere stesso dell’ideologia dividere anziché avvicinare e unire gli esseri umani. È nella sua natura perversa creare contrasto e attrito, utilizzando come strumenti la manipolazione delle menti, il dogmatismo, l’annullamento dell’individualità e il coinvolgimento delle masse. Oggi come ieri, le ideologie sanno che per attecchire devono promettere il regno millenario, la liberazione, il riscatto personale, il bastone di maresciallo o la creazione di un ordine nuovo. In cambio, pretendono dedizione e cieca obbedienza. 
Ma di che parli? – si chiederà il lettore, pensando che le ideologie siano morte e sepolte. Sbagliato, hanno solo cambiato pelle. Le vecchie ideologie sono state sostituite da nuovi sistemi di idee e opinioni, da visioni della vita rivoluzionarie. Ho già accennato all’ideologia fideistica ma vorrei porre l’attenzione su altre tre metaideologie o correnti di pensiero forte contemporanee accomunate dal fatto di essersi imposti come mainstream. La prima è l’ideologia del gender, le cui implicazioni sociologiche sono rivoluzionarie. È figlio di un femminismo di matrice marxista che ha decostruito la famiglia e il matrimonio, producendo esiti devastanti nell’humus culturale e sociale. La rivisitazione della sessualità, la sua netta separazione dal concetto di persona, il superamento delle categorie maschile-femminile, l‘idea che il sesso non abbia alcuna rilevanza antropologica sono gli effetti più evidenti. In sostanza, ognuno può inquadrarsi sessualmente come gli pare e piace, rifiutando il genere di appartenenza in nome dell’assoluta libertà di orientamento. L’ideologia gender si sta imponendo con facilità, creando confusione e debolezza soprattutto nei più giovani, minando i valori antropici che sostengono la volta celeste dell’umanità fin dalla notte dei tempi. Sia chiaro, non critico la maggiore sensibilità e attenzione rispetto al passato verso l’omosessualità o i diritti delle donne, sono conquiste più che legittime. Resto perplesso di fronte al tentativo di imporre alla maggioranza degli esseri umani una teoria della sessualità e della famiglia che appartiene a una minoranza (d’altra parte è tipico delle ideologie, dove pochi prevaricano i più) e rischia di degenerare nel queer, la visione di un’umanità orfana della riproduzione sessuale, in cui è abolita la distinzione tra paternità e maternità. Un’umanità snaturata, non più fondata sul dualismo sessuale ma sulla biomedicina e l’ingegneria genetica. Si tratta di una prospettiva inquietante. E non chiamatela fantascienza perché il processo è in atto, il gender sta modificando il futuro. La seconda ideologia di cui siamo vittime inconsapevoli è quella plutocratica. Mai come ora, banche e mercati dettano i tempi e i modi della nostra vita, influenzano ogni ambito sociale e i grandi burattinai che stanno nella stanza dei bottoni lavorano per schiavizzare l’umanità. Il sistema economico-finanziario, forte di una ideologia materialista, punta al controllo assoluto dell’individuo, al suo asservimento e all’uniformità dei comportamenti e dei bisogni. Pensate a come circolava liberamente il denaro fino a vent’anni fa e come oggi ogni nostra spesa o attività sia monitorata, controllata e condizionata da regole vessatorie, poliziesche. I nostri soldi non sono più nostri, la nostra prosperità dipende dallo spread o dalle decisioni dei grandi gruppi di potere. Anche questa ideologia ha saputo trasformare la fantascienza in realtà, realizzando la visione di Orwell. Il Grande Fratello esiste davvero, è l’autorità senza volto che ha imposto al consorzio umano la dittatura del denaro. Ogni nostra decisione relativa al benessere familiare è condizionata dal carosello degli inganni, dalle manovre e dai ricatti che i plutocrati attuano con la complicità dei governi, dei mass-media e della tecnologia. C’è una terza ideologia trasversale che sta progressivamente indebolendo il sistema immunitario della nostra mente: il relativismo. Viviamo in un’epoca dove ogni cosa sembra possibile e fattibile, vera e insieme falsa, perché tutto è relativo. Non esistono più certezze né regole. Navighiamo privi di bussola. La religione e i principi morali sono in disarmo, idem la famiglia e la scuola. Non parliamo poi della cultura e della politica, squallidi teatrini dove vanno in scena spettacoli desolanti. Anche il relativismo ha cambiato la nostra vita e le nostre prospettive e i suoi effetti sono dolenti. Penso alla condizione della maggior parte dei giovani, che hanno poche idee ma confuse, credono che la droga, l’alcol e la musica demenziale siano rifugi sicuri, annaspano privi di valori e figure di riferimento, sono privi di valori, confusi e fragili. Perché è questo che provoca il relativismo coi suoi sviluppi aberranti, la distruzione dell’etica e la voglia di vivere e costruire il futuro. 
Poveri noi, le nuove ideologie ingabbiano il cervello ma senza offrirci ideali in cui credere, per cui batterci come avveniva in passato ma preferibilmente in maniera pacifica. Non ci resta che sperare che prossimamente anche le ideologie del terzo millennio si rivelino “utopie assolute che si distruggono da sole”, come profetizzò Albert Camus nel 1946 riferendosi al comunismo. Altrimenti…

venerdì 21 dicembre 2018

L'ultimo Natale di Leonardo da Vinci

Leonardo da Vinci trascorse gli ultimi tre Natali della sua vita in Francia e benché non ci abbia lasciato alcuna testimonianza di come li festeggiò, ho ricostruito l’atmosfera di quei giorni particolari ne Le infinite ragioni, dove gli ho attribuito ricordi immaginari ma plausibili. 
Il primo Natale, nel 1516, fu vivace e foriero di entusiasmo. Leonardo era appena arrivato ad Amboise dopo un lungo viaggio iniziato a Roma e, come sappiamo, fu accolto da Francesco I di Valois con grande affetto e letizia. Pochi giorni dopo il suo insediamento nella dimora di Cloux, l’Artifex errabundum accettò l’invito del re cristianissimo a prendere parte come ospite d’onore alle celebrazioni del Natale che si tennero nel palazzo reale. Egli annota nel suo diario segreto: Io, triumphe! Ho mantenuto la promessa fatta al re e ho festeggiato la natività di nostro Signore Gesù Cristo insieme a lui, alla sua famiglia e ai cortigiani più illustri. La veglia è stata lunga e alquanto faticosa. Ai francesi garba iniziare i festeggiamenti, che si sono tenuti nella cappella del castello di Amboyse e nella grande sala delle parate, con un piccolo pasto, al quale ha fatto seguito la liturgia sacra, e poi una cena durata tutta la notte e allietata dai canti di Natale, recite, danze e musica sacra e profana. È ciò che il re chiama réveillon. A una certa ora ero così stracco che tenevo gli occhi a sportello e il caro Francesco Melzi ha dovuto darmi di gomito perché li riaprissi. Ho desiderato ritirarmi nella mia camera da letto, a Cloux. Ma temevo di fare un torto al re e ai suoi ospiti e ho resistito fino allo stremo delle forze, ben oltre lo scambio dei regali e degli abbracci sotto il vischio. Item in Francia, come in Italia, a Natale si usa fare doni ai poveri, che attendevano alle porte del castello. Ma quivi ho scoperto l’usanza di appendere frutta e piccoli doni ai rami di un abete decorato. Per quanto oggidì sia stremato, ho il cuore leggero. Sono stato al centro dell’attenzione e tutti, a cominciare dal re, mi hanno ammirato e lusingato…”. Quel Natale fu dunque sereno e Leonardo, che era un acuto osservatore, curioso di tutto, si stupì del fatto che i francesi decorassero gli abeti, come era in uso nel Nord Europa. L’albero di Natale nasceva, infatti, come variante dell’albero del Paradiso e i transalpini rispettavano una tradizione risalente alle tribù celtiche relativa al solstizio d’inverno. Tradizione a quel tempo sconosciuta in Italia. 
Il Natale del 1517, invece, fu più intimista e magro. L’entusiasmo iniziale era scemato, Leonardo sentiva il gravame della vecchiaia sulle spalle e soffriva a causa della nostalgia e della frustrazione. Perciò non partecipò ai festeggiamenti che si svolsero a corte. Nel suo diario, confessa: “Ho trascorso il giorno della Natività in parziale solitudine anziché a corte. Sono andato a messa dai frati minori e ho desinato in maniera frugale con loro. Nel pomeriggio ho letto alcune pagine di Dante nella mia stanza. Il re cristianissimo è rimasto deluso per la mia defezione, che è durata fino a ieri (ndr. 27 dicembre). Era come se arrivasse a Cloux l’eco della domanda insistente – Dov’è Leonardo il fiorentino? – che ha risuonato fra le mura di Amboyse”. Dopo un anno dal suo arrivo in Francia, un Leonardo sempre più stanco e disincantato iniziava a ripiegarsi su se stesso, a trovare scuse per evitare gli eventi mondani, salvo che non gli offrissero l’occasione per mostrare il suo valore. Ma le cerimonie intime e familiari, per quanto potessero essere tali nell’ambito di una corte affollatissima, preferiva evitarle. Non gli “garbava” sentirsi afflitto in mezzo a gente fin troppo allegra, che festeggiava il Natale come se fosse una recita, indifferente al suo stato d’animo. 
E giunse, infine, l’ultimo Natale. Leonardo lo festeggiò privatamente, coi suoi famuli, senza clamori. Il 24 dicembre 1518, egli annotò su un foglio: “È la vigilia di Natale e mi sento vuoto. Dovrei essere lieto imperocché questa notte verrà alla luce il Salvatore. Invece sono triste. Il freddo è terribile e in più tira un vento diaccio. Dicono che domani potrebbe nevicare. Lo spero. Amo la neve fin da quando ero piccolo e vorrei essere in grado di uscire di casa e montare su una lilza come quelle che d’inverno si vedevano nelle strade di Milano e che i bambini inseguivano garruli, tirando palle di neve. Sì, come vorrei salire su una carretta munita di pattini e giostrare sul ghiaccio… Due giorni fa, il ghiaccio che ricopre la Loira s’è spezzato in un punto prossimo all’isola d’oro e ha risucchiato un contadino col suo biroccio e il suo nipotino. Non hanno potuto salvarli. La notizia mi ha addolorato e insieme rammentato di quando ghiacciava l’Arno sotto i ponti e i fiorentini giovani e audaci lo sfidavano pattinando sulle lastre… Oggidì s’udiva il suono di una campana a morto. Doveva essere quella della chiesa in cui si celebravano le esequie del contadino e di suo nipote. Che triste Natale passeranno i loro poveri cari! La volontà di Dio è imperscrutabile. Il Sommo Fattore si tiene sul dorso di chi attraversa un fiume in piena o fa rompere il collo a chi trova una scala nel buio, a suo piacimento. Non ci possiamo fare nulla. Maturina mi ha chiesto cosa voglio mangiare domani. Le ho risposto che sento che sarà il mio ultimo Natale, adunque desidero festeggiarlo con una pappa di farro e ceci, un poco di insalata e di cacio e una pera d’inverno, di quelle che qui chiamano buon cristiano. Ella m’ha risposto che preparerà ciò che desidero ma che il mio è un desinare della quaresima non un pranzo di Natale e perciò mi cucinerà anche un dolce francese, la galette des rois. Le ho chiesto di non giudicare la parsimonia veterum! Ha certamente pensato che la mia testa è diventata un tamburlano rotto”. Pochi giorni dopo, per la precisione il 31 dicembre, scriveva: “Un altro anno è trascorso e la malinconia rende questi giorni di festa tristi e algidi. Ho ricevuto pochissimi messaggi e omaggi di augurio, sia per il Natale che per l’anno nuovo. È come se il mondo si fosse dimenticato di me. Sono ancora vivo ma mi sento messo da parte, additato come il retaggio di un passato ben più remoto di quanto non riveli il calendario”. Leonardo sentiva che la vita gli stava sfuggendo. Il Natale, per lui, non era più un momento di festa ma l’occasione per fare un consuntivo amaro della sua vita. 
Chissà se pensò mai alle parole di San Francesco, per il quale nutriva stima e affetto, parole che avrebbero potuto consolarlo: “È nel dare che noi riceviamo”. Forse i due frati italiani del convento di Amboise con cui aveva fatto amicizia gliele ricordarono. E lui si rammentò di quanto aveva donato al genere umano. Se ciò è accaduto, e mi piace crederlo, l’ultimo Natale di Leonardo fu allietato da un sorriso consolatorio, sfavillante come una luminaria.

giovedì 6 dicembre 2018

Leonardo e Roma, un amore mai sbocciato

Venerdì 14 dicembre avrà inizio il tour di presentazioni e conferenze legate al romanzo Le infinite ragioni. La “prima” andrà in scena a Roma, presso Palazzo Firenze, storica dimora romana della famiglia Medici e oggi sede della Società Dante Alighieri. Ed è giusto parlare di scena poiché l’attore Riccardo Mei interpreterà Leonardo da Vinci nella raffinata cornice della Galleria del Primaticcio recitando un monologo in sei parti tratto dall’opera, accompagnato dalle note di alcune danze rinascimentali eseguite con il traversiere (il flauto antico). 
Tocca a Roma, dunque, battezzare il mio libro e ne sono lieto. Mi sono chiesto, tuttavia, se Leonardo sarebbe contento di questa scelta o avrebbe qualcosa da ridire. Il suo rapporto con Roma, infatti, non fu dei migliori e vorrei spiegarvi perché. Potrebbe interessarvi saperlo anche se non siete romani o non vivete nella Città Eterna. Intanto, va detto che Roma ebbe un ruolo molto meno importante di Firenze e Milano nella vita del Genio toscano, tant’è che vi si recò per la prima volta solo nel 1500, quando aveva quarantotto anni. Fu una visita fugace, legata a un periodo errabondo. Nell’aprile di quell’anno, un mese infausto perché Ludovico il Moro fu catturato dai francesi, Leonardo si trovava a Bologna e da lì fece una scappata a Roma e forse visitò Tivoli. Non meno breve, anch’essa all’insegna della toccata e fuga, deve essere stata la sua seconda visita romana, risalente al 1503. L’anno precedente, Leonardo era entrato al servizio di Cesare Borgia, seguendolo nelle campagne militari in Romagna e ispezionando le fortezze dei suoi stati. Fu la morte di Papa Alessandro VI a condurlo a Roma ed è plausibile che egli abbia assistito alle esequie del dissoluto Rodrigo Borgia, padre del Valentino, sebbene le cronache riportano che il Papa fu sepolto senza funerale in San Pietro e che la folla, diffusasi la notizia del decesso, scese in piazza. Ma se vogliamo parlare di “periodo romano” nella vita di Leonardo – e possiamo farlo con certezza – dobbiamo inquadrarlo nell’arco di tempo che va dal 1513 al 1516. L’elezione del nuovo Pontefice Leone X aveva creato grandi aspettative negli artisti dell’epoca, che in massa confluirono a Roma. Oltre a Michelangelo, Raffaello, Luca Signorelli, Giuliano da Sangallo, Sodoma, il Bramante e altri c’era anche il sessantunenne Leonardo, che partì da Milano il 24 settembre insieme ai suoi allievi Boltraffio, Melzi, Salaì e Fanfoja, per raggiungere la capitale, dove sperava di ottenere ingaggi all’altezza della sua fama e laute prebende. Era stato invitato dalla famiglia de’ Medici perché contribuisse alla rinascita culturale, artistica e architettonica della città e godette fin dal principio della protezione di Giuliano de’ Medici. Alloggiò al Belvedere del Vaticano, una villa le cui stanze che erano state appositamente preparate e arredate per il suo conforto da Giuliano Leno, amico del Bramante. Non era solo un’abitazione ma anche uno studio-laboratorio dove poteva studiare, sperimentare ed esprimere il proprio talento, coadiuvato dai suoi collaboratori. 
Ma come fu il periodo romano? Fu povero di luci e ricco di ombre. Leonardo era sempre più inquieto e insoddisfatto, inabile ad affondare le radici in un posto (si allontanò da Roma per seguire Giuliano o recarsi nelle paludi pontine e visitare il porto di Civitavecchia) non riuscì ad ambientarsi come avrebbe voluto. Frequentò il “palazzo” e i dignitari di corte ma senza fortuna. Nel manoscritto di Amboise annota che “a Roma ho imparato che i cortigiani hanno le scarpe di bucce di cocomero”. Ben presto, divenne l’oggetto di scherno di questi cortigiani che lo consideravano un fossile (come quelli che cercava sul Monte Mario), un povero vecchio dalla barba bianca notabile solo per i suoi “ghiribizzi”, che vagava cupo e solitario nei corridoi del Vaticano. Roma era infida e ingenerosa, la “sentina di tutti i vizi” come aveva detto Lorenzo il Magnifico, e Leonardo, incompreso dai coevi e anche dal Papa (che paradossalmente era un Medici ma non ebbe per lui affetto o riguardo, anzi lo pagava la miseria di 33 ducati ma ne dava 12.000 a Raffaello per ognuna delle “Stanze”), faticò a ritagliarsi il suo posto. Non fu certo un posto degno della sua grandezza e in mancanza di committenti di opere d’arte, escluso com’era dal giro delle grandi opere di quel tempo come il cantiere di San Pietro e le decorazioni del Palazzo Vaticano, ripiegò sugli studi matematici e scientifici. Si dedicò con non poche difficoltà agli approfondimenti anatomici presso l’ospedale Santo Spirito in Saxia e portò avanti il progetto degli “specchi ustori” che avrebbero dovuto convogliare il calore del sole su una cisterna di acqua al fine di produrre energia. Il progetto del gigantesco telescopio abortì anche a causa dell’invidia dei suoi aiutanti tedeschi (i maestri Giorgio e Giovanni), che lo accusarono di necromanzia procurandogli un forte dispiacere. L’ultima testimonianza storica della presenza di Leonardo a Roma risale all’agosto 1516, quando trascrisse le misurazioni della Basilica di San Paolo cui stava lavorando. Poche settimane dopo, a settembre, un Leonardo sfiduciato, menomato a causa di una infermità al braccio destro e privo di protettori dopo la morte di Giuliano de’ Medici, accettò l’invito del re di Francia e lasciò Roma (e l’Italia) per sempre, senza lasciare tracce insigni o rimpianti. Eppure, il Vasari scrive che a Roma eseguì alcuni dipinti, fra cui un quadretto di dama per Baldassarre Turini da Pescia, datario di Papa Leone X, e il ritratto di un fanciullo. Dipinse anche la Famosa Leda con il Cigno. Ma queste opere sono scomparse nel nulla. In realtà, la vera impronta del soggiorno sui sette colli del Genio di Vinci l’ha lasciata Raffaello Sanzio, ritraendolo nei panni di Platone nell’affresco della Scuola di Atene
Una cosa è certa: Leonardo non si innamorò di Roma e Roma non lo corteggiò. È giusto parlare di un amore mai sbocciato. Nel mio libro, tuttavia, ho attribuito a Leonardo un ricordo bizzarro che si apre come uno squarcio nei suoi vissuti romani. Egli scrive: fui testimone insieme a diverse migliaia di cristiani dell’apparizione in cielo di una grande e mirabile figura luminosa. Era una sorta di stella a tre code simili a razzi. La prima si estendeva verso oriente, la seconda verso Firenze e la terza, di un colore rosso sanguinolente, copriva per intero la città di Roma. Il popolo, pensando di assistere a un avvertimento divino, gridò al prodigio e io notai che quel segno di forma triangolare vibrava come se fosse alimentato da un motore invisibile e che il suo bagliore era innaturale. Com’era apparsa, la stella sparì all’improvviso, lasciandomi di stucco.”. Il fatto è avvenuto realmente e lo notò anche il Buonarroti, come testimoniano il dotto fiorentino Giovanni Papini nella Vita di Michelangiolo e il cronista benedettino Benedetto Lushino in Vulnera diligentis (II libro, cap. XII). Il che ci porta a concludere che forse Leonardo non colse la magia di Roma, un incantesimo affiorante nel palindromo Roma-Amor.